La geopolitica di papa Ratzinger

Fonte Immagine: avig

La resistenza estrema di Ratzinger e della Chiesa da lui guidata alla voragine del nichilismo dilagante si misurò non solo dal suo magistero filosofico-teologico, ma anche dalle posizioni tutto fuorché allineate in ambito geopolitico. Esse erano un segnalatore decisivo dell’indisponibilità di Ratzinger alla normalizzazione nichilista della Chiesa di Roma. Emblematica fu, a tal riguardo, l’elegante quanto spietata stroncatura del presidente statunitense Obama, icona globale del progressismo neoliberista: “è un grande politico naturalmente, che sa come si ottiene il successo. Ha determinate idee che non possiamo condividere”.

Mentre il mondo intero cedeva a una conformistica esaltazione di Obama, ossia della nuova dramatis persona dell’imperialismo atlantista e del neoprogressismo liberista, Ratzinger non nascondeva il proprio dissenso integrale rispetto a chi, dal suo punto di vista, incarnava compiutamente lo sfaldamento della famiglia naturale e l’offesa permanente all’idea della natura umana. Altrettanto emblematica e sinergica fu – come ha notato Antonio Socci –  l’apertura di Ratzinger a Vladimir Putin e a quella Russia che, dopo la non gloriosa parentesi di Gorbačëv e di Boris Eltsin, era tornata con forza, pur nel mutato contesto politico e geopolitico, a incarnare il principio del multipolarismo e della resistenza all’imperialismo capitalistico made in USA. Così, nel 2016, riferì Ratzinger del proprio incontro con Putin del 13 marzo del 2007: “Abbiamo parlato tedesco, lo conosce perfettamente. Non abbiamo fatto discorsi profondi, ma credo che egli – uomo di potere – sia toccato dalla necessità della fede. È un realista. Vede che la Russia soffre per la distruzione della morale. Anche come patriota, come persona che vuole riportarla al ruolo di grande potenza, capisce che la distruzione del cristianesimo minaccia di distruggerla. Si rende conto che l’uomo ha bisogno di Dio e ne è certo intimamente toccato. Anche adesso, quando ha consegnato al papa l’icona, ha fatto prima il segno della croce e l’ha baciata”.

Il passaggio risulta particolarmente significativo, dacché rivela la piena comprensione, da parte di Ratzinger, del ruolo geopolitico della Russia di Putin (“ruolo di grande potenza”), per la quale il richiamo alla Chiesa ortodossa e alla trascendenza diventa un motivo di resistenza al globalismo atlantista (“la distruzione del cristianesimo minaccia di distruggerla”). Ratzinger non escludeva, certo, la possibile importanza della fede per la coscienza personale di Putin (“credo che egli sia toccato dalla necessità della fede”), ma era principalmente della questione politica che si interessava: Putin – lasciava nemmeno troppo implicitamente intendere Ratzinger – aveva ben compreso come il conflitto contro il nichilismo globalista a trazione statunitense dovesse di necessità passare per un pieno recupero di quella fede e di quel senso della trascendenza, la cui messa in congedo era uno dei principali motivi che inducevano il pontefice a proclamarsi distante dal presidente statunitense Obama.

Insomma, sia pure in forma mai aperta e plateale, era alla Russia di Putin ben più che all’America di Obama che Ratzinger si sentiva vicino nell’ambito della gigantomachia che vedeva contrapposte la potenza talassica del globalismo mercatista made in USA e la potenza tellurica della Russia identitaria, nazionale-popolare e aperta alla trascendenza. E fu certamente questa nemmeno troppo larvata apertura alla Russia di Putin uno dei motivi principali che determinarono l’acuirsi dell’idiosincrasia della civiltà nichilista dei mercati verso il pontificato di Ratzinger. V’è, a tal riguardo, un lucidissimo articolo firmato da Germano Dottori e intitolato Perché ci serve il Vaticano, apparso su “Limes” nel quarto numero del 2017, nel quale apertamente si sostiene che fu questa la vera causa dell’avversione verso Ratzinger da parte dell’ordine globalista.

A suffragarlo sarebbe, oltretutto, il desiderio, espresso dal pontefice, di una riconciliazione con il Patriarcato di Mosca, dettato forse anche, in misura non marginale, dalla consapevolezza del fatto che la Chiesa ortodossa era una delle centrali di massima resistenza al nichilismo globalista. Era proprio in virtù di ciò che ad essa Putin si rivolgeva con attenzione. Nel succitato articolo, Dettori si spinge – forse esagerando – a indicare nell’apertura di Ratzinger al Patriarcato di Mosca il “coronamento religioso di un progetto geopolitico di integrazione euro-russa”. In questo quadro interpretativo, non debbono apparire implausibili le tesi di quanti hanno voluto ravvisare nello staff di Hillary Clinton la chiara volontà di generare e fomentare una rivolta interna alla Chiesa, dando vita a una sorta di “rivoluzione colorata”tesa a indebolirne la gerarchia e, insieme, a propiziarne la modernizzazione e, con essa, il suicidio nel nichilismo liquido dell’immanentismo assoluto della civiltà dei mercati.

Di tale suicidio programmato sarebbe stata, in seguito, una prova lampante la graduale transizione della Chiesa, con Bergoglio, dai princìpi non negoziabili a un più o meno aperto relativismo a base neoprogressista e a tinte arcobaleniche. Così si spiegherebbe, almeno in parte, la vexata quaestio dei “preti pedofili” interni alla Chiesa, impiegata a mo’ di proiettile scagliato contro l’istituzione e, in generale, contro il cattolicesimo dai pretoriani del clero giornalistico e del circo mediatico: la giusta accusa contro i preti pedofili, infatti, era solo il pretesto o, più precisamente, il casus belli per delegittimare integralmente il cristianesimo come risorsa di senso non riassorbibile nei circuiti del mondo ridotto a merce e, di più, potenzialmente resistente ad essi.