La stregoneria irpina: le janare

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Irpinia: terra di lupi, di politici, di briganti (spesso, quest’ultime due figure si sono sovrapposte…), ma anche terra di streghe, le famigerate janare, donne dalla sapienza arcaica, arroccata fra i monti e per questo rimasta pura e inalterata.

Queste femmine dai poteri magici, incardinate nella superstizione, che le vedeva spiccare il volo a cavallo di una scopa e accoppiarsi con il demonio, sopravvivono ancor’oggi nel ricordo delle comunità rurali. Come presso quasi tutti i popoli primordiali, anche per gli Irpini era l’elemento femminile che padroneggiava gli strumenti magico-fascinatori, in particolare era la donna anziana la depositaria dei segreti terapeutici, e della produzione di pozioni velenose o inebrianti.

La janara, nelle credenze popolari, era una delle tante specie di streghe che popolavano i racconti della tradizione del mondo agreste e rurale. Il nome deriverebbe da Dianara, ossia sacerdotessa di Diana, la divinità romana della Luna, signora dei boschi, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e della caccia. Secondo un’altra ipotesi etimologica, il termine proverrebbe da Giano, il Dio capitolino dal volto bifronte, in grado di guardare al passato e al futuro, all’interno e all’esterno, invocato negli inizi e nei passaggi, manifestazioni fisicamente rappresentate dalle porte, dal radicale latino ianua.

Era appunto dinanzi alla porta dell’abitazione che era necessario collocare una scopa o un sacchetto con grani di sale: la strega, costretta a contare i fili o i grani, avrebbe indugiato fino al sorgere del Sole, la cui luce pare fosse sua mortale nemica.
Alla base di questo fenomeno sapienziale c’è la venerazione per il principio femminile e per ogni aspetto della sua rappresentazione, per la funzione di mediazione e di contatto con altri stati d’esistenza e di supporto per le guarigioni fisiche. La figura della janara era centrale per la medicina popolare, basata su un’operatività mistico-rituale, comprendente la divinazione, la magia e l’alterazione del livello di coscienza del terapeuta. L’estasi della guaritrice prevedeva l’intervento di uno spirito o di demone, che ne avrebbe posseduto il corpo. Nella tradizione irpina, la capacità di far guarire veniva trasmessa da una janara a una donna ritenuta adatta; il passaggio avveniva durante la notte di Natale, comunicando all’adepta i segni e le parole di protezione dai rischi delle manifestazioni sottili negative. In tutti i casi riguardanti la guarigione, il rito delle janare ripeteva, narrandoli e mimandoli, miti archetipici. L’operatrice magica, con funzione apotropaica, adoperava una chiave d’argento, metallo nobile simbolo di benessere e capace di proteggere dai demoni, e si accompagnava con uno scongiuro ben preciso, ripetuto più volte per neutralizzare il maligno. La stregoneria, antica come la vita, veniva quindi istituzionalizzata attraverso la figura della janara, operatrice del bene e guaritrice, colei che tutelava la comunità con parole e gesti cerimoniali, rituali di possessione, fascinazioni ed esorcismi.

La janara appartiene a un universo alieno, ma allo stesso tempo contiguo a quello ordinario, e per questo temibile e incomprensibile. Come tutti gli esseri magici, la janara ha carattere ambivalente, sia positivo che negativo; infatti, ella conosce i rimedi per le malattie mediante un sapiente utilizzo delle erbe, ma sa anche scatenare le tempeste contro i suoi nemici. La janara era un’esperta di erbe medicamentose: sapeva riconoscere tra le altre anche quelle con poteri narcotici o stupefacenti, che usava nelle sue pratiche, come nella fabbricazione di unguenti che le permettevano di diventare della stessa natura del vento o di creare dei gorghi, dei varchi verso gli inferi, dove far precipitare i malcapitati.

Eredi delle fate della tradizione celto-nordica, furono tragicamente demonizzate dall’irruzione del cristianesimo, che le trasformò in esseri malvagi, capaci di entrare nelle case sotto forma di spiffero di vento, saltare sul torace delle persone durante il sonno per soffocarle, provocare palpitazioni e rubare cavalli. La janara, infatti, usciva di notte e si intrufolava nelle stalle per prendere una giumenta e cavalcarla per tutta la notte; avrebbe avuto inoltre l’abitudine di intrecciare delle treccine alla criniera della cavalla rapita, lasciando così un segno della sua presenza. Capitava che la giumenta, sfinita dalla lunga cavalcata, non sopportasse lo sforzo immane a cui era stata sottoposta, morendo dalla fatica. Per evitare il rapimento dei cavalli, come detto sopra, si posizionava un sacco di sale o una scopa di saggina davanti alle porte delle abitazioni e delle stalle, poiché la janara non poteva resistere alla tentazione di quantificarne la consistenza, perdendo la cognizione del tempo fino al sorgere del sole che l’avrebbe costretta a fuggire.

La dottrina cattolica le associò alle ‘megere’, protagoniste negative della mitologia greca, le ‘Erinni’, infernali vendicatrici nate dal sangue di Urano, patrone dell’invidia e dell’infedeltà. Per difendersi da loro si doveva afferrarle per i capelli, il loro punto debole; a quel punto, alla domanda “che cosa hai tra le mani?” bisognava rispondere “ferro e acciaio”, in modo che essa non potesse liberarsi, se, al contrario si fosse risposto “capelli”, la janara avrebbe ribattuto “e io mi sciolgo come un’anguilla”, liberandosi e dandosi alla fuga. A chi fosse riuscita l’impresa di catturare una janara, quest’ultima avrebbe offerto la sua protezione per sette generazioni in cambio della libertà.

Streghe e janare, nei loro rituali, utilizzavano spesso i nodi, rappresentanti i punti in cui agiscono forze occulte e necessarie per gli effetti magici desiderati. Il nodo manifesta ciò che fissa l’uomo in un determinato stato dell’essere, poiché rappresenta l’unione di due elementi e la sua funzione è quella di tenerli insieme. Nodi e intrecci venivano, a esempio, utilizzati per realizzare incantesimi d’amore unendo simbolicamente un uomo e una donna; un altro esempio era il quello che veniva fatto ai pantaloni degli uomini sposati per renderli impotenti. Per la realizzazione di nodi, legami e incantesimi, di fondamentale importanza era l’utilizzo del canto all’interno del rituale; infatti, senza esso non si potevano realizzare intrecci funzionali. Il canto rituale, fatto di parole e suoni arcaici, rendeva armonico il movimento, imprimendo all’azione e all’opera energie non visibili.

Con l’arrivo dei Longobardi, popolo ufficialmente convertito al cristianesimo ma interiormente incline alla religiosità ‘pagana’, sopravvissero alcuni culti e rituali legati al mondo animale e vegetale. La simbologia della Grande Madre – riscontrabile in alcuni aspetti della Vergine Maria -, sovrapposta al ricordo del culto di Diana e associata ad altre divinità longobarde, favorì il persistere di quella sapienza magica che informò la cultura delle janare.

Adoratori degli alberi e delle foreste, di figure sacre legate alla terra e alla fertilità, i barbari accrebbero con le loro leggende il deposito mitologico irpino-sannita. Il noce, sulla scorta dell’esempio germanico, divenne il nucleo cerimoniale della “spiritualità streghesca”: luogo d’incontro fra demoni e janare, in un posto affollato di uccelli dove, specialmente di notte si riscontravano vortici d’aria e strane urla, e si svolgeva il banchetto accompagnato da riti orgiastici.
Chi avesse assistito, non invitato, a queste cerimonie, poteva essere vittima di malocchio e per sfuggirvi doveva utilizzare come antidoto le erbe di San Giovanni.

Ma dove era situato questo famoso noce? Molte testimonianze fanno riferimento alle rive del fiume Sabato: alcuni studiosi hanno supposto fosse a pochi chilometri da Altavilla Irpina, nello “stretto delle barbe”, territorio che si incunea tra l’Irpinia e il beneventano. La scelta della zona non era casuale, infatti, le rive del fiume sono ancora oggi ricche di erbe medicamentose, che possono provocare stati di trance e allucinazioni. La scelta dell’albero di noce è pregnante perché esprime il collante tra la magia e il mondo antico; nelle leggende svolge il ruolo di contenitore racchiudente in sé beni preziosi e misteriosi, e che difende con forza il suo contenuto. L’adorazione per quest’albero risaliva alla cultura druidica e celtica, ove esso era il rifugio delle fate e delle streghe. L’apologetica cristiana ha attribuito a San Barbato il merito di aver fatto abbattere il sacro noce che, secondo le leggende popolari, sarebbe ricresciuto nello stesso punto, più volte nel corso dei secoli, rendendo possibili le cerimonie del Sabba e le liturgie delle janarie, le invocazioni del demonio e il suo culto sotto forma di caprone.

Le Janare, alle donne che desideravano un bambino, consigliavano di recarsi durante la notte di San Giovanni vicino al noce a bagnarsi gli organi riproduttivi con la rugiada presente sull’erba. La notte del 23 giugno, infatti, rappresentava il giorno magico per eccellenza, era l’inizio di un periodo di incredibile fertilità e il momento in cui le erbe raggiungevano il massimo dei loro effetti terapeutici. Durante questa notte, con un rito tramandato da secoli, veniva prodotta anche un’acqua miracolosa, detta di San Giovanni o “rugiada degli Dei”. Si raccoglievano erbe e fiori, si lasciavano macerare dal tramonto fuori casa in modo che la rugiada vi si depositasse. La mattina successiva ci si lavava con questa mistura con il risultato di preservare il corpo dalle malattie, curare e rafforzare la pelle, favorire la fecondità e scacciare il malocchio.

Un’altra caratteristica della janara consentiva di identificarle quando indossavano sembianza umana: secondo questa leggenda, basta recarsi alla messa nella notte di Natale e attendere per vedere le ultime donne che abbandonano la chiesa. Queste sarebbero le janare che, in forma ordinaria e insospettabile, hanno assistito alla funzione più sacra della cristianità.
Ovviamente ogni paesino ha la sua strega. In alcuni centri nell’area dell’alta Irpinia, oltre alla janara si narra della masciara, sorta di stregoncella che stende il malocchio, esperta nelle “affascinature”. Si dice che fa le “masciarije”, le cosiddette “fatture”, preparando pozioni che manipolano il parto, provocando aborti o deformazioni nel nascituro. Altri tipi di streghe, nell’immaginario popolare irpino-sannita, sono: la zucculara, zoppa e così chiamata per i suoi zoccoli rumorosi; la manalonga (dal braccio lungo), che vive nei pozzi e tira giù chi passa nelle vicinanze; infine, vi sono le urie, specie di spiritelli domestici.

Queste donne, per metà umane e per metà divine, in parte guaritrici e in parte sciamane, dal grande sapere esoterico, descritte come orrende e mostruose, popolavano i racconti invernali fatti dagli anziani davanti ai camini. I segreti della loro arte, l’invisibile legame con la Madre Terra, i gesti ancestrali e le parole di una potenza nascosta, tutto ciò aveva delle radici che si perdono nella notte dei tempi. L’epoca moderna le ha confinate nella superstizione e ne obliterato la funzione riducendola a espressione folkloristica, tuttavia, la storia delle nostre terre le vide protagoniste e detentrici di una energia reale, che univa la comunità umana alle forze apparentemente invisibili.