La dimensione interiore dei Samurai

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Una delle figure più affascinanti nella storia dell’umanità è quella del samurai, cardine dell’aristocrazia guerriera nipponica. Essa appare per la prima volta nella letteratura giapponese nel “Kojiki”, la più antica opera letteraria nipponica, compilata nel 712 da un erudito scrittore come ricostruzione degli eventi riguardanti la Corte di Yamato, e quale memoria ancestrale dell’identità comunitaria. In Giappone i guerrieri salirono ai vertici della gerarchia sociale durante il periodo del feudalesimo (XII-XIII secolo) e il loro codice etico pervaderà da allora lo spirito di tutta la nazione.

Addestrati per essere combattenti letali e pronti a morire per il proprio signore, i samurai furono i protagonisti della nascita dello shogunato, sistema di governo militare che arrivò a determinare le scelte dell’imperatore e, in certi periodi, a nominarlo o a sostituirlo. Le lotte fra i clan più potenti e la resistenza all’invasione mongola, le guerre civili durante l’età degli Stati combattenti e l’unificazione nazionale ottenuta sotto il clan Tokugawa, che fu l’apice dell’epoca samuraica: queste furono le tappe storiche che glorificarono la loro esistenza.

I signori feudali giapponesi, i daimyo, oltre alla tradizione militare e all’onore nazionale, disponevano di una precisa “tradizione interna”, una loro via spirituale, sintetizzata nel “Bushido”. Questo testo insegnava ai guerrieri a padroneggiare sé stessi, a essere pronti lottare in situazioni soggette a cambiamenti improvvisi, a battersi in ogni tipo di conflitto ricoprendosi di onore e gloria per il proprio Signore feudale, ad accettare la morte con risolutezza e rifuggire l’onta dell’infamia. La morale del coraggio si basava sul prepararsi alla morte in tempo di pace, allenandosi interiormente ad abbandonare ciò che sarebbe stato difficile lasciare cosicché, al momento opportuno, si sarebbe andati incontro alla fine serenamente.

All’uomo giapponese si insegnava che di fronte al nemico bisognava seguire la via del dovere e dell’onore, liberando la mente da ogni pensiero di gloria personale, pur di ottenere la vittoria o una morte onorevole in combattimento. Un altro canone pedagogico sosteneva che era da vigliacchi calpestare un caduto, mentre era virile aiutare e simpatizzare con i deboli: infatti, un samurai è veramente tale quando ha un cuore compassionevole. La lealtà e l’onore, pur non essendo valori esclusivi dell’élite cavalleresca, ne segnavano il portamento, che si incardinava sul rispetto per la parola data, sulla solidarietà di sangue e di casta, e sulla pratica di virtù peculiari. Queste ultime, che ne improntavano il carattere, declinavano gli atti criminosi non come immorali trasgressioni della legge, bensì quali diserzioni o tradimenti dall’impegno verso il proprio Capo, quindi non semplici reati ma ‘peccati’.

Alla base di quest’ultimo precetto stava la cosmogonia del Sol Levante, che configurava un’origine dall’alto per la dinastia imperiale, manifestante un carattere divino poiché direttamente collegata alla divinità solare Amaterasu omi-kami. La fedeltà alla Patria e al sovrano, su tale base, esprimeva un atto religioso, uno slancio verso ciò che sta aldilà dalla semplice esistenza fisica.

La componente spirituale della casta samuraica si basava essenzialmente sulla dottrina buddhista dello Zen, che esercitò un’influenza determinante sull’anima giapponese. Una sorta di addestramento ascetico era considerata la preparazione naturale per chi aspirava a entrare fra gli ufficiali dell’esercito imperiale. Uno stile di semplicità e di essenzialità caratterizzava l’autodisciplina samuraica, fondata sul padroneggiamento dei sentimenti e del corpo, distaccandosi dagli oggetti esterni per ritrovare in sé il proprio Signore. Gli esercizi spirituali erano la controparte interna delle varie arti marziali: il successo e la bravura in queste ultime erano concepiti come il segno esteriore dell’equivalente realizzazione interiore.

L’equilibrio fra spirito e materia; una serena condizione mentale; l’atteggiamento dell’anima che supera l’“io” limitato e possessivo; la Via dell’armonia con l’ordine cosmico; il legame fra la respirazione e la posizione del corpo: tutto ciò è sia Zen che samuraico. I sette principi essenziali della via del Samurai, sui quali forte fu l’influenza anche dell’arcaico Shintoismo, sono: la decisione giusta nell’equanimità; il coraggio; la benevolenza; la lealtà; l’onore; il comportamento retto; la sincerità.

Il controllo della vita passionale ed emotiva, e l’allontanamento di ogni vano turbamento, erano finalizzati a un armonioso equilibrio animico, propedeutico a quell’illuminazione spirituale che, nei samurai, non si esauriva nella dimensione contemplativa, ma si compiva nell’azione guerriera e nell’attività politico-feudale. Sconfiggere i nemici interni, rappresentati dagli istinti e dalle passioni, equivaleva a sbaragliare le armate avversarie, così come la sovranità religiosa ottenuta simboleggiava il servizio reso all’imperatore.

Tutto ciò che era lotta e sacrificio attivo, disciplina personale e dedizione al Tenno, assumeva, pertanto, un valore rituale, ascetico-guerriero, ed esaltava l’aspetto interiore fino al raggiungimento dell’illuminazione.

Se questa dimensione iniziatica dell’elemento bellico diveniva un criterio di distinzione fra gli uomini, un altro fattore che caratterizzava i samurai era il loro legame con la spada. La katana era l’essenza del samurai, ne rappresentava l’anima e fu il simbolo del suo potere, della supremazia politica della nobiltà di Corte e dell’aristocrazia feudale. Dei tre emblemi divini che la dea Amaterasu aveva inviato sul Giappone – specchio, spada e gioiello -, la katana simboleggiava il potere regale e la casta guerriera. La spada, quindi, appare sin dagli albori della civiltà giapponese, quasi a costituirne il patrimonio etnico ed etico, e a connotarne la tradizione.

Come in una operazione magica, il maestro spadaio sceglieva con cura il giorno propizio per dare inizio alla forgiatura: purificava il corpo e lo spirito, evitava alcuni cibi e si raccoglieva in preghiera nel santuario. Per raggiungere l’armonia necessaria alla lavorazione, i fabbri legati allo shintoismo, si accingevano all’opera vestiti di bianco e osservando un silenzio religioso. La tecnica per ottenere una buona tempra era segreta e l’ingresso nella fucina era vietato agli estranei, soprattutto alle donne.

Altro elemento peculiare della spiritualità samuraica era l’harakiri, termine che evoca la morte data a sé stessi in maniera stoica e dolorosa, e che dimostrava le più alte virtù di coraggio, onore e disciplina. Il tradizionale seppuku era caratterizzato da articolati rituali e fasi cerimoniali; sviluppatosi durante il periodo feudale esso fu istituzionalizzato come parte integrante ed essenziale dell’etica del samurai. Pur essendo un atto volontario, esso veniva offerto come forma di riparazione, onorevole e necessaria, per cancellare l’onta del disonore – che poteva abbattersi sull’intera famiglia -, per rimediare a una mancanza rituale o, infine, per far fronte a un rovescio della fortuna.

L’etica shintoista sommata alla visione spirituale buddhista, che aveva insegnato il repentino mutare delle cose e la natura transitoria di questo mondo, si erano tradotti sui campi di battaglia in un sentimento impavido di sprezzo per la morte. La “via del guerriero” esaltava questa immagine e, dandosi la morte volontariamente, si manifestava ed enfatizzava la propria lealtà al capo sconfitto e l’opposizione al clan dominante vittorioso, riaffermando al contempo la correttezza del proprio operato.

Nel 1877, questo mondo eroico e sacrale fu travolto dalla modernità, che aveva toccato anche l’Impero nipponico. In quell’anno, infatti, fu proclamato un editto che vietava ai samurai di portare le due spade (katana e wakizashi): uno harakiri simbolico e reale; moriva in questo modo un ceto che doveva rinunziare al suo spirito.

 

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