L'Isola e la Laguna

Fonte Immagine: timgate

Appena settimana scorsa si è concluso il Festival del cinema di Venezia, una delle vetrine cinematografiche più importanti del vecchio continente. La Biennale, con tutti i suoi cicli di eventi e mostre, proseguirà invece nei suoi appuntamenti fino a fine novembre. Davvero una bella notizia dopo che l’anno scorso i Leoni d’oro erano stati assegnati senza neanche un minimo ruggito in presenza, a causa dell’ormai insostenibile piaga del Covid.

Visto che siamo in sede di bilanci, che cosa ci ha lasciato questa settantottesima edizione della première lagunare? Innanzitutto, chiara è la voglia di rompere con gli schemi. Già la schiacciante affermazione - anno scorso - di Chloé Zhao e del suo Nomadland, complice anche l’irreprensibile interpretazione di Francis McDormand, aveva portato alla ribalta la necessità di un cinema più colorato di rosa e attento a rappresentare sentimenti e storie in maniera fluida e universale. Quest’anno si è osato ancora di più. Il gradino più alto del podio infatti se lo è aggiudicato la regista francese Audrey Diwan con una grande opera autobiografica ispirata ad un romanzo di Annie Ernaux, già vincitrice del Premio Strega europeo e del Premio Yourcenar. La protagonista della pellicola dovrà lottare, in una Francia postbellica in cui l’aborto era considerato al pari di un grave crimine e degno quindi della punizione detentiva, per accedere per vie traverse a questa pratica così discussa e riavere indietro la sua agognata carriera lavorativa e poter riscrivere autonomamente il suo futuro. Una vera prova di coraggio in un periodo storico in cui argomenti simili destano ancora più di qualche dubbio etico e rimostranze da parte di un nutrito schieramento conservatore.

Da segnalare in aggiunta, oltre al gran numero di autori nostrani presentatisi con titoli molto interessanti all’evento e che riempiranno i nostri multisala a partire da ottobre di quest’anno (da Qui rido io ad America latina), uno slancio d’orgoglio per la nostra Campania e, perdonate il municipalismo, per la “piccola” Ischia.   

Una delle opere fuori concorso che ha ricevuto più manifestazioni di stima dalla critica cinematografica accreditata, infatti, è stata Ariaferma, quarto lungometraggio del maestro Leonardo di Costanzo. Il regista sessantatreenne, originario di Ischia ma da sempre residente tra Parigi e Napoli, prosegue nella sua operazione di indagine della società contemporanea. Dopo aver vinto il David per il miglior regista esordiente nel 2012 con L’intervallo e le sue cogitazioni sul mondo della criminalità organizzata nel Meridione, di Costanzo spostò il focus sul mondo del volontariato e le sue contraddizioni (L’intrusa). A scuola costituisce invece uno sguardo documentaristico lanciato dal direttore artistico ischitano sul mondo travagliato e abbandonato che sorge dietro banchi popolati da alunni allo sbaraglio. Infine, eccoci arrivati ad Ariaferma. Un formato del tutto nuovo per di Costanzo che, visibilmente emozionato, ai microfoni della sala conferenze del Festival ha parlato di una sfida particolarmente complessa a cui ha deciso di prendere parte con la realizzazione di questo prison movie. Già la tematica è tra le più delicate: l’universo delle carceri è da sempre in subbuglio nel Belpaese, una macchina che spesso smette di funzionare a causa di mancanze strutturali, assenza di fondi o spazi e locali adeguati. Le difficoltà col passare degli anni, piuttosto che diminuire, sono incrementate oltre misura, fino a giungere alle terribili immagini cui abbiamo assistito anche nel corso dell’ultimo anno riguardo vessazioni e umiliazioni subite dagli stessi carcerati da parte di quelle forze armate che dovrebbero rappresentare il non plus ultra della legge e della legalità (per tutti varranno gli episodi di Santa Maria Capua Vetere e Torino). Di Costanzo cerca, in questi 117 minuti, di dare una nuova lettura ad un cosmo disordinato. E per farlo, per la prima volta nella sua carriera, decide di ricorrere non più ad attori non professionisti (più vicini alle realtà degradate che il cineasta ama rappresentare e quindi più spontanei e immediati nella loro recitazione) ma a veri e propri divi del palcoscenico nazionale: Toni Servillo (nei panni del capo delle guardie) e Silvio Orlando (l’antitetico boss portavoce della fazione dei prigionieri). Il fantastico duo di interpreti napoletani ha dichiarato l’entusiasmo per un progetto così fuori dal coro, con un Orlando in particolare distante anni luce dai soliti ruoli affidatigli, generalmente più vicini a personaggi positivi e paradigmatici.

Cosa troverete di diverso in Ariaferma rispetto agli altri film del medesimo genere? Potremmo dire: tutto. La sensazione di suspense crescente e di tensione tra le due fazioni è forse l’unico cimelio ereditato dal filone narrativo di provenienza. Ma chi si aspetta frasi da duri, sangue e botte da orbi rimarrà deluso. Di Costanzo prova de facto ad innovare costruendo una maggiore profondità alle varie figure immortalate dalla cinepresa, che mostrano di essere, prima che carnefici e sorveglianti, esseri umani. In un gioco continuo di somiglianze e divergenze, la difficoltà della vita in una galera apparirà in tutta la sua crudezza, tanto per chi la prigione deve scontarla che per chi “semplicemente” vi lavora. Il boss e il capo delle guardie diventano incarnazione delle due prospettive divergenti-convergenti, maturando nel tempo il loro pensiero e la loro considerazione riguardo la controparte. Per correttezza, meglio evitare ogni tipo di spoiler e rimandare le informazioni sulla trama alla uscita in sala della proiezione prevista ad oggi per il 14 ottobre. Ma un’ultima postilla va aggiunta. Ariaferma disegna una nuova strada, una via d’uscita dal classico dualismo cinematografico e non della vita dietro le sbarre: forse un’utopia retaggio di un vecchio sentimento socialista non-violento, forse un’elaborazione in chiave biblica del porgere l’altra guancia, forse ancora un semplice sogno ad occhi aperti. Eppure, per una volta tanto, lanciare un messaggio positivo di comunione, di fratellanza, di uguaglianza persino in un contesto arduo e discriminatorio come quello di una casa circondariale potrebbe essere motivo di stimolo e riflessioni per tanti che sottovalutano o dimenticano, nella fauna di pensieri della vita quotidiana, questa annosa questione.