La Valle d'Ansanto

Fonte Immagine: Antonio Ferragamo

Nel cuore dell’Irpinia, terra di transito obbligatorio fin dall’antichità, tra il Tirreno e l’Adriatico, a buon diritto definita Terra di Mezzo, in un luogo ameno, piuttosto circoscritto, si estende lungo un declivio vallivo, circondato quasi a semicerchio da rigogliosa vegetazione, un’area naturalistica dalle caratteristiche geofisiche molto simili ad un ambiente vulcanico, prima facie quasi lunare. Ci troviamo in Valle d’Ansanto, nel Comune di Rocca San Felice in Irpinia. Il visitatore che giunge in questo luogo, per la prima volta, vede in primo piano un laghetto torbido di modeste dimensioni, caratterizzato a livello superficiale, da bolle fangose, effetto
bollitura, che liberano nell’area circostante, gas provenienti dal sottosuolo. Ancor prima del laghetto fangoso, il visitatore sprovveduto, osserverà sgomento i numerosi cartelli che delineano il perimetro di sicurezza, contrassegnati dal pericolo di morte. Si tratta di una
combinazione di gas endogeni, sia gas solfurei particolarmente pungenti, che in giornate ventilate si percepiscono a chilometri di distanza, innocui, anzi ritenuti salutiferi ed esalazioni micidiali, caratterizzate da un’altissima concentrazione di anidride carbonica, che essendo inodore non è percepita preventivamente, causando la morte di esseri umani e di animali. Si ritiene che i gas della Mefite provengano direttamente dal mantello terrestre e giungano in superfice tramite faglie sotterranee. Non è raro vedere carcasse di cinghiali, volpi, talvolta anche uccelli o altri animali selvatici che vengono attratti dall’acqua del torrente, che scorre a valle del laghetto stesso, giacere senza vita come innocenti vittime sacrificali immolate
alla dea. Purtroppo nel corso dei secoli oltre ad animali selvatici e da pascolo, in particolare pecore, in Valle d’Ansanto hanno perso la vita anche persone, beffate dalla trappola dell’anidride carbonica, avvicinandosi incautamente al luogo dell’esalazioni. Testimonianza
storica ci viene fornita a riguardo da due illustri studiosi, oltre che profondi conoscitori del luogo: Vincenzo Maria Santoli e Mons. Nicola Gambino che nel 1960 pubblicava: Le vittime di Mefite. Altamente riduttivo sarebbe definire questo luogo meramente suggestivo, dato che
è un luogo catartico, fulcro e convergenza di energie. Questo sito, pur costituendo un unicum, per la forte vocazione paesaggistica, non è celebrato sic et simpliciter per l’aspetto prettamente naturalistico ma per l’eccezionale rilevanza storica ed archeologica che riveste,
anzi l’aspetto naturalistico è funzionale e strettamente correlato, costituendone connubio inscindibile, alla rilevanza storico/archeologica. Da quanto, inconfutabilmente risulta, sia dalla
copiosità che dalla diversificazione dei reperti archeologici portati alla luce, ci troviamo in uno dei luoghi più frequentati e conosciuti dell’Irpinia antica, consacrato alla dea Mefite. Non un santuario ma il santuario per eccellenza dei SamnitesHirpini,. La dea Mefite, assurge ad una posizione predominante nel pantheon delle divinità ctonie, di derivazione agricolo/silvo/pastorale. La peculiarità dell’Ampsanctus, ha suscitato l’interesse di molti autori fin dall’età classica: Plinio il Vecchio (Nat.Hist.II 95,208), Cicerone nel suo De Divinatione (I,36), Seneca, Claudiano, Servio, Sant’Agostino e perfino Virgilio che proprio nel settimo libro
dell’Eneide(vv 562) non solo viene affascinato negativamente dal luogo, dandone specifica descrizione, ma anzi lo identifica come la porta degli inferi, la bocca di Dite e ritiene che il torrente sottostante il laghetto fosse addirittura uno straripamento dell’Acheronte, il fiume del dolore, attraverso cui il traghettatore Caronte, conduceva nell’Ade, le anime dei defunti, previo il pagamento dell’obolo. Le fonti classiche, quindi l’interpretatio romana, perlopiù connotano a tinte fosche sia il luogo sia la dea Mefitis.
Questa esasperata neutralizzazione del culto alla dea Mefite fu mossa da autori che non potevano glorificare quelle terre, quelle usanze, né tantomeno quelle divinità scaturite dai Sanniti, tra i più acerrimi nemici di Roma. Indagini archeologiche sistematiche condotte già a
partire dal 1950 da Giovanni Oscar Onorato, portarono al rinvenimento di un importante deposito votivo, composto da terrecotte figurate, materiale fittile, un tesoretto numismatico, definito il tesoretto dell’Ansanto, bronzetti, ma soprattutto delle sculture lignee, di straordinaria importanza, attualmente conservate al Museo Irpino di Avellino. Queste sculture lignee antropomorfe pur essendo di materiale deperibile, grazie ad un microambiente favorevole e ad uno strato di fango umido, sono giunte fino ai nostri giorni in buone condizioni. Tra queste, si segnala una xoanon lignea di circa 135 cm di altezza, stilizzata, minimal, con volto primitivo e mento triangolare, che costituisce un raro exemplum di scultura italica  arcaica. Il culto di Mefite, si protrasse per secoli, con molta probabilità fino al secolo
II d.C. per essere poi gradualmente sostituito, in epoca tarda con la devozione a Santa Felicita. Necessario per meglio comprendere la portata dei fatti elencati risulta essere l’analisi del nome osco Mefitis. Diverse sono state le tesi addotte. La più attendibile, confermata
anche dai reperti archeologici rinvenuti, e negli ultimi tempi la più seguita, si deduce da un passo di Prisciano (Inst. III, 328) per cui a Mefitis, si attribuisce il significato di “divinità che sta nel mezzo” ossia la divinità benevola del dualismo, dell’alternanza della vita e della morte, del giorno e della notte. Ab origine era la deità delle sorgenti, rectius dell’acqua, quale elemento essenziale per antonomasia, la stessa acqua che dalle sorgenti, scorreva nei fiumi ed evaporando ritornava alla terra, in un eterno ciclo simbiotico, sotto forma di pioggia. In estrema sintesi Mefitis, era divinità pacifica del ciclo della vita, anello di congiunzione tra il trascendente e l’immanente, ma anche degli armenti, della fecondità, della mediazione e dei commerci. Le acque e i fanghi solforosi, sono stati inoltre ampiamente utilizzati per le loro intrinseche proprietà curative, soprattutto come rimedio naturale contro la scabbia ovina. Per
quanto concerne, la tradizione cultuale nel tempo verso Mefitis, si fa sempre più accreditata la tesi secondo cui, dagli Osci prima e dai Sanniti dopo, la deità fosse inizialmente venerata quale ninfa delle sorgenti, ma durante la romanizzazione la sua centralità fu sminuita a favore di divinità quali Venere ed anche Diana, collocando la dea in una posizione volutamente marginale, con riferimento alle solo acque termali, solforose e maleodoranti così come riferisce Servio.

 

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