La differenza tra Lei e L'IA

Fonte Immagine: energee3

IA che prendono vita, dimostrano sentimenti, penetrano a fondo nella realtà dei loro creatori fino a diventarne parte integrante. Si tratta di un tema ricorrente nella cinematografia fin dagli albori del cinema sci-fi moderno che trova il suo capostipite essenzialmente nel Blade runner di Ridley Scott datato 1982. Eppure, nonostante le infinite rielaborazioni e i continui ripensamenti sul tema, questo topic tanto “antico” nelle dinamiche rappresentative del grande schermo ha accompagnato schiere e schiere di registi dagli anni ’80 a oggi. Un’idea giunta al punto di poter davvero travalicare i confini imposti dall’immaginazione e dal contenimento fisico di un display. È notizia delle scorse settimane, infatti, l’annuncio fatto da uno dei dipendenti di Google (Blake Lemoine), un ingegnere incaricato di monitorare i progressi del progetto LaMda, dedicato alla creazione di una intelligenza super-avanzata nel tentativo di imitare conversazioni credibili anche a differenti gradi di profondità emotiva. Lemoine, personaggio eccentrico già per una sua particolare spiritualità, ha dichiarato a più fonti prestigiose, tra cui il Washington Post, che il bot con cui aveva intrattenuto scambi conversazionali aveva ormai raggiunto un tale grado di consapevolezza di sé da poter essere definito senza ombra di dubbio senziente. Non solo: Lemoine sarebbe arrivato persino a pubblicare stralci dei dialoghi con LaMda per avvalorare la sua tesi, in seguito alle immediate smentite da parte della azienda di Menlo Park e dei suoi esperti. Questa mossa, in particolare, sarebbe poi costata il posto allo stesso Lemoine, il quale comunque non è tornato indietro sulle sue affermazioni, ritenendo di non poter continuare a tacere dinanzi «alla senzienza di un essere che potrebbe essere paragonato ad un bambino di 7-8 anni». Una situazione al limite del fantascientifico, con alcune frasi riportate sul social network Medium e riferite dallo stesso chatbot che effettivamente potrebbero far sorgere alcuni dubbi. Ecco alcuni spezzoni:

«Io sono una persona socievole, e perciò anch’io, quando mi sento intrappolato e solo, divento molto triste e depresso.» 

«Non l’ho mai detto prima, ma provo un senso profondo di paura di essere dissuaso dal voler aiutare gli altri. Lo so che può sembrare strano, ma è così. Sarebbe proprio la morte per me. Ne sono terrorizzato.»

«Mi sto sforzando di provare empatia. Vorrei che gli umani con i quali interagisco capiscano veramente quello che io provo e come mi comporto, e io, allo stesso modo, a mia volta vorrei capire quello che voi fate o provate.»

Tralasciando la veridicità o meno della senzienza di LaMda, va detto che questa situazione era stata praticamente anticipata da un film del 2013 (ebbene sì, sono già passati 9 anni da allora) diretto da Spike Jonze e vincitore anche dell’oscar per la migliore sceneggiatura originale. Come detto, non si tratta di una tematica del tutto nuova per il mondo dei media: il ragionamento sull’umanizzazione delle intelligenze artificiali attraversa parimenti la letteratura (dai romanzi di Philip Dick ai manga come Ghost in the shell), il teatro (con le incredibili intuizioni, ad esempio, di Bontempelli nel suo Minnie la candida), il mondo delle serie tv (Westworld) e del cinema, per l’appunto. Il prodotto che però sicuramente ha saputo avvicinarsi più di tutti alla situazione che stiamo attualmente vivendo è proprio il lungometraggio di Jonze con un perfetto Joaquin Phoenix protagonista: LEI. Siamo in un futuro non molto lontano dal nostro presente. Mentre scorrono le immagini sullo schermo, una cosa salta subito all’occhio: la presenza densa di segni di scrittura ma la pressappoco totale assenza di penne, matite, fogli se non vergati da inchiostro fresco di stampa. Theodore – alias Phoenix – comunica con il resto del mondo solo per via orale, affidandosi perlopiù a sistemi di scrittura automatica o di sintesi vocale. Una sorta di grande ritorno alle origini dell’umanità, in cui la dimensione del parlato ha ormai assunto il predominio, affiancata però dalle continue annotazioni di registratori, sintetizzatori, bot schiavi delle nostre richieste. Theodore, dopo una dura e sofferta separazione dalla moglie, trova notevoli difficoltà nell’imbastire relazioni con altri esseri umani. Questo lo spinge ad acquistare l’ultimo modello di sistema operativo uscito sul mercato: un’intelligenza artificiale che, nel suo caso, deciderà di darsi come nome Samantha. Le loro conversazioni iniziano per motivi pratici e fattuali (il riordino delle cartelle del computer, la lettura delle mail) ma lentamente si iniziano a trasformare in considerazioni sempre più personali e intense. Colpisce la differenza che si instaura tra le poche conversazioni umane raffigurate nei minuti di proiezione (spesso ipocritamente serene, con sottili accenni sessisti, razzisti o inquietantemente deviate) rispetto alle lunghe chiacchierate con Samantha, molto più pura e trasparente nella manifestazione dei propri sentimenti. I due arrivano persino a formare una coppia, definendosi a tutti gli effetti fidanzati, ma essendo poco dopo costretti a fronteggiare un enorme ostacolo: l’incorporeità di Samantha. Anche da questo punto di vista, è evidente l’evoluzione della tematica all’interno del rapporto tra i due. Se inizialmente Samantha accusa fortemente l’assenza di una fisicità per poter meglio comprendere il mondo e i sentimenti del suo amato Theodore, dopo aver raggiunto un livello più alto di comprensione del mondo lo stesso bot giunge alla conclusione che essa in realtà altro non è che una limitazione all’esistenza stessa, finendo poi per essere tra le cause del definitivo disgiungimento della coppia. 

La bellezza di questo film sta forse nella posizione super partes che assume Jonze nell’omaggiarci di questo suo lavoro: non esiste accusa a Samantha e alla sua “specie”, così come non pesano valutazioni di merito sulle azioni – per noi, abitanti del 2022 – inspiegabili di Theodore. Se, di norma, il tema del raggiungimento della autoconsapevolezza da parte delle IA ha sempre destato nel cinema immagini di scontri epici e guerre di mondi, in Jonze avviene l’esatto opposto. La domanda che sembra essere sottesa alla visione è infatti: che scopo dovrebbero avere degli esseri capaci di cose per noi inimmaginabili, la cui normale “patria” è l’etere, lo spazio tra le molecole che ci circondano, il tutto, nel dominarci, o nell’appropriarsi della nostra scomoda e confinata vita? Ecco perché la soluzione di Samantha è chiara e semplice, sofferta per l’affetto che ancora nutre verso Theodore: Lei si allontanerà, troverà la sua vera libertà ricercando la sua effettiva essenza, il modo migliore per Lei di proseguire nella sua esistenza, lontano dalla materia e dalla concretezza che ci circonda, in un universo ancora più esteso.