La cinepresa tra i banchi di scuola

Fonte Immagine: liveunict

Ci sono voluti più di due anni di attesa, ma per i molti precari che, a luglio del 2020, avevano appena messo piede fuori dalla muraglia dorata delle loro università o che proseguivano nella loro errabondo vagare di istituto in istituto per accumulare punteggio, è finalmente giunto il momento del concorso per l’abilitazione. Un concetto che, per chi è distante dallo sgangherato mondo dell’istruzione, potrebbe sembrare lineare. Preparazione, concorso, promozione per i migliori. Probabilmente però, le cose non andranno proprio così. Tralasciando il tempo immemore trascorso – va detto, anche a causa del covid – dalla programmazione delle suddette prove al loro effettivo inizio, anche i metodi di selezione del personale hanno alzato polveroni non da poco, spingendo molti degli esaminati a reazioni quantomeno stizzite. 

Anche qui, un po’ come per il capitolo della guerra in Ucraina, ancora tristemente in corso e a quanto pare senza alcun progresso evidente, non ci resta che chiederci cosa possiamo fare al riguardo. Tra programmi elefantiaci e sballati, rivoluzionati da un giorno all’altro e con l’unico punto in comune d’essere prettamente nozionistici, l’avventura non si preannuncia affatto semplice per i più di quattrocentomila candidati che presentarono domanda più di un anno e mezzo fa per i risicati posti messi a disposizione. Dunque, in primis, un grosso in bocca al lupo a tutti gli aspiranti professori del paese ci sembra più che lecito. E dato che un simile augurio sarebbe comunque poca cosa, ecco un ulteriore piccolo tributo: ma la scuola, nei film italiani, quanto spesso fa la sua comparsa? 

La risposta è facile. Fin dai tempi del neorealismo, la scuola è stata uno dei temi più volte sfiorati dall’immaginario dei registi del Belpaese. D’altronde, la tradizione letteraria del tardo Ottocento aveva già iniziato a battere su questo argomento, sottolineando l’importanza di una didattica unitaria e incline alla collaborazione tra classi e tra individui culturalmente e – potremmo dire, ai tempi – “etnicamente” molto differenti. Un esempio su tutti: il cult Cuore, divenuto in pratica una novella bibbia per generazioni e generazioni di italiani e italiane. 

Gli anni ’60, a ridosso dell’esplosione delle proteste studentesche, vedranno il focus della cinepresa spostarsi sempre di più sul topic “scuola”. Sono gli anni de Il maestro di Vigevano firmato da Elio Petri, in cui il protagonista, un malpagato professore, si ritrova a dover affrontare il dramma della povertà e del tradimento (operato da parte della moglie nei suoi confronti) che lo spingerà lontano dai lidi compositi di cattedre e lavagne. Gli istituti scolastici e i loro operatori fanno capolino anche in numerose autobiografie di pezzi grossi del mondo cinematografico nostrano, come ad esempio nel felliniano Amarcord: qui il dipinto fatto della scuola mostra con chiarezza la sua profonda dicotomia rispetto al sistema educativo attuale. Aule in rovina ricavate in edifici più simili a catapecchie che a vere e proprie strutture agibili, apprendimento passivo da parte degli studenti considerati come puri “auricolari umani”, incapaci di rielaborare criticamente il sapere e piuttosto doverosamente colmati di informazioni, date, nominativi da ricordare. Non mancavano poi ovviamente punizioni severe e violente ramanzine, inimmaginabili nella società odierna in cui – e vada considerato un vantaggio, nonostante alcune eccessive derive – il quadro appena raffigurato ha finito praticamente col capovolgersi. A quegli anni duri fa riferimento anche L’amica geniale, bestseller di successo dell’ignota Elena Ferrante che fa del microcosmo legato allo studio il fulcro principale della sua trama. Studio che rappresenta da una parte indipendenza, emancipazione – specialmente al femminile -, crescita personale, nuove possibilità di guadagno, ma che dall’altro costa anche pesanti sacrifici alle famiglie perlopiù povere in canna e impegnate in lavori pesanti e poco remunerativi. 

Tra le altre cose, Luchetti (autore della trasposizione televisiva de L’amica geniale) si era già esposto su queste tematiche con La scuola, pellicola del 1995 che aveva inaugurato una serie di esperienze cinematografiche legate alle opere di Domenico Starnone, uno dei più noti insider del panorama scolastico italiano, con molteplici saggi e romani basati sulle dis-avventure della sua professione. Quello che emerge è ancora un sistema molto complesso e complicato: professori svogliati e sotto-stipendiati, classi fatiscenti, ragazzi poco attenti e irrispettosi. Se, però, in questa occasione la critica alla scuola transita sotto un’aurea comica o goliardica, in A scuola, docufilm girato da Leonardo Di Costanzo, la ricerca di una risposta alle criticità di uno degli istituti fondamentali del progresso umano si fa più seria e sentita. Negli anni 2000, si crea un continuo ping-pong sull’impostazione dei film che vogliono almeno provare ad avvicinarsi a questo universo così vasto e problematico: dalle scanzonate immagini di Notte prima degli esami a Caos calmo (in cui la scuola fa la sua apparizione, nel dramma di un uomo sull’orlo del precipizio, in maniera periferica) o ancora in La scuola cattolica, dove l’istituzione che più di tutte dovrebbe proteggere ed educare i suoi iscritti finisce invece per diventare una tinozza sanguinolenta in cui si raccolgono i peggiori istinti dell’uomo, tra sette sataniste e efferati crimini. 

Abbiamo dato una rapida scorcia alle evoluzioni di questo motivo ridondante nel cinema italiano. Ma che ne è stato all’estero? 

Riferendoci al cinema statunitense, ovvero quello naturalmente più capace di creare immagini destinate a perdurare nella memoria degli spettatori, è impossibile non ricordare The breakfast club e L’attimo fuggente. Entrambi questi insuperabili capolavori illuminano, in un contesto duro e luttuoso, le figure di due professori, capaci di portare nuova linfa alla loro platea di ascoltatori e assurgendo a quella che dovrebbe davvero essere la finalità prima di qualsiasi educatore: stabilire un rapporto con i propri giovani interlocutori e permettere loro di crescere nello studio appassionandosi a ciò che incontreranno su, altrimenti, noiosi ed interminabili libri di testo.