La storia della lingua italiana - Parte 3

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Per un recap della Parte 2: La storia della lingua italiana - Parte 2 

La nascita del Regno d’Italia nel 1861 riaprì la ferita aperta della lingua.

L’unificazione del Paese rese ancora più impellente la diffusione di una lingua nazionale che - uscendo dai ristretti confini della letteratura e delle occasioni ufficiali - entrasse nelle piazze, nelle strade e nelle case del popolo.  

Il 1800 fu il secolo decisivo per la risoluzione della “questione della lingua”, grazie al contributo di Alessandro Manzoni.

Il ministro dell’istruzione Emilio Broglio istituì una commissione presieduta dal Manzoni per trovare gli strumenti più efficaci al raggiungimento dell’unificazione linguistica. Da questa occasione nacque la relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla (1868). 

In questo documento, Manzoni affermava il primato del fiorentino colto dell’uso vivo e indicava come veicoli di diffusione:

L’allestimento di un vocabolario normativo fondato sull’uso vivo fiorentino e non più sugli scrittori;

L’impiego massiccio di maestri toscani nelle scuole o in alternativa un periodo di formazione in Toscana per gli insegnanti e per gli studenti originari di altre regioni;

La revisione linguistica “fiorentineggiante” dei libri scolastici e dei testi prodotti dalla pubblica amministrazione.

Manzoni mise in pratica la soluzione da lui proposta nella stesura de I Promessi Sposi. Nella ricerca ossessiva dello stile giusto, lo scrittore lombardo realizzò tre redazioni, il Fermo e Lucia del 1821, la cui veste linguistica era a suo dire:«un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine»; I Promessi Sposi del 1825- 1827 (la ventisettana) in una lingua tosco-milanese di base libresca; l’edizione del 1840-1842 (la quarantana). 

Fu quest’ultima la versione definitiva, in perfetto fiorentino colto contemporaneo, osservato e studiato durante i soggiorni fiorentini dello scrittore (la famosa «risciacquatura in Arno») e trascritto sulla carta senza intaccare la vitalità di una lingua parlata giornalmente. 

I Promessi Sposi spopolarono nelle scuole e, in generale, nella società postunitaria, ponendosi come modello linguistico unificante.                                                               

Nel XIX secolo si moltiplicarono a dismisura le opere lessicografiche: vennero composti numerosi dizionari, tra i quali, un vocabolario aderente alle idee manzoniane, il Giorgini-Broglio, che però non ebbe seguito.   

L’unità politica era stata raggiunta, ma lo stesso non si poteva dire di quella sociale e linguistica. Il numero di italofoni era bassissimo: secondo Tullio De Mauro quasi l’80% degli italiani era ancora dialettofona. 

L’azione della scuola si era rivelata inefficiente, poiché i docenti abbracciavano posizioni teoriche diverse e non avevano una preparazione adeguata per affrontare il plurilinguismo degli alunni. 

Ci vide lungo Graziadio Isaia Ascoli (in polemica con la proposta di Manzoni) quando asserì che l’unificazione linguistica poteva essere raggiunta soltanto nel momento in cui lo scambio culturale sarebbe divenuto fitto e, quindi, su spinta di cause naturali ed extralinguistiche. 

Il 1900 fu il secolo propizio.

De Mauro (1972) stilò una lista delle cause che avevano portato all’unificazione linguistica italiana: 

Le riforme scolastiche, a partire dalla legge Casati (1859), che imponeva l’obbligo, fino alla Riforma Gentile (1923), che diede alla scuola italiana un assetto molto simile a quello attuale. 

L’azione unificante della burocrazia, i cui uffici furono diffusi su tutto il territorio, imponendo ai cittadini di ogni ceto e grado di istruzione di avere a che fare con testi in lingua italiana. 

Il servizio militare obbligatorio, per mezzo del quale entrarono in contatto uomini di regioni diverse, i quali dovevano ricorrere a una lingua comune per comprendersi.

L’azione della stampa periodica e quotidiana che adottò un linguaggio più semplice per raggiungere lettori di qualsiasi estrazione e provenienza.

Il fenomeno dell’emigrazione che generò grandi spostamenti di massa e l’aggregazione attorno ai poli urbani.

I mass media (il cinema, la radio e la televisione) che divulgavano un paradigma linguistico unico, raggiungendo tutta la popolazione. 

Questi cambiamenti nei rapporti tra lingua e società portarono al decadimento del paradigma letterario, che dal Novecento in poi ha perso il suo consueto ruolo di riferimento per essere rimpiazzato dai mezzi di comunicazione di massa e dalla scrittura tecnico-scientifica. 

Pasolini ratificò la nascita ufficiale della lingua italiana, compresa e parlata da tutti gli italiani, nel 1964, nelle Nuove questioni linguistiche (un intervento pubblicato sulla rivista Rinascita). Nella sua visione, lo “standard” - così si chiama la varietà soggetta alla codificazione normativa - si era semplificato rispetto alla lingua tramandata dalla tradizione letteraria, perdendo i latinismi e subendo una maggiore influenza da parte del linguaggio tecnico-scientifico. Era insomma sorta una neo-lingua che finalmente poteva essere definita “nazionale”.

Il riepilogo che abbiamo compiuto sulla storia dell’italiano ci ha aiutato a comprendere un concetto essenziale e cioè che la nostra lingua è nata grazie alla letteratura, la quale si è fatta da tramite per promuovere una parlata locale (il fiorentino) e trasformarla in una lingua dell’uso nazionale. 

Perché proprio il fiorentino tra la miriade di dialetti parlati nella penisola? Le ragioni della scelta sono storiche, socioculturali e comunicative, non riguardano l’aspetto linguistico. Ciò vuol dire che non ci sono motivazioni linguistiche strutturali per cui la varietà impostasi sarebbe da giudicare superiore rispetto alle altre.

Potremmo dire che si è trattato di una serie di fortunate circostanze: l’alto valore letterario degli scrittori del Trecento presi a esempio; la sua vicinanza con il latino, che lo poneva in una posizione di “medietà” rispetto alle altre varietà; il prestigio di Firenze in vari campi (economico, culturale ecc). 

A differenza di quanto accaduto per altre lingue (come il francese) l’italiano moderno è in continuità con quello antico: sono due fasi storiche della stessa lingua - e non due sistemi contrapponibili - per questo riusciamo a leggere piuttosto facilmente testi di secoli fa. 

Allo stato attuale tutta la popolazione italiana è italofona, sebbene continuino a sopravvivere i dialetti e altre varietà minori (parlate dalle minoranze alloglotte). 

L’italiano standard si è ormai imposto e consolidato come lingua nazionale di Italia, ma poiché la lingua, lungi dall’essere un organismo statico, è un’entità mutevole, l’italiano contemporaneo si è frammentato in diverse varietà.

Affronteremo questo aspetto nel prossimo appuntamento della rubrica #latorredibabele. Vi aspettiamo!