La nostra è la società più facilmente criticabile e più difficilmente trasformabile

Fonte Immagine: web

Come si è cercato di evidenziare in Il futuro è nostro, l’ideologia oggi dominante trova il proprio fondamento nel fatalismo e nella rassegnazione depressiva, vuoi anche in quella formazione simbolica dell’inemendabile imperfezione che predica il mondo imperfetto ma intrasformabile, non giusto ma neppure rettificabile, naturalizzando ciò che è storico e fatalizzando ciò che è sociale. Nel cosmo compiutamente peccaminoso della società totalmente amministrata, l’evidenza del male torna a vantaggio della sua apologia, giacché lo si innalza ideologicamente a destino insuperabile e a condizione naturale-eterna.

Affinché il fatalismo destinale possa ergersi a orizzonte unico di senso e a sola immagine del mondo consentita, l’ordine del discorso procede senza tregua, dal 1989 ad oggi, a destrutturare il senso storico (end of history). Aspira ad annichilire, insieme con la temporalità storica, il senso della possibilità, ossia l’idea stessa di futuri potenzialmente alternativi.

La rimozione organizzata della storicità come luogo della possibilità si rivela, allora, in pari tempo una programmatica dissoluzione della critica come contestazione di un ordine giudicato ingiusto perché altro da come potrebbe ontologicamente e da come dovrebbe moralmente essere.

Nella loro unità dialettica, critica e storia permettono, infatti, di denaturalizzare e di defatalizzare il sociale, mostrandone la genesi e lo sviluppo. Rendono possibile tornare a pensare il presente come storia e come possibilità e il nesso di forza capitalistico come un rapporto conflittuale storicamente determinato e non come una realtà data, mera positività naturale e senza storia.

Come ricordato da Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto (§ 343), “la storia dello spirito è il suo fatto, perché esso è soltanto ciò che esso fa”: in un recupero del principio vichiano del verum ipsum factum al centro della Scienza nuova, Hegel ci ricorda che, per conoscersi, lo Spirito deve oggettivarsi e, dunque, esteriorizzarsi nel tempo e nello spazio: la storia, come la natura, è negazione che lo spirito fa di sé per potersi conoscere e riconquistare, per aversi negando la propria negazione, dispiegando in altro ciò che esso è in sé e ritrovarsi nell’altro, secondo l’identità soggetto-oggettiva.

La realtà – Hegel docet – non è morta positività (Realität), da accertare e accettare passivamente, ma processo in atto (Wirklichkeit): nel cui ordito ogni configurazione, lungi dall’essere naturale ed eterna, si presenta, hegelianamente, come verschwindendes Moment, come “momento dileguantesi” nel ritmo del divenire.

Sull’analitica dello sfruttamento deve innestarsi un progetto teso al suo rovesciamento, a sua volta fondato sull’ontologia della possibilità storica. Solo su queste basi, il pessimismo dell’intelligenza scaturente dalla realistica constatazione del desolante paesaggio post-1989 può trapassare nell’ottimismo della volontà di gramsciana memoria, senza spegnersi in quel pessimismo della volontà culminante nel rassegnato corollario per cui non vi è più nulla da fare: con i versi di Fortini, “tutto è / tremendo ma non ancora irrimediabile”. L’inverno del nostro scontento è, di conseguenza, chiamato a trapassare nella primavera del nostro riscatto.

Alla stregua della forma merce, la reificazione e l’alienazione si insinuano in modo sempre più capillare, saturando la coscienza degli oppressi, trasformati in cultori ignari delle proprie catene. E se dell’alienazione e della reificazione non siamo più in grado di prendere atto, ciò dipende sostanzialmente dal fatto che esse sono ormai ovunque: hanno saturato la coscienza, rendendosi invisibili come l’aria che respiriamo. L’odierna massa precarizzata e priva di coscienza non aspira a rovesciare il mondo che la vede oppressa e a tempo determinato. Aspira, invece, a essere integrata in esso, mantenendone le strutture e variando unicamente la condizione individuale del singolo schiavo aspirante a diventare schiavista, o del singolo precario mirante alle propria personale stabilizzazione contrattuale. In questa frammentazione della coscienza di sé e della reale natura del mondo della falsificazione sociale totale, a trionfare è quell’individualismo cinico e ottuso che riprecipita la classe dei servi in una condizione analoga rispetto a quella degli antichi schiavi. Questi ultimi, quand’anche sognavano la propria liberazione, la concepivano come fuga individuale dalle catene e mai come rovesciamento del mondo che contemplava la schiavitù.

In fondo, il paradosso del blocco storico capitalistico giunto alla sua fase assoluta e flessibile sta tutto nel fatto che esso, come rilevato da Boltanski e Chiapello nel Nuovo spirito del capitalismo, è estremamente facile da criticare teoricamente e, insieme, difficilissimo da rivoluzionare operativamente. La più criticabile delle società finisce, così, per porsi al tempo stesso come la meno facilmente trasformabile.