La coscienza di Lynch

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L’iniziativa della Cineteca di Bologna, Il cinema ritrovato, procede a spron battente, restaurando e ridando pregio a grandi capolavori del passato. È ciò che è già accaduto con Lo sceicco bianco, piccola perla dell’indimenticabile Fellini; lo stesso dicasi per il cult firmato dal re del thriller, Vertigo. L’encomiabile impegno dell’organizzazione felsinea stavolta si è concentrato sul recupero di uno dei pezzi più intricati e rivoluzionari del cinema postmoderno: Mulholland drive, opera di David Lynch.

Per chi non fosse abituato alle produzioni del regista statunitense, Mulholland drive potrà apparire come un’enorme matassa inestricabile. Ad onor del vero, bisogna ammettere che il film uscito nelle sale di tutto il mondo ad inizio millennio non risulterebbe fruibile senza un buon apparato critico neanche al pubblico più perspicace.

Per i suoi fan abituati agli inaspettati escamotage messi in atto nella storica serie tv Twin peaks (da cui viene riconfermato, tra l’altro, anche l’autore della colonna sonora, il siculo-americano Angelo Badalamenti) o alle labirintiche trovate di Blue velvet, niente di nuovo sotto il sole. Eppure molti critici accreditati, data la portata innovativa di questa pellicola, hanno indicato proprio in Mulholland drive la pietra miliare di un nuovo modo di fare cinema. All’amante della semplicità, della linearità, della spettacolarità in puro stile parnassiano, Lynch dichiara, sprezzante, «vade retro». Sono ben altri i lungometraggi d’oltreoceano abbinabili a questi palati. Mulholland D. si auto-incarica di sfuggire ad ogni logica di “normalità”, tessendo una tela che si insinua in ogni anfratto della psiche umana.

Un piccolo avvertimento prima di addentrarci nella materia: in arrivo un gran numero di spoiler. Va però sottolineato come questo sia un film per il quale, più che consigliata, risulti necessaria una seconda visione, accompagnata da una approfondita spiegazione. Quindi forse, mai come in questo caso, avere delle coordinate da seguire nel mare in tempesta delineato da Lynch potrebbe tornare utile.

Proviamo a ricostruire la vicenda raccontata dal regista di Missoula. Lynch decide di introdurci in un mondo a metà tra la veglia e il sogno, in cui nulla è davvero come appare. Difatti, la prima parte della proiezione si sviluppa nell’inconscio addormentato del personaggio che scopriremo essere protagonista dell’intreccio. Ciò è reso chiaro dalle primissime scene del film: alcune coppie che ballano su uno sfondo colorato (indice, probabilmente, della deriva onirica?) seguiti da un’inquadratura che si avvicina ad un cuscino. Da qui scaturisce la successiva mise-en-scène: ci viene presentata una donna affascinante, a bordo di un’auto di lusso e scortata da due uomini non proprio rassicuranti, che sopravvive ad un terribile incidente avvenuto proprio su Mulholland drive (da qui il titolo del film). La donna, ferita alla testa e in preda ad un’amnesia che le fa dimenticare persino il suo nome, si intrufola in un appartamento non troppo lontano e cade tra le braccia di Morfeo. Scopriamo, in un altro breve episodio, che un sicario alquanto impacciato sembra essere sulle sue tracce, mentre ci viene presentata anche Betty, aspirante attrice e nipote della legittima proprietaria dell’abitazione in cui la giovane smemorata aveva trovato rifugio. Le due fanno amicizia e cercano di raccapezzarsi sull’accaduto e sull’identità della donna. Betty e Rita (nome di fantasia che la ragazza si assegna dopo aver visto una locandina della grande Rita Hayworth) indagano sui brutti ceffi che, per qualche inspiegabile motivo, stanno cercando di eliminare Rita e nel mentre si legano anche in maniera più profonda, concedendosi anche l’una all’altra. Sullo schermo, in parallelo a questa vicenda, seguiamo anche il racconto di alcune strane giornate affrontate da un regista che, dopo alcune pressioni per assumere come attrice protagonista quella che sembra essere proprio Betty, finirà per assecondare la volontà dei producers. La coppia proverà ad investigare anche su Diane Selwyn (unico nome che appare familiare alla povera Rita), rinvenendo però il suo cadavere sfigurato in modo orribile. Dopo una notte di passione, Rita invita l’amica ad assistere ad uno spettacolo teatrale a dir poco insolito: il presentatore insiste sul concetto di finzione e ipocrisia, dato che buona parte dello spettacolo è registrato in playback.

Seguire il filo è difficile, fino a questo punto. Ma da qui, la situazione non fa che complicarsi ulteriormente. Al ritorno a casa dopo lo show, Rita ritrova nella sua borsetta una piccola scatolina blu, dotata di una serratura che una chiave in suo possesso riesce ad aprire. Betty è improvvisamente scomparsa. Rita decide di controllare il contenuto della scatola. La telecamera si avvicina al contenitore color cobalto e…ne viene risucchiata.

Ci risvegliamo nei panni di Diane Selwyn. La stessa Diane che aveva attirato la curiosità di Rita. Nonostante da qui in poi la dimensione onirica ceda il passo alla cruda realtà, la storia inizia ad apparirci sfilacciata, nevrotica. E lo fa per un motivo: l’intera prima sezione della pellicola altro non era che il surreale copione messo su dalla psiche addormentata di Diane, la quale ha sofferto di un crollo nervoso a seguito dell’allontanamento dalla sua amata. Ricostruendo il puzzle costituito dai frammenti di scene che scandiscono il passo da questo punto fino alla fine della visione, comprendiamo che in realtà Diane era innamorata di Rita (Camilla, nella vita ad occhi aperti). Diane però non assomiglia molto al ritratto di sé che ha voluto proiettare nella Rita del sogno: non è sicura di sé, non presenta grandi capacità istrioniche (è Camilla infatti ad ottenere un ruolo che lei sperava di avere per una produzione hollywoodiana) e soprattutto non è ricambiata nel suo amore dalla compagna. È Camilla infatti ad intercettare le attenzioni del regista (comparso anche nei sonnolenti miraggi di Diane), il quale annuncerà, di fronte a Betty, il suo fidanzamento ufficiale con Camilla. La fragile mente di Betty non regge il colpo: in uno scatto d’ira, la vendicativa bionda ingaggia un killer per mettere fuori gioco per sempre Camilla. A lavoro compiuto, l’assassino avrebbe fatto rinvenire su un tavolino nel suo appartamento una chiave blu a Diane. Ed ecco spiegato anche il perché del curioso oggetto. Tormentata dal senso di colpa per la spregevole azione perpetrata, Diane decide infine di togliersi la vita sparandosi in testa.

Un film duro, a tratti incomprensibile, profondamente surrealista, volenteroso di approfondire tematiche care a Freud come il rimorso e il ripresentarsi del rimosso, il dualismo tra odio e amore, i misteriosi effluvi dell’inconscio durante il sonno. Una storia, tra le altre cose, in cui la psicosi e la difficoltà di essere donne in un mondo spesso profondamente maschilista (immaginiamolo poi venti anni fa) emergono con veemenza, anticipando molte riflessioni future.

Un film assolutamente da vedere (e rivedere e rivedere) per qualsiasi cinefilo.