L'urbanistica nel periodo fascista

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L’impronta totalitaria e moderna della cultura fascista caratterizzò anche l’architettura e l’urbanistica. La volontà di modificare concretamente l’esistenza degli italiani, al contempo mostrando la capacità di creare una nuova civiltà, portò alla trasformazione degli spazi pubblici. Il rapporto fra questa nuova forma di vita cittadina e la politica del Regime fu galvanizzato da due tendenze: la razionalista, più modernista e rivoluzionaria, legata alle avanguardie europee; la neoclassica, di stampo conservatrice, dallo stile monumentale abbellito da marmi, porticati, colonne e archi.

Progettare città, rivoluzionando la forma di quelle esistenti o disegnando il profilo di quelle fondate ex novo, in effetti, costituì una delle sfide decisive per l’affermazione del Fascismo: un impegno sul quale misurare concretamente la sua forza politica e la sua capacità di penetrazione nella comunità nazionale. L’urbanistica, di fatto, rappresentò un’occasione determinante nella sfida portata dal Regime fascista alla modernità; essa passò attraverso la razionalizzazione dei vecchi centri storici, mediante il ripensamento dei rapporti fra campagna e città, nella bonifica e nella fondazione di nuovi nuclei urbani.

Monumentalità e modernità, razionalismo e classicismo, segni tangibili della visione imperiale fascista, toccarono nel profondo anche la città di Avellino, che fu rivoltata dal “piccone rigeneratore”. Un vasto programma di opere pubbliche coinvolse la città e la provincia irpina, con la costruzione di palazzi, strade, scuole ed edifici pubblici. Furono edificati il palazzo delle Poste e Telegrafi, il Regio Liceo Scientifico e l’Istituto Tecnico Commerciale, la Casa dei Mutilati, l’Asilo Maternità e Infanzia (Patria e Lavoro), il Sanatorio Masucci, le sedi degli Uffici finanziari e dell’Ente autonomo per le case popolari – quest’ultime costruite a rione Mazzini. Altra grandiosa realizzazione fascista fu l’Acquedotto dell’Alto Calore, che serviva ad alimentare decine di comuni della provincia avellinese e alcuni del beneventano.

L’ambizioso piano di opere pubbliche includeva la costruzione nel capoluogo della caserma Scuola Allievi Ufficiali di Complemento “G. Berardi” e contemplava, sempre lungo i Platani, l’edificazione di un moderno ospedale civile. I lavori furono avviati nel 1938; naturalmente, lo scoppio del conflitto interruppe i lavori, quindi, le varie occupazioni – prima dei senzatetto provocati dai bombardamenti americani, poi dei militari canadesi in transito -, ebbero l’effetto di sospendere la costruzione dell’edificio. Lungo il corso Vittorio Emanuele fu risistemato il Palazzo del Governo e fu sfarzosamente intensificata l’illuminazione elettrica, da due fila dei caratteristici lampioni denominati ‘pastorali’, con magnifici candelabri a quattro lampade, molto ornamentali.

Via Littorio, l’attuale corso Europa, fu allargata e allungata per poter raggiungere due nuovi edifici pubblici, realizzati uno di fronte all’altro: il palazzo del Genio Civile e l’edificio della Gioventù Italiana del Littorio. Il progettista della Casa del Balilla, poi del GIL, fu l’architetto Enrico del Debbio – autore fra l’altro del Foro Mussolini (poi Italico), dello Stadio dei Marmi e del Palazzo Littorio (in seguito della Farnesina) a Roma -, che incluse spazi per lo sport, la torre quadrata rivestita di marmo con il caratteristico balconcino destinato ai discorsi dei gerarchi, e sistemò all’interno dell’opera una sala teatrale e cinematografica. L’inaugurazione del palazzo, costruito secondo il gusto architettonico fascista e intitolato a Bruno Mussolini, terzogenito del Duce e valente ufficiale della Regia Aeronautica, avvenne il 10 aprile 1937.

Tipica espressione dell’osmosi fra le strutture del partito e quelle dello Stato, l’Opera Nazionale Balilla forniva assistenza igienico-sanitaria e si curava dell’educazione fisica della gioventù italiana dai sei ai diciotto anni. Presieduta dal gerarca Renato Ricci, l’ONB oltre all’educazione fisica, si occupava della formazione culturale, dell’istruzione tecnico-professionale e dell’assistenza religiosa, nelle scuole e nel tempo libero. La grande attenzione dedicata allo sport derivava dalla volontà del Regime di creare un uomo nuovo, forte e capace di competere per dimostrare la propria superiorità. Gli atleti disciplinati sarebbero diventati dei valorosi soldati, i guerrieri che avrebbero accettato la più dura delle discipline. Il Fascismo presentava una rinnovata e potenziata visione del corpo: i gruppi scolastici partecipavano a manifestazioni, sfilate e gare, regionali e nazionali, poiché la ginnastica era funzionale all’indottrinamento. L’impronta paramilitare delle manifestazioni sportive cui partecipavano i figli della lupa, i balilla, gli avanguardisti e i giovani italiani, caratterizzava anche l’attività dell’istituzione avellinese. Secondo questa logica i giovani irpini venivano indotti ad appassionarsi alla vita dei soldati attraverso frequenti contatti con le forze armate, rievocandone glorie e tradizioni belliche, mentre la formazione degli avanguardisti prevedeva l’acquisizione di vere e proprie conoscenze militari, sia teoriche che pratiche, in modo da facilitarne il passaggio alla Milizia e a diciotto anni la chiamata alle armi. Sempre nel quadro del miglioramento igienico-sanitario dei giovani italiani, la GIL si occupava dei campi estivi e delle colonie climatiche, oltre all’organizzazione di viaggi e all’assegnazione di borse di studio per i più meritevoli.

Ad Avellino, come nel resto d’Italia, ogni sabato (il sabato fascista) c’erano riunioni per lezioni di dottrina, e sfilate per il corso Vittorio Emanuele e in piazza Libertà, inquadrate dalle organizzazioni del partito. Bambini e ragazzipraticavano evoluzioni con volteggi e salti attraverso cerchi di fuoco, e imparavano a maneggiare finti moschetti di legno. A loro volta le ragazze, in camicetta bianca e gonna nera, svolgevano attività ginnica, facendo roteare cerchi ed esibendosi nella corsa e nel salto nel campo sportivo Littorio sulla piazza d’Armi.

Un episodio, sconosciuto ai più, rivela i potenti effetti emulativi di tale indottrinamento nella vicenda del balilla Lorenzo Fusco. Nativo di Monteforte Irpino, il giovane Fusco fu insignito nel 1936 della medaglia d’argento al valor militare per l’esempio dato nella guerra d’Africa. Come riportato dalla “Domenica del Corriere” nr. 19 di quell’anno, che gli dedicò l’illustrazione di copertina, egli aveva seguito, in via eccezionale, la Divisione Camicie Nere “21 aprile”, partecipando alla battaglia di Acab-Saat. L’anno dopo Fusco partecipò alle feste per la celebrazione dell’Impero, ricevendo dalle mani di Mussolini la medaglia al valore, che ne ricordava “l’ardimento e il cuore saldo tenuto in trincea”. Egli era stato il fedele esecutore del giuramento di ogni giovane fascista: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”, formula stampata su ogni tessera dell’ONB e della GIL.

Al centro del rinnovamento edilizio cittadino c’era piazza della Libertà, allora conosciuta come piazza della Rivoluzione, stravolta dal piano regolatore Valle-Fariello. Inizialmente nota come largo dei tribunali, in quanto ospitava il palazzo di giustizia nell’odierna sede della provincia, essa vide il suo aspetto architettonico notevolmente mutato nel corso di un decennio. Il progetto prevedeva la demolizione del secolare Teatro comunale, l’abbattimento della chiesa dell’Annunziata (SS. Rosario) del XVI secolo e del complesso francescano, risalente al 1222, e secondo la leggenda voluto da san Francesco, quando attraversò l’Irpinia di ritorno da un pellegrinaggio sul Monte sant’Angelo del Gargano.

Primo a cadere fu il fatiscente teatro, situato fra la prefettura e il Banco di Napoli; al suo posto fu edificato l’attuale palazzo Sarchiola, in stile neoclassico. Per quanto concerneva gli edifici religiosi, si aprì un aspro contenzioso fra il vescovo Petronelli e il podestà, Eduardo Grella. Il prelato contava sull’appoggio delle masse popolari, particolarmente devote al culto del SS. Rosario, e affezionate al complesso francescano. Alle proteste, la dirigenza fascista diede una risposta improntata sul simbolo del “piccone rigeneratore”: “Avellino deve diventare sempre più una città moderna e sentirsi all’unisono con i tempi nuovi […] Essa non è un convento in cui debbano costruirsi altari e altarini da per tutto […] modernizzandosi e abbellendosi, perché dovrebbe conservare quel rudere cadente che con le catapecchie a esso addossate, deturpano la bella piazza della Rivoluzione?”. Il programma edilizio fascista fu attuato: il prefetto, cui si era appellato monsignor Petronelli, nulla poté per impedirne l’esecuzione.

Su piazza della Rivoluzione, al posto del complesso francescano, sarebbe dovuto sorgere il nuovo Palazzo di Città su disegno dell’ingegner Pastena, con facciata in marmo e corpo in laterizi, con portici, balcone per i discorsi del Podestà, e affiancato dalla torre coronata dal fascio littorio. A causa della guerra i lavori si interruppero, la torre non fu mai costruita e, una volta completato, il palazzo dall’enorme mole divenne la sede dell’INA.

La chiesa domenicana dell’Annunziata, adiacente all’attuale prefettura, fu demolita per aprire un varco fra la piazza e via Garibaldi. La chiesa del SS. Rosario, ricostruita lungo il corso principale di fronte al carcere borbonico, fu progettata dall’ingegner Mazzei in stile neogotico, e fu consacrata e costituita in parrocchia il 9 agosto 1942 dal vescovo mons. Bentivoglio, alla presenza di tutte le maggiori autorità cittadine. Essa fu affidata ai Padri domenicani, che tornavano ad Avellino a 136 anni di distanza dalle leggi anticlericali francesi.

Al centro della piazza, inoltre, era stato eretto un monumento ai caduti della Grande Guerra, che rappresentava “l’eroe caduto in guerra cui la Gloria cinge la testa di lauro”. La scultura in bronzo, collocata su di un largo basamento in travertino, recante i motti “Al Sacrificio, Alla Fede, Alla Gloria” fu inaugurata il 23 novembre del 1930. Il monumento, realizzato dallo scultore toscano Passaglia (compensato con 150.000 lire), nel 1940 fu donato dall’amministrazione comunale alla patria, affinché con la raccolta del ferro rifornisse le fabbriche di armi.

Lo stesso santuario di Montevergine, sempre a cura dello Stato, vide l’esecuzione di importanti lavori di restauro e di sistemazione, come il completamento della facciata principale in travertino e la costruzione della strada panoramica, che insinuandosi lungo i fianchi della montagna, tra fitte boscaglie e pareti di roccia, conduceva al monastero benedettino.

Il rinnovamento urbano calato dall’alto su Avellino, in particolare il complesso di edifici del GIL, ideati da un tecnico di chiara fama come del Debbio, testimoniavano la presenza dell’architettura fascista in città, documentavano la politica culturale del partito ed esprimevano l’ideologia mussoliniana, che toccava e rinnovava anche i piccoli centri, tutti egualmente importanti nell’ottica della comunità nazionale.