La guerra oggi è principalmente economica

Fonte Immagine: scenarieconomici

L’odierna spoliticizzazione rivela l’ormai avvenuta riconfigurazione del conflitto in termini precipuamente economici, senza che tuttavia, all’occorrenza, manchi il concreto ricorso alle tradizionali forme dello scontro manu militari.

Nel quadro di un capitalismo funzionante a pieno regime, la guerra e la violenza si danno in forme primariamente economiche (spesso mediante le leve del debito e del credito): rispetto ad esse, la vetusta figura della guerra guerreggiata con le armi appare residuale e con una centralità costantemente decrescente. Essa, come meglio vedremo in seguito, prospera dopo il 1989 principalmente nel rapporto con gli Stati sovrani che ancora non si siano arresi al nuovo ordine mondiale americano-centrico.

A essere favorite dal nuovo rapporto di forza su scala cosmopolitica sono soltanto, una volta di più, la classe dei signori globalizzatori delle banche d’affari internazionali e il capitale speculativo, che non accetta interferenze da parte dello Stato e che deve, in pari tempo, scongiurare la possibilità tanto delle nazionalizzazioni dei beni oggi considerati privati, quanto dell’incremento della spesa pubblica per l’assistenza sanitaria e per l’istruzione.

Per questo, nell’orizzonte post-1989, assistiamo a un duplice e convergente movimento, che così potremmo condensare e che in altra sede abbiamo più estesamente studiato.

Per un verso, dal 1989 ad oggi (dall’Iraq del 1991 alla Siria del 2015, con molteplici tappe intermedie), non vi è conflitto che non si diriga – sempre legittimato mediante retoriche nobilitanti (dai diritti umani offesi alla democrazia da esportare alla stregua delle altre merci) – contro quegli Stati che ancora resistono alla loro inclusione nel mercato unico spoliticizzato e all’economicizzazione integrale detta mondializzazione.

Per un altro verso, la dimensione del pubblico e dello Stato è costantemente sotto attacco, presentata come strutturalmente inefficiente e non competitiva, come un costo insostenibile (le costanti geremiadi, in stile neoliberista, contro la “spesa pubblica”), e come un ostacolo alla competitività internazionale, alla liberalizzazione integrale e alla libera concorrenza privata.

Da questa angolatura, l’Inghilterra resta, marxianamente, la punta avanzata del processo. È sufficiente, a questo proposito, considerare le politiche della iron lady Thatcher, la più feroce nemica del ceto dei lavoratori. Dapprima si tagliarono linearmente i finanziamenti ai servizi pubblici dello Stato, per mostrare, in seconda battuta, che tali servizi erano inefficienti e non funzionavano adeguatamente.

Per questa via, si generò un consenso di massa nell’opinione pubblica quando, in ultimo, si passò alla privatizzazione di ciò che un tempo era statale e che già si era deciso di sottrarre alla presa del pubblico, prima che si creasse artatamente il consenso mediante la manipolazione delle coscienze. Come già sottolineato da Gramsci, “lo Stato quando vuole iniziare un’azione poco popolare crea preventivamente l’opinione pubblica adeguata”.

L’esiziale conseguenza del riformismo neoliberale è puntualmente quella in virtù della quale, come ricordato da Mattei, il settore pubblico cessa di fare e di saper fare e si limita a controllare i modi e le forme con cui il privato fa e sa fare: exempli gratia, la compagnia statale che precedentemente riparava le strade ora che diventa ente privato gestisce appalti per trasferire soldi pubblici ai privati, affinché riparino le strade.

La coppia liberista composta da Margareth Thatcher in Gran Bretagna e da Ronald Reagan negli Stati Uniti d’America (secondo il paradigma della cosiddetta “Reaganomics”) ha, di fatto, segnato la via dello sviluppo a senso unico subentrato dopo il 1989 come modello coatto per l’intero pianeta: e ciò all’insegna della deregolamentazione a briglia sciolta, della polverizzazione del welfare, dei tagli lineari alla spesa pubblica, dell’aumento vertiginoso delle tasse a nocumento dei ceti medi e della classe lavoratrice, della privatizzazione dei servizi pubblici, della riduzione del deficit e del debito, dello sforbiciamento ad libitum ai danni della cultura e della sanità.

Egemonica dopo il 1989, la “guerra di classe dall’alto” era, in effetti, già stata avviata negli anni Ottanta dalla battaglia di Ronald Reagan contro i controllori di volo e di Margaret Thatcher contro i minatori inglesi. Lì era iniziata la feroce restaurazione del nesso di forza capitalistico, centrato sulle due figure convergenti della privatizzazione del mondo della vita e dell’aggressione alla sfera pubblica dello Stato. Di questa tendenza sono e, per ora, restano campioni gli USA, dove, con ogni probabilità, ultraliberisti ortodossi come la teutonica Merkel e il gallico Macron verrebbero con buone probabilità tacciati di socialismo.

La res publica è, in tal maniera, stata disgregata a favore della res privatissima del big business gestito da gruppi privati a proprio vantaggio esclusivo.