La Ciociara: in guerra ora come allora

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Nonostante gli anni trascorrano veloci e portino con sé una serie di innovazioni tecnologiche da capogiro, capaci di stravolgere il nostro modo di intendere e mettere in pratica il “vivere”, una pratica umana conserva fin dalle sue origini delle consuetudini comuni: la guerra. Certo, con i secoli si è visto il passaggio dai duelli all’arma bianca, ravvicinati e particolarmente cruenti, all’utilizzo dell’artiglieria fino ad arrivare al ricorso a droni e armamenti nucleari in grado di creare danni incalcolabili con la qualità da non sottovalutare di non richiedere nemmeno un concreto e identificabile sicario costretto a sporcarsi le mani. Dall’eroismo individuale dell’epos antico si è approdati all’era dello sterminio anonimo e massificato. Si potrebbe dire che anche in questo tristo campo l’impronta della cultura consumistica è ben evidente. Eppure la solfa non cambia. Una guerra porta da sempre con sé violenze, sangue, epidemie, carestie e crisi di ogni sorta. Ne stiamo avendo una riprova quotidiana con il conflitto russo-ucraino, non la prima guerra del nostro millennio ma la prima guerra a finire davvero sotto l’occhio vigile di camere ed obiettivi, poiché tanto prossima alla nostra tanto amata NATO. Hanno fatto discutere e tremare le ginocchia i video di uomini e donne gettati nelle fosse comuni o abbandonati a marcire per le strade dopo ignobili rastrellamenti in cui a cadere non importava se fossero soldati o civili, combattenti o bambini.

Al di là del gusto tutto nuovo delle battaglie social tra faker e debunker, perennemente impegnati a contendersi la platea per interpretare/creare nuove notizie, le similitudini con i sanguinosi scontri del cosiddetto “secolo breve” sono innegabili. Una foto in particolare, di una donna in fuga con la figlia dalla ormai famigerata acciaieria di Azovstal, mi aveva riportato alla memoria il leitmotiv di uno dei film più importanti della cinematografia nostrana del XX secolo. Correva l’anno 1960, quando Vittorio de Sica – reduce dai grandi successi di Miracolo a Milano, Umberto D., L’oro di Napoli e Ladri di biciclette, che lo aveva portato addirittura ad aggiudicarsi il premio oscar per il miglior film in lingua straniera consacrandolo non solo come uno degli attori più emblematici, ma anche come uno dei directors principali del nostro panorama cinematografico – metteva in scena La ciociara. Anche questo lungometraggio riscosse un successo planetario: la sceneggiatura basata sul capolavoro neorealista di Alberto Moravia si dimostrava commovente e pungente, una Sophia Loren in grande spolvero – sarà premiata come miglior attrice alla cerimonia dell’Academy, unica donna italiana mai riuscita nell’impresa se si esclude la diva Anna Magnani – ricopriva alla perfezione il ruolo di una protagonista forte e, in controtendenza con parecchi ruoli del suo passato, sempre pronta a battersi per i suoi diritti in quanto donna e madre e indomita di fronte al dilagante maschilismo soffocante degli anni della seconda guerra mondiale. Da lei ci si aspetterebbe una vita da brava massaia e da moglie e madre remissiva: Cesira invece (ovvero la Loren) non ci sta. Decide di sposare un uomo più anziano di lei per allontanarsi dai paesini da cui proviene e condurre una vita più agiata in quel di Roma. Alla morte del marito, eredita una discreta fortuna e riesce persino a portare avanti gli affari della famiglia ponendosi a capo di una rinomata bottega alimentare. A causa della guerra e dei bombardamenti incessanti sulla città, spaventata per l’incolumità della figlia Rosetta, Cesira prende la decisione di abbandonare la capitale per cercare rifugio in periferia, spingendosi verso i suoi paesini nativi nella zona del basso Lazio. Le tappe del loro viaggio sono un susseguirsi di disavventure terribili: il rischio di essere impallinati da scariche di mitraglia dell’aviazione tedesca affamata di vendetta anche sugli innocenti popolani italiani intenti a racimolare quel po’ di provviste per tirare avanti, le indesiderate avances di soldati repubblichini, gli assalti sessuali di soldati mercenari interessati solo a soddisfare i bisogni del proprio ventre. In questo universo rozzo e senza pietà si muovono le due snelle e luminose figure di Cesira e Rosetta, alla ricerca di una pace che sembra lontana anni-luce, costrette a fuggire di paese in paese, ma sempre inseguite dalla barbarie che non concede tregua. Rosetta, in particolare, simboleggia la gracilità e la delicatezza di un futuro ancora tutto da scrivere, ancora intonso, vergine, ma su cui la blasfemia della guerra non potrà che lasciare un amarissimo segno, nonostante la cura e la protezione offerta dalla madre-guerriera Cesira. Negli anni ’60, il messaggio di ricostruzione e ripartenza, di ripartenza dopo il dramma dei due conflitti mondiali e nel pieno regime di tensione della guerra fredda, era un mantra necessario e impellente. Oggi, in un’Italia, un’Europa, un mondo in lento declino, questo bisogno viene forse avvertito meno, come se la depersonalizzazione di tanti processi (tra cui la guerra stessa) ci avesse reso meno ricettivi alla comprensione di problematiche e criticità. Eppure l’Ucraina non è così distante. Anzi, per citare un altro grande regista, persino «la Cina è vicina». Quantomeno per rispetto, smettiamo di volgere la testa dall’altra parte e fare i distinguo: la sofferenza di un popolo è la sofferenza di tutti, la morte era e resta sempre una livella. Ce lo ha insegnato Totò, ce lo ha ripetuto de Sica padre e, se non bastasse tutto ciò, la Storia che stiamo vivendo ce lo sta ricordando.