L'onda ci travolgerà tutti

Fonte Immagine: artesettima

Nella storia della cultura e dell’esistenza umana, una verità regna sovrana su tutte le altre: non è possibile compartimentare, delimitare, definire (dal latino “circoscrivere”) un fenomeno, qualunque sia la sua natura, ad un unico campo.

Fin dalle sue origini, il cinema ha dovuto affrontare il vaglio di criminologi, sociologi, filosofi interessati a comprendere gli effetti della videovisione sulla platea degli spettatori.

Nel 1961, Wilbur Schramm, tra i fondatori dei communication studies, aveva condotto una prima indagine riguardo alle possibili conseguenze su di una popolazione infantile dovute all’esposizione prolungata a programmi televisivi. Dalle sue ricerche era stata esplicitata la spropositata quantità di immagini violente trasmesse quotidianamente tramite il tubo catodico. Ovviamente, la reazione della società non tardò ad arrivare: molte furono le proteste nei confronti del media che più di tutti si stava affermando, spaccando la comunità tra favorevoli e contrari ad una più diffusa censura. La paura era, come Gerbner, altro studioso, avrebbe voluto dimostrare poco più di un decennio dopo, che assistere alla proiezione continua di soprusi, prepotenze e delitti di sorta potesse deviare le menti di chi osservava dalle poltrone di casa. D’altronde anche il socio-costruttivista Antonio Bandura aveva palesato, attraverso un noto esperimento didattico, che spesso gli esseri umani agiscono tramite imitazione e rinforzi: questi infatti aveva creato tre gruppi di osservazione, ciascuno costituito da un docente e degli allievi. I tre raggruppamenti differivano per il tipo di comportamento che veniva adottato dagli insegnanti nei confronti di alcuni oggetti “operativi”, tra cui una bambola. Se nella prima “classe” si prediligevano azioni e giochi più aggressivi, nelle altre venivano invece attuate dinamiche ben più pacate. L’esito del test fu chiaro: i ragazzi incoraggiati a mettere in essere attività più animose, conservavano questa spinta belligerante anche negli altri rapporti.

Dalla comunicazione alla sociologia. Ma il problema non poteva arrestare qui il suo svisceramento: nel 1981 lo scrittore statunitense Todd Strasser decise di mettere nero su bianco l’esperienza provata da una classe di studenti a Palo Alto. Dopo la spiegazione della Seconda guerra mondiale, il professore californiano protagonista del romanzo vuole mettere alla prova le affermazioni dei suoi alunni, per i quali il popolo tedesco si era lasciato incomprensibilmente trascinare dal movimento nazista. Il professor Ross inizia col proporre una serie di piccole e semplici regole (rivolgersi a lui come “Signor Ross”, alzarsi prima di rispondere ad una domanda o come forma di saluto, indossare una divisa comune) le quali porteranno l’esperimento a sfociare in qualcosa di molto più pericoloso. I ragazzi infatti, sentendo tra di loro una maggiore forma di aggregazione e un più forte spirito di squadra, iniziano a dare adito a comportamenti duri e riottosi, serrando i ranghi e chiudendosi a chiunque provenisse dall’esterno. Il professore sarà così costretto, dopo poco, a porre fine al pericoloso roleplay. Fortunatamente, senza spiacevoli ripercussioni.

Una vicenda così affascinante non poteva sfuggire all’occhio eternizzante della cinepresa. Ed ecco come il cerchio si chiude: nel 2008, il regista tedesco Dennis Gansel ha voluto trasportare il vissuto di Ross e dei suoi allievi in un terreno ancora più sensibile ad una tematica come l’ipotetica recrudescenza di movimenti neo-nazisti. Il suo lungometraggio infatti – divenuto un cult nei cineforum scolastici teutonici – è ambientato in una scuola tedesca, durante la settimana dedicata all’approfondimento del tema “autocrazia”. Anche qui l’insegnante – “autoctonizzato” in Rainer Wenger – vuole provare a sconfiggere lo scetticismo dei suoi ragazzi i quali vedono come assurda la caduta della gente tedesca nel laccio nazifascista. Ritroviamo anche nel film la narrazione di quei piccoli espedienti già usati nella realtà da Ross per stringere attorno a sé i ragazzi: maggior disciplina, uniformi comuni, la fede in un capo carismatico (Wenger stesso). Nella finzione cinematografica, vediamo rappresentata anche un’inquietante escalation da parte dei ragazzi: il gruppo, autoproclamatosi L'Onda, organizza riunioni e feste tra i suoi componenti, realizza un blog per esprimere le idee del movimento, si dota persino di un simbolo, un saluto, uno slogan mentre comincia ad affrontare a muso duro i suoi detrattori e – in generale – chiunque non si degni di entrare a far parte dell’Onda. La deriva violenta è inevitabile, ma per lo spettatore non è possibile non rimanere, almeno per un attimo, irretito in quell’aura di indistruttibilità, di impenetrabilità, di inarrestabilità trasmessa da Wenger e dai suoi seguaci. Una promessa terribile, insidiosa, infida, ma forse anche per questo così affascinante. Gansel riesce a trasmettere perfettamente il fascino del male, tenendo – anche solo per un attimo – l’ignaro pubblico agganciato al suo giogo.

Il finale sanguinoso del film vuole stemperare il tono mantenuto fino a quel momento, fornendo allo spettatore un doloroso risveglio. Ed è questa la sensazione ultima che Gansel sembra voler insinuare al termine della visione: un ritorno alla realtà, la fine di un incubo travestito da sogno, le pecore che tornano a mostrare il loro volto da lupi.

Quello che mi sono chiesto immediatamente, dopo i 102 minuti di cui il film si compone, è stato: è davvero qualcosa di cui consiglierei la visione? Quanto un messaggio del genere può essere capito? E quanto può essere strumentalizzato, travisato? Qual è il pericolo che simili opere possano condizionare un uomo, una donna, un bambino, un’intera popolazione?

Forse non esiste una risposta univoca a tutte queste domande. Immagini di violenza, degenerazione, trasgressione possono indurre all’imitazione, anche se utilizzate in contesti ironici o (persino) didattici? La risposta è sì. Soprattutto nei soggetti più facilmente condizionabili, isolati, alienanti, affetti da disturbi o problematiche socio-culturali, come anche questo film ci tiene a dimostrare. Ma non per questo testimonianze del genere vanno occultate: per molti, simili scene possono essere davvero un protrettico al prendere le distanze da comportamenti e gesti emulatori.

Insomma, una vera soluzione non esiste. Censura o totale libertà di rappresentazione, la questione resterà sempre aperta. Affidiamoci alla saggezza degli antichi: in medio stat virtus.