La favola di Natale

Fonte Immagine: avig

Questa favola è nata in un campo di concentramento del Nord-ovest germanico, nel dicembre del 1944, e le Muse che l’ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia.

Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un “castello” biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava già rivestiti di musica soffice e calda come lana d’Angora”.

È il 1944. Giovannino Guareschi trascorre il secondo Natale di prigionia in un campo di concentramento nel nord-ovest della Germania, con altre migliaia di prigionieri. Tra loro erano presenti professionisti e dilettanti di musica e di canto e qualcuno di loro era riuscito anche a salvare il proprio strumento. Giovannino scrisse la favola, Coppola orchestrò musica e canti. E la sera della Vigilia andò in scena "La favola di Natale" nella squallida baracca che veniva chiamata “teatro”. E per una sera i prigionieri dimenticarono la loro prigionia e ritrovarono la magia del Natale.

La nostalgia l’hanno inventata i prigionieri perché in prigionia tutto quello che appartiene al mondo precluso diventa favola, e gente ascolta sbalordita raccontare che le tendine della sua stanza erano rosa. In prigionia anche i colori sono una favola, perché nel Lager tutto è bigio, e il cielo, se una volta è azzurro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro mondo. Anche la realtà presente diventa nostalgia”.

La favola di Natale inizia come ogni favola che si rispetti: “C’era una volta un prigioniero…” però il lettore comprende subito che questa non è una favola come tutte le altre, ma qualcosa di diverso. “C’era una volta un prigioniero…No: c’era una volta un bambino…Meglio ancora: c’era una volta una Poesia…Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero. <> direte voi. <> La Poesia c’entra perché il bambino l’aveva imparata a memoria per recitarla al suo papà, la sera di Natale. Ma, come abbiamo spiegato, il papà del bambino era prigioniero in un Paese lontano lontano”.

Il bambino è Albertino, il primogenito di Giovannino, che ha imparato la poesia di Natale per il suo papà ma sa che dovrà recitarla davanti a una sedia vuota. Il suo papà è prigioniero, in “Un Paese curioso, dove l’estate durava soltanto un giorno e, spesso, anche quel giorno pioveva o nevicava. Un Paese straordinario dove tutto si tirava fuori dal carbone: lo zucchero il burro, la benzina, la gomma. E perfino il miele, perché le api non suggevano corolle di fiori, ma succhiavano pezzi di antracite”.

Quella Poesia, destinata a Giovannino, a un certo punto decide di andare via; esce dalla finestra e inizia a volare. Vuole raggiungere il campo di concentramento ma non riesce a superare il confine: un “omaccio vestito di ferro” la blocca e con un pennarello cancella molte parole, tutte quelle che, in quel momento, non possono essere libere di viaggiare nel mondo. Per la Poesia questo viaggio si sta trasformando in una vera tragedia: “Con tutte queste cancellature io non sono più una poesia…”. Lungo il viaggio di ritorno la Poesia incontra un vecchio dalla barba bianca e con l’aria mite, il Buonsenso: anche a lui ormai è proibito entrare. E dire che ha sempre avuto ingresso libero nei Paesi più importanti del mondo.

Mentre la Poesia vive il suo dramma, Albertino è andato a dormire. La nonna decide di raccontargli una favola per farlo addormentare e per regalargli la magia che questa notte santa merita.

Albertino, quindi, cullato dalle parole della nonna, si addormenta. Ma, all’improvviso, dei piccoli colpi alla finestra lo svegliano: è la Poesia, è tornata e racconta al bimbo la sua triste avventura.

A questo punto Albertino, con fare sicuro, decide di partire! Andrà lui a cercare il suo papà!

I sogni dei bambini sono tutti illuminati da occhi di gattini, da lucciole, da stelline. È un tipo di illuminazione molto conveniente perché ci si vede a sufficienza e il contatore non gira”. Gli oggetti di casa hanno tutti un messaggio da mandare a Giovannino: l’orologio, la novella in attesa di essere scritta nella macchina da scrivere. Albertino promette che riferirà tutto.

Accompagnato da Flik, il fedele amico a quattro zampe, Albertino quindi parte e al cancello trova anche la nonna. Anche lei vuole andare a trovare Giovannino: “Io vado a trovare il mio bambino”.

Solo la luce tenue della Lucciola li accompagna, ma non hanno paura; hanno chiara la mèta del viaggio: tanti sono gli incontri che fanno nel corso di questo cammino così freddo e così difficile, una locomotiva che non può aiutarli a causa della mancanza di personale, ad esempio, ma che poi si commuove e decide di provare, per accompagnarli almeno fino al ponte saltato in aria. Una Gallina che li aiuta a capire quale strada seguire. Un campo d’atterraggio per Angeli.

Gran lavoro, durante la guerra, per l’aviazione del buon Dio. Angeli da ricognizione incrociano sui luoghi delle battaglie e segnalano eventuali concentramenti d’anime. Angeli da trasporto accorrono e caricano le anime e le portano in Cielo”.

Tra una caduta in un bosco immenso con gli alberi carichi di neve, un cammino tra cespugli abitati da funghi, un incontro con il dottore addetto alla cura degli alberi, il viaggio continua, fino ad arrivare a una fredda radura, ricoperta di neve, dove solo stando stretti è possibile sentire meno freddo. E in questa radura vedono un uomo curvo, con una sacca sulle spalle. “Era il babbo che, nella notte di Natale, era fuggito dal suo triste recinto e ora camminava in fretta verso la sua casa. Voleva ritornare, almeno quella notte, e girare tutte le stanze e affacciarsi ai sogni di tutti i dormienti”. E il babbo riceve la sua sorpresa più grande: una lettera, una lettera per lui, il numero 6865. “È una lettera importantissima perché l’hanno scritta un po’ tutti: la nonna dettava; la mamma guidava la mano di Albertino il quale scriveva; il nonno rileggeva parola per parola, ad alta voce; Flik acciuffava al volo e riportava ad Albertino le virgole che, come farfalline, volavano via dalla penna d’Albertino. E la Carlottina, seduta sul suo seggiolone, lanciava in aria dei piccoli punti esclamativi d’argento che ricadevano sul foglio e si appiccicavano qua e là tra le parole per farle ancora più belle”.

Albertino, la nonnina e Giovannino vivono così una notte santa davvero speciale, dove sembra che tutti i sogni possano realizzarsi, dove ogni distanza può essere annullata. Ma la realtà non può essere cambiata e quando Albertino chiede al suo babbo di portarlo con sé, ecco che la realtà si presenta in tutta la sua crudezza: “Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai”.

La favola di Natale è un libro piccolo ma prezioso: per poterla apprezzare e comprendere al meglio bisogna leggerla sapendo quando è stata scritta, potendo solo immaginare il dolore dell’uomo prigioniero e la disperazione del padre lontano dai suoi figli, nel periodo dell’anno in cui il calore della famiglia e della propria casa è più prezioso che mai. La favola di Natale è piena di sentimento, senza mai cadere nella retorica. La bellezza di questo libro è nella grandezza dell’autore che riesce a creare una normalità in un contesto di orrore, dove a dominare sono la fame, la nostalgia e il freddo. Giovannino con la sua fantasia e la sua grandezza d’animo riesce, invece, a regalare ai suoi compagni una notte di bellezza, di amore, soprattutto di speranza.

Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti. Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E inutile, signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina. Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira, farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. L’uomo è fatto così, signora Germania: di’ fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te, signora Germania”.

Così scriveva Giovannino nel Diario Clandestino e in queste parole è possibile ritrovare lo spirito e la forza che lo hanno sorretto per tutto il periodo della prigionia.

La favola di Natale è un libro che sa di felicità, ha il sapore della speranza, ha il sapore della fiducia nel futuro e nella vita, nonostante tutto. Questa favola è una storia di libertà, di resistenza, una storia che quasi sembra voler imporre la difesa a quel diritto irrinunciabile dell’essere umano che è il sogno. La capacità di sognare va difesa sempre, in qualsiasi circostanza, e in questa difesa le parole, se usate bene, come in questo caso, rappresentano l’arma più potente!

“Stretta la foglia – larga la via

Dite la vostra – che ho detto la mia.

E se non v’è piaciuta – non vogliatemi male,

ve ne dirò una meglio – il prossimo Natale,

e che sarà una favola – senza malinconia:

C’era una volta – la prigionia…”