La legio linteata: il mistico corpo d'elite dei Sanniti

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La communis opinio, considera l'esercito romano come la forza militare per antonomasia dell'antichità, strutturato ed organizzato in modo gerarchico, configurato per essere una macchina da guerra perfetta, efficace ed estremamente risolutivo. Sicuramente questo dato storico non può essere smentito, ma non tutti sanno che in ambito italico, l'esercito romano incontrò un'acerrima e straordinaria resistenza proprio contro i Sanniti. Non a caso Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia include i Sanniti tra le gentes fortissimae Italiae, ma è lo storico latino Tito Livio che nell'opera Ab Urbe Condita ne offre informazioni più dettagliate. Dalle fonti storiche si evince che i Sanniti erano valorosi e impavidi combattenti, particolarmente abili nell'ars pugnandi, pronti a sacrificare la vita per la libertà e l'indipendenza. Questo dato storico-letterario viene avallato inconfutabilmente dalle evidenze archeologiche che sono emerse soprattutto in ambito funerario. Proprio analizzando i corredi funerari si scopre che nelle tombe maschili le armi, perlopiù punte di lancia, giavellotti, coltelli, spade, gladi, elmi, insieme al cinturone, elemento caratterizzante il costume sannitico, identificano il ruolo e lo status dell'uomo sannita come guerriero, consacrato a Marte, attribuendo un ruolo ed un significato esplicitamente totalizzante per la guerra, intesa come unico obiettivo per salvaguardare i propri confini e la propria libertà. Alla Lega Sannitica si associa anche una precisa corazza identificativa, passata alla storia come la corazza trilobata sannitica, raffigurata con tre dischi, emblematica, riprodotta in figurazioni vascolari, come le splendide ceramiche identificate come "gruppo del Pittore della Libagione". Nei corredi tombali, oltre alle armi stricto sensu, non mancano altri elementi strettamente connessi all'equipaggiamento dell'attività bellica, quali elmi tipici e gli schinieri. Oltre alla varietà e disponibilità delle armi e all'impavidità dei guerrieri, il vero quid pluris dell'esercito sannita era il carattere mistico e rituale di un particolare giuramento solenne che avveniva nella fase del reclutamento, volto essenzialmente a vincolare le nuove leve allo scopo militare e a compiere qualsiasi sacrificio volto a respingere il nemico, fino ad immolarsi per la vittoria. Proprio in vista della memorabile battaglia di Aquilonia, avvenuta nel 293 a.C. contro i Romani, questo rituale mistico-militare fu riproposto. A presenziare la cerimonia fu Ovio Paccio, un anziano sacerdote, che recitava il cerimoniale da un antico libro sacro, il libro linteo. In tutta l'area sannita, con "nova lege", fu effettuata una massiccia chiamata alle armi di tutti i juniores, ossia i giovani atti alla guerra. Si organizzò così un esercito piuttosto consistente per l'epoca, di circa sessantamila soldati. L'accampamento fu delimitato con graticci e coperto con teli di lino. All' interno dell'accampamento, secondo quanto riporta Tito Livio, si trovavano una o più are, presidiate da soldati armati oltre che dal sacerdote. Ogni nuova leva era obbligata a prestare un giuramento, in violazione del quale si sarebbe abbattuta una terribile maledizione su lui e su tutta la sua famiglia. Era richiesta assoluta disciplina e fedeltà, volta a conseguire il miglior risultato sul campo. Il profondo deterrente psicologico della maledizione, imponeva il combattimento ad ogni costo, il non abbandonare il campo di battaglia per alcun motivo, ma soprattutto eliminando con la morte, il commilitone che si dava alla fuga, abbandonando le armi. Nonostante la maledizione, gli altari erano macchiati dal sangue di chi si rifiutava di prestare giuramento e di combattere. I renitenti alla leva venivano immediatamente immolati come vittime sacrificali, senza appello e i loro corpi sgozzati, giacevano in bella mostra, in segno di disobbedienza ma soprattutto di monito per coloro che avevano la stessa intenzione. Conclusi i giuramenti, i capi militari selezionarono dieci militi e ognuno di loro, a sua volta doveva scegliersi il proprio alter ego, un compagno d'armi fedele. Questo modus operandi era volutamente indirizzato a reclutare un esercito di militi affiatati, disposti ciascuno a morire per l'altro. Nasceva così la legio linteata dell'esercito sannita, che con linguaggio moderno possiamo definire "special forces", corpo militare scelto. Diverse sono le interpretazioni, tutte alquanto fondate, circa l'appellativo di legio linteata. Alcuni studiosi, propendono per la tesi che "linteata" sia da riferire ai teli di lino che erano sistemati a copertura dell'accampamento militare. Altri, fanno derivare il termine "linteata" dal sacro libro linteo, utilizzato dall'anziano sacerdote Ovio Paccio, che conteneva i rituali per il giuramento. Questo aspetto non è secondario ne fantasioso, in quanto tutti gli scritti dell'annalistica, secondo una tradizione già in auge tra gli Etruschi erano redatti su lino. Secondo altri studiosi, "linteata" era da attribuire alle bianche tuniche indossate dai soldati. Questa è la tesi predominante. Il guerriero sannita, era impressionante, indossava infatti, l'elmo con pennacchi a mò di cresta per aumentarne la statura e dare all'avversario un senso possanza. La tipica corazza a tre dischi, il cinturone, gli schinieri sugli stinchi, spade e scudi sfavillanti e la tipica tunica di lino, che copriva fino ai fianchi, era il costume tipico da guerra. Da un interessantissimo frammento greco l'Ineditum Vaticanum, si apprende che i Sanniti utilizzavano il pilum, una sorta di giavellotto, e lo scutum, un lungo scudo rigato, che i Romani non conoscevano, ma che apprezzarono ed iniziarono ad impiegare, solo quando vennero a contatto con i Sanniti. Altro dato certo e poco conosciuto è che "sannita" era il sinonimo per antonomasia di gladiatore e gli stessi combattimenti gladiatori, si svilupparono primariamente tra i Sanniti e poi si diffusero a Roma, tanto che nel territorio dei Sanniti abbiamo diversi e grandi anfiteatri. Ulteriore dato storico, poco conosciuto ma molto rilevante è il ruolo militare precipuo della cavalleria dei Sanniti, utilizzata anche in zone impervie, per incursioni ed imboscate. Presupponeva particolare allenamento fisico e destrezza tenendo conto che sapevano cavalcare a bisdosso.

 

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