La rivoluzione deve essere anzitutto culturale

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Nell’odierno “tempo della miseria” (Hölderlin), in cui nulla sfugge alla longa manus della manipolazione capillare, la stessa espressione “rivoluzione” diventa, nel lessico comune, puramente decettiva, secondo l’identità di trasformazione dell’esistente e produzione di orrori che il pensiero unico ha ormai reso automatica e irriflessa. Come se, appunto, chi volesse rivoluzionare l’esistente volesse, per ciò stesso, riprodurre le tragedie dei gulag o di Auschwitz! È questo l’inossidabile teorema dei realismi oggi di moda, che stringono in un abbraccio fatale la carica utopica e la violenza, in modo che la barbarie dell’oggi appaia più facilmente sopportabile rispetto a quella che, moltiplicata nella potenza, inevitabilmente seguirebbe dal tentativo di porvi rimedio. Ne scaturisce l’ennesima prestazione della “critica conservatrice”: nell’atto stesso con cui denuncia le storture dell’esistente, lo legittima integralmente mostrandone la preferibilità rispetto a ogni altra configurazione possibile del reale (nel trionfo di una esorcizzazione del rinnovamento in quanto tale, presentato unilateralmente come ritorno della barbarie passata).

Complice anche l’ondata di pentitismo scatenata dalla generazione intellettuale del Sessantotto (la generazione più sciagurata della storia umana, dai Sumeri ad oggi), l’espressione “rivoluzione” conserva una sua valenza positiva in tutti gli ambiti (dalle rivoluzioni della moda a quelle del marketing) che non siano quello politico e sociale. Per questo, oggi l’appello alla rivoluzione non è più rivoluzionario. Di più, è una strategia del sistema della manipolazione organizzata e del controllo millimetrico dei consensi.

E, dunque, riprendendo il vecchio (ma sempre attuale) interrogativo di Lenin, che fare? Come far valere uno “spirito di scissione” (Gramsci) oggi, nel tempo del mare infinito del conformismo planetario, del pensiero unico politicamente corretto e del dominio onnipervasivo dell’ideologia ultracapitalistica?

Il primo gesto da compiere da parte di un pensiero autenticamente critico, sottratto al “si dice” (Heidegger) della manipolazione organizzata e della critica conservatrice, deve essere quello teso a fare risorgere l’Ideale, creando gramscianamente un’egemonia culturale da contrapporre a quella neoliberista attualmente dominante. Sulla base della rivoluzione culturale e della creazione del nuovo consenso nella forma di un’egemonia anticapitalistica, occorre dare vita al “moderno Principe” (Gramsci), ossia al nuovo raggruppamento politico che impieghi la potenza statale in senso rivoluzionario, imponendo il primato della politica sull’economia e la difesa della comunità solidale contro gli automatismi feticistici del mercato. Ciò significa riscoprire il senso della dissidenza e dell’indocilità ragionata, di modo che lo “spirito di scissione” torni a costituire una prassi condivisa in grado di porre in essere un nuovo campo di lotta per attuare la gramsciana “riforma intellettuale e morale” e creare un’egemonia alternativa rispetto a quella, sempre più opprimente, del pensiero unico planetario.

La rivoluzione deve essere, anzitutto, di ordine culturale, tesa a produrre un nuovo fronte comune dell’opposizione ragionata all’omologazione di massa della civiltà dei consumi; di lì, deve procedere verso una trasformazione “molecolare” – avrebbe detto Gramsci – della struttura della società. Il compito primario della filosofia e dei suoi alfieri, che potrebbero con ragione essere chiamati alethofili, gli “amici del vero”, consiste nel diffondere presso ogni membro del genere umano la consapevolezza tanto di ciò che attualmente siamo, quanto di ciò che dobbiamo diventare. In questo risiede la missione del dotto quale educatore dell’umanità.

Le forze che, dalla periferia, lottano contro il potere centrale dovrebbero essere solidali e, almeno provvisoriamente, unire le forze per estinguere in maniera concertata le fiamme dell’incendio che sta divorando il pianeta: con le parole di Eraclito (b 43), “la dismisura occorre spegnere più che un incendio”. E, invece, complice l’ideologia di un potere che da sempre mira a dividere per regnare indisturbatamente (divide et impera), si contrappongono tra fascisti e antifascisti, rossi e neri, destri e sinistri, senza alcuna considerazione per l’aureo detto del socialismo cinese secondo cui è secondario che il gatto sia nero o bianco, purché sia in grado di catturare i topi. Chiedere i documenti, accertare la provenienza e fare la selezione dei pompieri che accorrono per estinguere le fiamme diventa, per una stolidità gravida di ideologia, più importante dell’azione stessa volta a domare l’incendio. Con il Gramsci delle Tesi di Lione, occorre oggi più che mai “raccogliere intorno a sé e guidare tutti gli elementi che per una via o per un’altra sono spinti alla rivolta contro il capitalismo” (tesi 29), in modo da favorire “una azione generale di tutte le forze anticapitalistiche” (tesi 39).