La storia della lingua italiana - Parte 1

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Nelle scuole, tendenzialmente si studia soltanto la grammatica, ma questo approccio genera una concezione fuorviante e limitante che vede le lingue come un insieme schematico e statico di regole, senza tenere conto del mutamento linguistico. 

Dobbiamo pensare alle lingue, invece, come a organismi viventi che nascono, crescono (cambiando) e muoiono. Ogni lingua ha una sua storia, strettamente connessa a quella del popolo che la parla.

Prendiamo l’italiano: come l’Italia ha dovuto attraversare una lunga trafila prima di approdare all’unificazione, così la sua lingua nazionale, prima di divenire tale, ha affrontato non poche peripezie.

Come è nata la lingua italiana?

L’italiano è una lingua romanza o neolatina, cioè derivata dal latino; ma non da quello classico degli scrittori, bensì dal volgare parlato quotidianamente dalla plebe.

Nel latino, come è da sempre accaduto in gran parte delle lingue, c’erano delle divergenze tra la lingua scritta e quella parlata. Queste due varietà diastratiche coesisterono per secoli, mantenendo nettamente separati i contesti d’uso: il latino classico nello scritto; il latino volgare nell’uso parlato.

Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, il latino si andò frammentando, differenziandosi di territorio in territorio man mano che entrava in contatto con gli idiomi dei popoli precedenti all’arrivo dei romani (sostrato) e con gli invasori barbari (adstrato). Questo fenomeno portò alla creazione di una pluralità di lingue “di uso comune”, caratterizzate da connotati propri: i cosiddetti volgari, per l’appunto.  

Il latino continuò a mantenere a lungo il dominio della cultura e della scrittura, ma a partire dall’VIII sec., il volgare cominciò a fare le sue prime comparse in scritti modesti e occasionali (carte di uso pratico, atti notarili, documenti d’archivio, graffiti, filastrocche).  

Per ciascun volgare romanzo, è stato preso in maggiore considerazione uno di questi documenti ed è stato assurto ad atto di nascita. Nel caso del volgare italiano, tra le attestazioni più antiche (l’Indovinello Veronese, l’Iscrizione di San Clemente, l’Iscrizione della catacomba di Commodilla), il primato è spettato al Placito Capuano.

Chiunque vi si sia imbattuto durante il proprio percorso di studi, non riesce a togliersi dalla testa la celebre cantilena:

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

Che cosa significa?

“So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha avute in possesso il monastero benedettino di Montecassino”.

Il Placito Capuano è un verbale notarile su pergamena del 960 d.C., relativo ad una causa giuridica - svoltasi in presenza del giudice Arechisi - nella quale un abate di Montecassino e un tal Rodelgrimo di Aquino si contendevano il possedimento di certe terre.

Fu l’abate di Montecassino ad avere la meglio, rivendicando il diritto di usucapione: i monaci usufruivano di quei terreni da trent’anni e dunque, secondo la legislazione longobarda, ne avevano acquisito il possesso definitivo.

Decisivi alla risoluzione furono tre testimoni, ai quali si devono le prime attestazioni in volgare. È presumibile che tali discussioni orali non si svolgessero più in latino, anche se i verbali dovevano essere redatti nella lingua classica. Il notaio che si occupava della stesura del verbale durante la causa compì una scelta particolare e rivoluzionaria rispetto alla prassi: riportò le deposizioni esattamente nella lingua in cui erano state pronunciate.

La formula riportata si ripete sempre identica per quattro volte e, non solo, è stata addirittura rinvenuta in altri “Placiti campani”, a conferma del fatto che il volgare si stesse avviando verso una formalizzazione.

L’analisi di alcuni elementi linguistici ha permesso agli studiosi di identificare la frase come un esempio di idioma locale. Accanto ai latinismi (il nesso consonantico ct; la parola fini, da fines), compaiono forme popolari ancora in uso in alcuni dialetti meridionali, come la congiunzione “ko”, il pronome dimostrativo “kelle” e il verbo “sao” che potrebbe essere un influsso settentrionale o un’antica forma circolante in Campania.

Si può però parlare a tutti gli effetti di una nascita dell’italiano volgare, soltanto nel XIII secolo, ovvero dall’istante in cui gli scrittori cominciarono ad usarlo sistematicamente e volontariamente nelle proprie opere. Tale merito si deve alla “Scuola siciliana”, la cerchia di poeti attivi nella corte di Federico II, che adottò il “siciliano illustre” come lingua letteraria, nobilitandolo attraverso la commistione con il latino e il provenzale e coniando termini nuovi e affissi che sarebbero sopravvissuti finanche nelle produzioni poetiche dei secoli successivi.

Con la fine della dinastia Sveva, la Scuola tramontò; ma la sua eredità fu raccolta dai poeti toscani, sopranominati perciò “siculo- toscani”.

Tuttavia, costoro avevano conosciuto i siciliani tramite manoscritti curati da copisti toscani, i quali avevano limato la veste linguistica, eliminando i tratti regionali. Tale fattore, aggiunto alla nuova sede geografica di produzione poetica, favorì una “toscanizzazione” del volgare letterario, portata avanti dagli stilnovisti.

Da questo momento in poi, si espanse anche in altre regioni l’uso della varietà toscana nella composizione di testi letterari. Ciononostante, il latino era ancora l’unica lingua alla quale si riconosceva ufficialmente una dignità artistica.

Ricordiamo a tal proposito che lo stesso Petrarca riteneva di qualità inferiore le sue opere in volgare, quasi come se fossero un ludico passatempo, tant’è che i componimenti del Canzoniere furono da lui appellati nugae “cose di poco conto”.

Fu Dante uno dei maggiori sostenitori della neonata lingua. Infatti tuttora ne è considerato uno dei padri fondatori. Dante fu il primo teorico del volgare con il suo famosissimo trattato, il De Vulgari eloquentia. Dopo aver già elogiato le qualità del nuovo idioma, definito il “sole nuovo” nel Convivio, ritornò sull’argomento compiendo una lucida analisi linguistica per mezzo della quale, passando in rassegna le diverse parlate locali sparse nella penisola, andava alla ricerca di un volgare  “illustre” che fosse in grado di sostituirsi al latino.

Sebbene fosse giunto alla conclusione che nessuno dei volgari, così com’era, fosse degno di tale etichetta, con il plurilinguismo innovativo della Divina Commedia egli mostrò le potenzialità illimitate del volgare fiorentino, e in generale, del parlato popolare, compiendo delle scelte lessicali che sarebbero andate a configurare il Vocabolario di base dell’italiano.

Finora abbiamo parlato della poesia, ma qual era la situazione del volgare nella prosa? Ebbene, in questa tipologia testuale la resistenza del latino era più tenace. Importanti per la formazione della prosa italiana furono i volgarizzamenti di testi latini, le scritture mercantili concentrate nell’ambiente fiorentino e, inevitabilmente, la stesura del Decameron di Boccaccio, il quale - come ben sappiamo - diventò paradigmatico.

Bisognò aspettare il Cinquecento per assistere ad un generalizzato interesse verso il volgare, cosa che condusse allo sviluppo di un dibattito talmente acceso e travagliato - conosciuto come “Questione della lingua” - da protrarsi per oltre tre secoli.

Nella prossima puntata della rubrica #latorredibabele proseguiremo il nostro viaggio a ritroso nella storia della nostra meravigliosa lingua.