La missione di Bergoglio: servire la testa del cristianesimo al globalismo nichilista

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La differenza siderale – e non accidentale – tra Ratzinger e Bergoglio non sta solo nella potenza teologica del primo e nella pressoché totale assenza di teologia del secondo: variando la formula impiegata da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito in riferimento alla “certezza sensibile”, con Bergoglio la Chiesa torna alla scuola elementare della saggezza.

Accanto e connesso a questo elemento decisivo, ve n’è un altro, che egualmente concorre a determinare la differenza specifica tra Ratzinger e Bergoglio. Come ha suggerito Marcello Veneziani, il primo fu un pontefice “introverso”, rivolto all’interiorità della fede e del pensiero, che lasciava coesistere nella propria persona una spiccata vocazione teologico-filosofica con una scarsa capacità comunicativa e pastorale.

Bergoglio, dal canto suo, figurò da subito come un “papa estroverso” (Veneziani), tutto  proiettato verso il mundus e solo marginalmente interessato alla questione teologica e alla trascendenza: un papa “mondano”, si potrebbe ragionevolmente asserire, perché rivolto alle cose immanenti assai più che a quelle trascendenti, ma poi anche perché, in maniera sinergica, in quanto attento a non contrastare l’ordo rerum, ma, anzi, sempre pronto a sostenerlo nelle sue principali determinazioni, fossero esse l’apertura globalista (ricalcante il moto dei mercati) o la condanna – con il nome di “populismo” e di “sovranismo” – di ogni istanza antagonistica scaturente dal basso.

Nel suo complesso, lo sforzo di papa Francesco si lascia inquadrare nel tentativo di adeguare la Chiesa all’ordine del mondo, il cristianesimo allo spirito dei tempi. Si ricorderanno, a questo proposito, le profetiche parole di Ratzinger nel suo studio Gesù di Nazareth: nella versione contraffatta del cristianesimo proposta dall’Anticristo, “Dio stesso non dice niente e non ha niente da dire, è al passo coi tempi”. Da una diversa angolatura, Dio non dice niente, perché lascia che a parlare sia lo spirito del mondo, al quale il cristiano deve adattarsi, ponendosi, appunto, “al passo coi tempi”.

La tendenza, a tratti ossessiva, di Bergoglio verso l’“estroflessione” e il principio della mondanità si manifestava nella duplice e interconnessa direzione a) dell’abbandono dell’interiorità della fede e della meditazione teologico-filosofica che fu di Ratzinger e b) del suo rivolgersi sempre meno alla christianitas in crisi e sempre più a una cerchia esterna ed estranea al cristianesimo, comprendente atei e islamici. 

Anche in ciò emergeva limpidamente la vera natura di Bergoglio come primo pontefice globalista, amico del relativismo della civiltà dei mercati. Uno dei principali teoremi del mondialismo capitalistico, quello in accordo con il quale l’attenzione al lontano è l’alibi per l’indifferenza al vicino, si incarnava anche nel pontificato senza trascendenza di Bergoglio. Questi si rivolgeva sempre meno alla christianias cattolica e sempre più a protestanti, islamici e atei. Basti rammemorare il “Sinodo dell’Amazzaonia” o il fatto che, nel 2016, Bergoglio fece condurre in Vaticano la statua di Lutero e lì la onorò o, ancora, che nel 2014, fece svolgere, in sua presenza, una preghiera islamica nei giardini vaticani.

Se Bergoglio, da subito, figurava come vicino alle folle del mundus, a cui si avvicinava senza riuscire ad avvicinarle alla trascendenza,Ratzinger, al contrario, era prossimo alla solitudine sofferente degli europei. Come è stato sottolineato ancora da Veneziani, l’immagine che idealmente ritrae Ratzinger, con i suoi tormenti e le sue sofferenze, è il Monaco sulla riva del mare di Caspar David Friedrich.

Per parte sua, Bergoglio, il nuovo papa estroverso, che si permetteva di dissacrare il cristianesimo dicendo che “Gesù fa un po’ lo scemo” (giugno 2016), dialogava con gli atei più che con i teologi e si occupava della povertà dei popoli lontani più di quella dei cristiani d’Europa. In sostanza – e pare uno dei tratti più peculiari del suo papato –, Bergoglio si allontanava ogni giorno di più dai fedeli, senza tuttavia riuscire ad avvicinare alla fede e alla Chiesa gli atei, i credenti di altre religioni o, ancora, gli agnostici.

Senza esagerazioni, Bergoglio demotivava i cristiani d’Europa – che si sentivano sempre più abbandonati alla solitudine afasica della propria crisi interiore – e, insieme, non era in grado di motivare realmente alla fede i non cristiani. Con l’immagine impiegata dai Testi Sacri, il pontefice dalla trascendenza assente lasciava fuggire dall’ovile le sue pecore, senza tuttavia riuscire ad attirarvi quelle esterne, a cui pure in forma pressoché esclusiva aveva preso a rivolgersi.