La ferocia “Chi sa tace, chi parla non sa”

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Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due mattino. La strada collegava la provincia di Taranto a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo verso nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immaginario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi”.

Inizia così La ferocia, romanzo di Nicola Lagioia vincitore del Premio Strega nel 2015, e immerge il lettore nella geografia di questa storia: siamo in Puglia, in una periferia industriale, in un luogo in cui la vita sembra essere assente. È la Puglia, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo in cui a dominare sono la cupidigia, la ricerca del successo, il denaro, il compromesso. E in questo luogo spettrale compare Clara: “Fu sullo sfondo dell’impalpabile nuvolaglia grigio-verde che la ragazza fece il suo ingresso nel giardino. Era nuda, e pallida, e ricoperta di sangue. Aveva le unghie dei piedi laccate di rosso, belle caviglie dalle quali partiva un paio di gambe slanciate ma non secche. Fianchi morbidi. Un seno dritto e pieno. Avanzava un passo dietro l’altro – lenta, barcollante, tagliando il prato in due”. Clara: bellissima, magnetica, difficile. Clara è la figlia del noto costruttore Vittorio Salvemini: viene investita mentre cammina al centro della strada. Il mezzo che la investe è guidato da Orazio Basile, che nell’incidente perde una gamba, gli sarà amputata. Ma qualcosa non è chiaro: la ragazza viene ritrovata ai piedi di un autosilo. La versione ufficiale parla di suicidio. Perché questa versione regga e non venga smentita, Vittorio compra il silenzio di Orazio: gli paga le cure mediche, gli regala un appartamento. Il funerale raccoglie attorno a Clara moltissime persone: tanti i volti noti, importanti, impegnati nella vita politica e culturale di Bari. Qual era il loro legame con Clara? Perché sono tutti presenti al suo funerale? Manca una sola persona della famiglia: Michele, il fratello più amato da Clara. Michele vive a Roma, è in realtà fratellastro di Clara, figlio di una relazione adulterina di Vittorio. Dopo la morte di parto della madre, Michele è stato allevato da Vittorio con sua moglie, Annamaria: “Annamaria non era troppo ferita dalle scappatelle di Vittorio, peraltro così rare. I grandi uomini, perché non diventino dei mostri, è bene che conservino una parte infantile. Vittorio ogni tanto poteva per così dire anche tradirla, l’importante era che lui non ne sapesse niente quando tornava a casa”.

Il legame tra Clara e Michele è fortissimo: Clara non accetta e non tollera le ingiustizie che vede compiere ai genitori contro questo bambino introverso. Clara nota le differenze in tutto, a partire dai regali, fino alla gestione della vita, della scuola, dello sport. Crescendo, Clara frequenta molti uomini, nonostante il matrimonio con Alberto; Clara si droga; torna sempre più spesso a casa coperta da lividi e graffi. Clara, che si era sentita rifiutata dalla mamma ancor prima di nascere: “Ultimamente era arrivata a vergognarsi dei pensieri che aveva rivolto alla bambina. Tanto più che nelle ultime settimane Clara se ne stava buona buona nella pancia. Scalciava poco e niente. Nel corso dell’ultima ecografia se n’era stata così ferma che per un attimo la ginecologa aveva aggrottato le sopracciglia in modo strano…Da neonata Clara aveva davvero un influsso malefico? Che assurdità!

La ferocia è un romanzo poderoso, in cui il lettore può solo immergersi per lasciarsi trasportare dalla storia, anzi dalle storie che sono al suo interno: la storia di una donna bellissima e infelice; la storia di due fratelli e della loro giovinezza, due fratelli legati da un rapporto intimo e complice; la storia di una città e dei suoi mille segreti oscuri; la storia di un padre e delle sue colpe, colpe che si riversano nelle vite e negli errori dei figli; la storia di un mondo in cui si crede che il denaro possa risolvere e salvare tutto senza ammettere che ciò non sarà mai possibile. Tutte queste storie rappresentano un mondo, il mondo in cui tutti noi viviamo.

La famiglia Salvemini, all’apparenza perfetta, fonda le sue basi, in realtà, sull’inganno, sulla disonestà, sull’opportunismo. La bellezza del luogo in cui vivono è deturpata dagli eventi: in questo romanzo la bellezza della Puglia lascia il posto a una natura e a una regione deturpate dalle speculazioni e dallo sfruttamento, in cui sembra che nessuna salvezza sia possibile. La morte di Clara è solo l’ultimo episodio, quello definitivo, quello che cambia tutto, di una storia fatta di eventi che hanno un unico obiettivo: l’elevazione nella scala sociale, a qualsiasi costo. L’apparente generosità nell’accoglienza del figlio illegittimo, Michele, si basa invece su una profonda ipocrisia che è alla base non solo dello squilibrio e della disperazione in cui vivrà sempre Michele ma anche del terribile autolesionismo di Clara, che forse vuole solo punirsi per la sua fortuna, per la sua bellezza, per la sua famiglia.

Figura centrale nel romanzo è il padre: un padre che crede di agire sempre per il bene della famiglia, dei figli e, al contrario, agisce solo per il suo bene, per i suoi soldi, per il suo nome. Vittorio è spinto dalla sua avidità e dalla sua ambizione e non si ferma davanti a nulla: non si ferma davanti al dolore di Michele, non si ferma nemmeno davanti alla morte della figlia. “Seduto sul divano con le gambe accavallate, piegava il braccio lungo la spalliera in modo da tenere il bel quadrante d’oro all’altezza dello sguardo. Le tre meno un quarto del mattino, e Vittorio aspettava la telefonata dalla quale avrebbe saputo se sua figlia era viva oppure no”. Vittorio crede di aver costruito un castello, il castello in cui tenere protetto il suo mondo, in cui dare sicurezza alla sua famiglia: il suo è in realtà un castello di carte, che non resisterà alla tempesta provocata dalla morte di Clara, che farà venir fuori, in una serie inarrestabile di scoperte, la verità.

Lo stile di Nicola Lagioia è uno stile forte, avvincente: il lettore pagina dopo pagina si trova letteralmente inglobato nella storia, tanto da dover tirare il fiato leggendo, sospendere la lettura e ripensare a tutto quanto ha letto fino a quel punto. Fin dalla prima pagina di questo romanzo il lettore proverà le stesse sensazioni date dai grandi capolavori della letteratura russa: quelle storie magistrali e immense in cui la trama è secondaria all’esperienza della lettura; in cui la forza della lingua, di ogni singola frase, sovrasta tutto e crea un universo da cui è difficile staccarsi una volta terminata la lettura. E, alla fine, girata l’ultima pagina, resta impellente il desiderio di riprendere il libro e ricominciare a leggere: tanti sono gli elementi da riscoprire, i punti da rileggere, le emozioni da analizzare (e riprovare), le sfumature da cogliere.

La ferocia è un libro che porta a riflessioni profonde e di varia natura: il lettore è spinto inevitabilmente a guardarsi intorno e interrogarsi sulla realtà di ciò che vede, sulla perfezione apparente di alcune vite e di alcune famiglie, sulla piega che la società sembra ormai aver preso nel nome del successo personale e dell’ambizione. È un libro che non può lasciare indifferenti: probabilmente lo si amerà, profondamente, ma se lo si odierà, sarà un sentimento altrettanto profondo.