La notte degli Oscar

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Ci siamo da poco lasciati alle spalle uno degli eventi più imperdibili per i cinefili di tutto il mondo. Lo scorso 27 marzo infatti è andata in onda la celeberrima notte degli oscar, con la consegna delle statuette dorate suddivise per categoria tenutasi al Dolby Theatre di Los Angeles. 

Come tutti gli anni, non si erano fatte mancare previsioni, scommesse, opinioni espresse a vario titolo prima della vera e propria rassegna. Ma, come sempre, le sorprese ci sono state. Partiamo da una considerazione tutta nostrana: dopo un 2021 ricco di soddisfazioni in vari campi, il 2022 non si apre al meglio per il tricolore. È stata sconfitta (piuttosto annunciata) per Sorrentino, che con il suo È stata la mano di Dio gareggiava per aggiudicarsi il premio per il miglior film straniero, nella speranza, tramontata per il momento, di fare il bis dopo l’exploit del 2014. Ad esultare invece è stato Hamaguchi con Drive my car, altro lungometraggio che si inserisce nel fortunato solco del cinema on the road sviscerando in un arco temporale che si aggira intorno alle tre ore le esistenze dei due protagonisti principali: un imprenditore e la sua autista. La critica ne ha tessuto le lodi fin dalle sue prime apparizioni e d’altro canto la derivazione da una delle opere di Haruki Murakami per questo titolo era già di per sé segno di buona ventura. Sconfitti anche Luca, film animato della Disney dall’evidente ambientazione italiana, anche grazie alla ottima direzione del genovese Enrico Casarosa, superato da Incanto. Infine niente da fare neanche per Massimo Parrini, costumista candidato all’oscar per il film Cyrano

Per quello che riguarda il gossip puro, è stata un’edizione certamente ricca. D’altronde, negli States, la parola d’ordine di qualsiasi trasmissione e/o avvenimento è show. E di vero show si è trattato. Su tutti si è certamente imposto Will Smith con il suo pugno a Chris Rock – memato sotto qualsiasi forma dopo neanche pochi minuti dall’accaduto – per difendere la moglie dalle taglienti battute del comico. Su questo gesto se ne sono dette di tutti i colori: da chi ha accusato Rock di aver esagerato coi toni (cosa comune, a dire il vero, a molti dei performers comparsi sul palco durante la diretta, determinati a lanciarsi in monologhetti al vetriolo nei confronti di attori e registi famosi), a chi ha stigmatizzato la violenza e la mancanza di autocontrollo di Will Smith, a chi ancora ha denunciato fenomeni striscianti di mascolinità tossica per la mancanza di presa di posizione da parte di Jada Pinkett Smith (la diretta interessata), apparsa come incapace di difendersi da sola. Che l’aggressione sia stata verace o precedentemente programmata, poco importa: tutti si sono sentiti in dovere di esprimersi. Probabilmente la verità è che si è trattato di un gesto increscioso, spropositato, inaspettato realisticamente anche dalla stessa Jada, la quale in veste di accompagnatrice di Will (in seguito anche eletto best actor per la sua prestazione in King Richard, con annesse lacrime e pentimento per l’eccesso da poco commesso) ha preferito rimanere in disparte. Per il resto, a decidere delle sorti della vicenda, saranno giudici e avvocati semmai essa dovesse giungere in tribunale. 

Nonostante l’eco del pugno scagliato da Smith abbia finito per assorbire buona parte dell’attenzione degli spettatori, la cerimonia dell’Academy verrà ricordata anche per altri motivi: la contemporaneità dei tristissimi fatti ucraini, con la decisione di molti dei partecipanti all’evento di mostrarsi con in dosso abiti, fasce e accessori pro-Kiev. In molti hanno alzato la voce di fronte alla decisione delle conduttrici di non far intervenire in diretta Zelensky, anche se effettivamente nel caso si sarebbe corso il rischio di una immoderata politicizzazione della manifestazione. Da sottolineare poi anche le “quote rosa” dello spettacolo: tutte e tre le presentatrici incaricate di dirigere i lavori erano donne (Regina Hall, Amy Schumer e Wanda Sykes). 

Grande protagonista della serata è stata anche la musica, con la fantastica esibizione di una sempreverde Beyoncè arrivata vicinissimo alla vittoria per la miglior colonna sonora, ma superata dal fenomeno del momento, Billie Eilish, che mette a referto un altro importante riconoscimento. 

Largo spazio poi ai temi LGBTQ con Jessica Chastain (vincitrice per la miglior interpretazione femminile) e il suo discorso che inneggia contro le scelte bigotte di parte della legislazione americana in questo senso, e con Ariana DeBose, premiata come miglior attrice non protagonista per il suo ruolo nel remake spielbergiano di West Side Story e dichiaratamente queer. Per quanto apporre etichette del genere, come “prima vincitrice nera queer nella storia degli oscar” possa, paradossalmente, suonare come un inno alla stranezza di tale occasione, si tratta certamente di un passo avanti verso la necessaria “condivisione di normalità” con persone magari distanti dalla nostra datata fenomenologia del normotipo. 

Grande suspense per il nome del film vincitore dell’oscar più atteso: quello al miglior lungometraggio. A spuntarla, contro le aspettative dei bookmakers, è stato CODA, opera che riflette sulle difficoltà delle famiglie con individui affetti da disturbi uditivi. Jane Campion, regista de Il potere del cane, ha visto così sfumare la statuetta più ambita, incassando però quella per la miglior regia, che vent’anni fa aveva solo sfiorato con il suo Lezioni di piano

Menzione d’onore per Dune che, pur senza portarsi a casa i riconoscimenti più pregiati, potrà comunque fregiarsi di un ricco bottino: ben 6 awards.