La fine della famiglia tradizionale...

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Può tranquillamente considerarsi una vera e propria "crociata", quella condotta da quasi tutta la sinistra italiana, contro l'istituzione della famiglia tradizionale. E non è un azzardo definirla tale sin dai tempi in cui il governo Renzi, il 23 dicembre 2015, tramutò in legge un abominio mentale che cancellò gli appellativi "madre" e "padre", per far posto alle elucubrazioni "genitore 1, genitore 2". Gli ultimi due colpi ad una tradizione solida e millenaria, quale è quella della famiglia, sono costituiti da due proposte di legge in discussione.

Procediamo con ordine.

Il Ddl Zan, il cui testo riporta, in verità, in primis le firme dei soliti Boldrini e Speranza, è un decreto legislativo, che va, quindi, a modificare leggi precedenti. E, precisamente, gli articoli 604-bis e 604-ter c. p., nonché il decreto-legge 122 del 26 aprile 1993 (legge

Mancino). Nel caso in cui passasse al senato tale decreto, si aggiungerebbe al testo "È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi" la dicitura "oppurefondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale,sull'identità di genere o sulla disabilità". In tal senso, saranno modificate anche le aggravanti previste dal 604-ter e dalla legge Mancino.

Tutto molto bello, di nobile natura, se letta a mo' di romanzo, di commedia alla Hugh Grant. Ma se non ci fermassimo alle belle parole, al titolo, al sentito dire, ad una scritta su una mano, perché fa tanto social, e se andassimo a fondo alla questione, ci accorgeremmo che questa fiabesca rappresentazione comporterebbe dei risvolti giuridici che non modificano solo un mero testo scritto in modalità "volemose bene" bensì tutta la visione giuridica della società e della famiglia così come l'abbiamo sempre intesa.

E se vi raccontano la storiella per cui ciò servirebbe a tutelare omosessuali e disabili da eventuali ma non rare, purtroppo, aggressioni, verbali e fisiche, vi stanno narrando uno status che già esiste nel sistema giuridico nostrano. Perché non è lecito offendere né malmenare

chicchessia già oggi, com'è noto ai più. E chi contravvenisse a tale comportamento, sarebbe sanzionato penalmente e civilmente, anche senza l'approvazione del Ddl Zan, com'è sempre avvenuto.

E allora, lo scopo di questi signori è quello di stravolgere i canoni della società. Come? Ad es. se un uomo si sentisse donna e volesse

entrare in una toilette dedicata a tale genere sessuale, o in una squadra sportiva femminile (con una evidente disparità fisica, nonostante l'indiscutibile diritto di ognuno di considerarsi come voglia), o vedersi riconosciuti i diritti contemplati dalle quote rosa, non vi sarebbe alcun giudice che potrebbe negargli tali istanze, poiché un eventuale, ma logico, rigetto sarebbe da considerarsi discriminatorio. Così come il manifestare l'inconfutabile diritto di un bambino ad avere una madre ed un padre, sarebbe discriminatorio anche quello. 

Perché, sia chiaro e non suscettibile di strumentalizzazioni mediante tagli ad hoc, qui non s'intende contestare il sacrosanto diritto di due persone a costituire un rapporto giuridico, chiamatele nozze (civili), o qualsivoglia atteggiamento che non leda la libertà altrui, ma uno stato ha il dovere di salvaguardare, a prescindere e con ostinazione, la vita di un bimbo (parte debole).

E se questa è la vera priorità dei proponenti, deve esserlo anche di chi si oppone, con convinzione consapevole, a questo attacco al diritto.

C'è poi l'utero in affitto, ovvero l'atto di rendere esecrabile il più magico lascito della natura, quello di procreare. Anche in questo caso, gli eruditi cercatori di belle parole hanno escogitato una terminologia differente, più tollerabile, per far percepire questa compravendita in maniera più apprezzabile. Si legge nel testo: "Con la definizione di Gravidanza solidale e altruistica, si fa riferimento alla gestazione portata avanti da una donna che sceglie in maniera libera, autonoma e volontaria di ospitare nel proprio utero un embrione sviluppato attraverso le tecniche di fecondazione in vitro, di favorirne lo sviluppo fino alla fine della gravidanza compreso il parto. La procedura che ci si prefigge di regolamentare, dunque,rappresenta una soluzione per i soggetti singoli ovvero per le coppie...". Cosa significa? Una donna, per sua volontà, dovrebbe essere fecondata, portare avanti una gravidanza, sentir crescere una vita dentro di se e poi, presumibilmente dopo nove mesi di "convivenza", cedere il proprio figlio a terze persone, a coloro che hanno commissionato la gravidanza. Che siano single o coppie, di qualsiasi sesso. Tale pratica risulta talmente discutibile che censuro a priori me stesso dall'esprimere qualsiasi ulteriore commento a riguardo.

"La famiglia è la prima cellula essenziale della società umana".

(Papa Giovanni XXIII)