La spettacolarizzazione estrema del processo: il caso Linda Murri

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In questi giorni è stato approvato il d.lgs. 188/2021 sulla presunzione di innocenza che tenta di limitare la "spettacolarizzazione dei processi". Il pericolo è che la diffusione incontrollata di notizie giudiziarie possa creare “carnefici e condanne senza appello” di persone, uomini e donne che senza neppure essere entrate in un’aula di Tribunale vengono processate e giudicate mediaticamente.

Non entro nel merito del provvedimento legislativo, di cui vedremo di qui a breve qualche primo risultato, ma mi soffermo sulla pericolosità estrema del processo giornalistico.

Il caso è quello di Linda Murri, che ai più oggi non dirà nulla, ma che è stato per più di un secolo uno degli esempi più drammatici della spettacolarizzazione del processo.

Siamo nella Bologna degli inizi del ‘900, per l’esattezza nel 1902 e la famiglia Murri è tra le più importanti non solo della città emiliana, ma dell’Italia. Il padre di Linda è il noto Prof. Augusto Murri, medico di fama internazionale, con idee progressiste repubblicane.

Il caso Murri è legato alla morte del conte Francesco Bonmartini, marito di Linda, ma la vicenda fin da subito esula dal contesto giudiziario per diventare fonte di dibattiti pubblici, ispirando anche il cinema nel 1974, con Fatti di gente perbene con la regia di Mauro Bolognini.

Chi fu la vittima? Sicuramente Bonmartini, che perse la vita, penserete. Eppure, anche gli altri protagonisti di questa triste storia furono vittime di quella vicenda, calpestati ed umiliati quotidianamente, soprattutto Linda Murri, sulla pagine dei giornali nazionali.

Il 2 settembre 1902 fu ritrovato nella propria residenza, l’antico palazzo Bisteghi in via Mazzini, 14, il corpo senza vita del conte Francesco Bonmartini. L’uomo in avanzato stato di decomposizione, evidenziava uno squarcio alla gola e numerose ferite d’arma da taglio in tutto il corpo. La “bomba” arrivò nove giorni dopo la scoperta del corpo quando l’11 settembre il Prof. Augusto Murri si presentò al magistrato che conduceva le indagini ed in lacrime consegnò una lettera di suo figlio Tullio, che gli confessava l’omicidio. Tullio, noto avvocato dell’epoca, avrebbe ucciso il conte perché questi maltrattava la sorella, alla quale era strettamente affezionato.

Ciò che colpisce è la sensazionale divulgazione della notizia, che anticipò - e per molti aspetti condizionò – la vicenda giudiziaria. La sera stessa fu arrestata per complicità Rosina Bonetti, cameriera di Linda e presunta amante di Tullio. L’indomani finì in carcere il dottor Pio Naldi per concorso materiale nell’esecuzione del delitto. Il colpo di scena si ebbe però qualche giorno dopo, il 14 settembre, con l’arresto di Linda Murri, indicata quale mandante dell’assassinio. Il 10 ottobre fu la volta di Tullio Murri, che si costituì. Nel giugno 1903 infine fu arrestato anche il dott. Carlo Secchi, amante di Linda Murri, anche lui con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio.

Ebbene, la vicenda provocò un’emozione che non ha riscontri nella storia italiana, con una vera e propria crociata nei confronti della famiglia Murri, anche del prof. Murri, che, seppur estraneo alla vicenda, divenne il bersaglio di attacchi spietati soprattutto da parte dei giornali conservatori e cattolici. E così Augusto viene additato nelle pagine della stampa dell’epoca come un uomo che ha educato i figli all’odio. Linda è, invece, descritta come “una lussuriosa Messalina mai sazia di piaceri”, mentre Tullio è “un vizioso corrotto”, che avrebbe ucciso il cognato per aver “una relazione incestuosa” con la sorella. Le illazioni non avevano più freno e si arrivò persino a malignare – ed a scrivere pubblicamente - che la contessa avesse addirittura “commesso incesto” anche con il padre.

I Murri erano già stati processati e condannati sulle pagine dei principali giornali italiani senza mai neppure entrare nelle aule giudiziarie; descritti come una famiglia maledetta o addirittura “una gang di criminali”.

Per provare a stemperare l’ondata di odio e tensione che si creò intorno alla vicenda Murri si decise di spostare il processo da Bologna a Torino (in procedura penale ciò si identifica con il termine remissione ai sensi dell’articolo 45 c.p.p. secondo cui “in ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta  motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell'articolo 11”).

Lo scenario torinese, tuttavia, non migliorò la sorte degli imputati che per l’opinione pubblica erano colpevoli e da colpevoli furono trattati dai giudici. Così l’istruttoria non fu delle più obiettive e nelle oltre cinquecento pagine della sentenza di rinvio a giudizio (ricordo come nel nuovo codice di procedura penale emanato nel 1988 ed entrato in vigora il 24 ottobre 1989 non vi è più una sentenza di rinvio a giudizio, ma quest’ultimo è emesso con decreto non motivato, come diverso è la stessa formazione della prova, che avviene nella fase dibattimentale) si tratteggiarono i profili di spietati criminali, imponendo anche un trattamento carcerario preventivo estremo sia per Linda che per Tullio Murri.

Per capire come l'informazione “avvelenò i pozzi” basta leggere alcune pagine dei giornali dell’epoca.

11 agosto 1903, la Stampa di Torino descrisse Linda così: “questa donna apparve meravigliosamente criminosa, più ancora che per il volgare delitto, per la sua assoluta mancanza di senso morale, mancanza che difficilmente appare più completa e più mostruosa nelle delinquenti celebri studiate da Cesare Lombroso … Un’anima senza luce, né come signora, né come moglie, né infine come madre…”. Ancora “essa fornica con il primo che le presenta dinanzi, quando il marcato istinto sessuale apre nelle sua mente nuovi orizzonti di vita e piacere. Non ha amato Carlo Secchi perché l’abbia scelto fra molti, ma perché era quegli che, fra gli estranei, frequentava più spesso per la sua casa ed era in rapporti continui con lei, come maestro di ginnastica ... se non incontrava Secchi, si sarebbe forse innamorata del cocchiere, o magari del domestico: un amore di sensi che rimane fedele solo perché ha avuto il primo e desiderato soddisfacimento, e perché il ricordo delle ebbrezze passate la eccita più di qualsiasi desiderio di novità. E poi, in Carlo Secchi ha trovato l’anima gemella, un’anima volgare nel più assoluto senso della parola”. L’articolo prosegue “figlia idolatrata, la Teodolinda (Linda) Murri inganna indegnamente il padre; sposa, tradisce il marito prima di essere moglie. Moglie non potendo moltiplicare le forme del tradimento, incomincia un lavoro lento, mostruoso contro la fama de consorte. La sua ipocrisia raggiunge il colmo dell’abilità e dell’astuzia. La sua anima è come il cervello di un’artista, di un uomo geniale perpetuamente alla ricerca del muovo mostruoso, dell’impunità e del delitto”. “Teodolinda Murri non sarebbe la figura più mostruosa che da secoli abbiano registrato le cronache giudiziarie, se di questo male fosse stata paga. E quando l’inganno ed il tradimento verso il marito hanno raggiunto i colmo spunta nell’animo suo il capolavoro: l’idea dell’assassinio, Perché poi? … La ragione determinante dell’assassinio, non bisogna cercarla nella probabilità che potrebbe spiegare qualsiasi delitto: non si colpisce nel vero, come nel vero non ha colpito il giudice istruttore. La determinante va cervata, puramente e semplicemente, nella natura della Teodolinda Murri, anima e temperamento borgiani che a delitto mirano, come a un ideale, come a un bisogno … l’amore per il dottor Secchi? A Bologna si incomincia a sussurrare che non fosse il solo della contessa; ma se anche lo fosse, come lo ha dimostrato lei dopo che era finita in carcere? Aggravando la responsabilità dell’amante, quasi  denunciandolo, dicono per gelosia. Non lo crediamo. Lo ha fatto per amore del male … perché Teodolinda Murri non ha pensato, non ha fatto che male. Ed io scommetto che dopo la condanna Teodolinda Murri troverà anche il modo di rovinare la carriera a qualche guardia carceraria”.

L’Avvenire d’Italia diede anche la notizia che tra Linda ed il fratello vi erano stati rapporti incestuosi e poco importa che tale notizia fu sconfessata durante il processo, dove l’autore di tale infamia, Volturno Mai, dichiarò di aver scritto il falso. Intanto non importava a nessuno...

In un clima così avvelenato la sentenza non poté che “assecondare” l’ondata giustizialista che il popolo invocava. E così il 12 agosto 1905 il Presidente della Corte di Assise dichiarò tutti gli imputati colpevoli, condannando Linda Murri e Carlo Secchi ad anni 10 di reclusione, Tullio Murri e Pio Naldi ad anni 30 di reclusione ed infine Rosina Bonetti ad anni 7 di reclusione.

Linda rispondeva di istigazione, eppure i giurati respinsero tale tesi, riconoscendo anche come il concorso nell’omicidio non era necessario, ma l’hanno ritenuta egualmente complice però escludendo la premeditazione.

Ed allora perché è stata condannata? La domanda retorica porta con sé un’unica risposta: Linda è stata condannata perché doveva essere condannata, perché come titolano in coro i giornali all’indomani della sentenza “giustizia è fatta”.

Qualche giorno prima dell’epilogo - già scritto - la poetessa Ada Negri dedicò a Linda questi bellissimi versi:

Ed ora che stai per attingere

la croce sul culmine tristo,

di qui ti saluto, o miserrima

morente nel nome i Cristo.

Tu cerchi nel sogno due teste

di bimbi – i tuoi bimbi - lontani;

Non v’è sangue sulla tua veste,

Non v’è sangue sulle tue mani

T’aspettano, piene

le mani di fiori, la bocca

di baci …

Dopo la sentenza di condanna, nel 1906, un libro dell’avvocato Vincenzo Morello, Il delitto della gente onesta, rilevò come in Camera di Consiglio i giurati in primo momento avevano assolto Linda, ma successivamente la decisione venne ribaltata perché si temevano le reazioni del Paese o, per meglio dire, di quella maggioranza votata all’odio. L’autore descrisse con precisione il Presidente della Corte di Assise di Torino impegnato nel processo Murri: “Leandro Dusio venne meno, negli ultimo momenti del processo Murri, a tutti i suoi doveri di magistrato e di cittadino”. Nello stesso tempo Giovanni Rietto capo dei giurati dichiarò ad un giornalista “non nego che su di noi abbia esercitato un’autorevole e forte pressione la parola del presidente Dusio, persona superiore ad ogni sospetto, e che in tutto il dibattimento aveva avuto per noi cortesia e riguardi. Ora non lo nego: la sua convinzione di colpevolezza dei Murri ha avuto il suo peso su di noi”.

La svolta nel caso Murri fu ancora una volta prima giornalistica e poi giuridica, attraverso i giornali "di sinistra" che attaccarono duramente la condanna inflitta alla donna, frutto “di una vendetta del pregiudizio e dell’ipocrisia”. In poco tempo, placata l’ira del popolo, la richiesta di grazia fu portata all’attenzione di re Vittorio Emanuele III e fatto straordinario è che fu firmata dagli stessi giurati che avevano emesso la sentenza di Torino. Il re Vittorio Emanuele III firmò la grazia due giorni dopo e nel maggio 1906 Linda Murri tornò libera.