La versione di Herzog

Fonte Immagine: web

E se, ipoteticamente, mentre siete a casa vostra, nel vostro regno apparentemente impenetrabile, a sorseggiare un rilassante Vesper Martini piuttosto che un freddo cognac scaldato con la fiamma, un “intoccabile” vi imponesse la presenza di un estraneo, in virtù di un presunto diritto di proprietà vantato sul suolo sottostante l’immobile da parte di opinabili antenati del suddetto sconosciuto, vissuti migliaia di anni prima, come la prendereste?

E’ più o meno quello che accadde ai popoli arabi, i quali si trovarono privati delle loro terre a favore del popolo ebraico, introdotto (legalmente o illegalmente) nelle porzioni di fondi fino ad allora, e per millenni, lavorati dal popolo indigeno – da cui ricavavano il già esiguo sostentamento -, in forza di mere bibliche fonti. E solo nel 1947, più di un ventennio dopo, il Comitato Speciale per la Palestina, costituito dall’ONU, manifestò la plateale ed irresolubile, infausta realtà per cui circa due milioni di persone, tra arabi ed ebrei, non avrebbero potuto sopravvivere di ciò che avrebbe prodotto quello che definì “un territorio che è arido, limitato, e povero di tutte le risorse essenziali”.

Questo, in modo estremamente riassuntivo, è ciò che accadde ai “cattivissimi” (ironico, per i meno perspicaci) palestinesi ed ai popoli arabi limitrofi: per volontà di più nazioni occidentali, vi fu un’occupazione, inutile ed insensata, ai danni di uomini e donne che avevano l’inaudito (ennesima, drammatica ironia) scopo di vivere del propria pane, nella propria terra natia. La Gran Bretagna, prima, e gli Stati Uniti, poi, obbligarono le popolazioni locali, che già vivevano secondo una giurisdizione sottoposta alle contestabili consuetudini religiose, ad accettare, in modo incondizionato, una moltitudine di stranieri che maturavano l’obiettivo di costituire uno stato indipendente, a loro volta, di natura ebraica, quindi religiosa.

Le incessanti lotte interne, portarono l’ONU a deliberare la “Risoluzione 3379”, con la quale si introduceva la discutibilissima equazione “sionismo uguale razzismo”. Da allora, la teoria sionista fu concepita come una forma discriminatoria verso le culture preesistenti e coabitanti il territorio in questione. Spinto anche dalle recenti dichiarazioni di Yasser Arafat (1974), leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il quale considerava Tel Aviv un “territorio occupato”, Chairm Herzog insorse contro quella che definì un “attacco antisemita contro l’ebraismo”, mosso dall’odio e dall’ignoranza. Il futuro “due volte” Presidente d’Israele, nel 1975, da ambasciatore israeliano delle Nazioni Unite, espose un durissimo discorso, proprio il 10 di novembre, giorno della dolorosa ricorrenza della famosa Notte dei Cristalli, quando, nel 1938, Hitler lanciò un duro attacco alla comunità ebraica, “bruciando le sinagoghe in tutte le città (tedesche) e appiccando roghi per le strade con i Libri Sacri, i rotoli della Legge Sacra e la Bibbia. In quella notte, le case ebraiche furono attaccate e i capi famiglia portati via, e di questi non molti tornarono”. Fu l’atto che inaugurò l’olocausto, una delle pagine più infamanti per il genere umano.

Egli puntò il dito contro quegli stati che sostennero tale Risoluzione, confermando la propria imperitura gratitudine “a quelle nazioni che si sono alzate in piedi e che hanno rifiutato di sostenere questa proposta sciagurata”, contro un’Organizzazione (l’ONU) “trascinata al suo livello più basso di discredito da una coalizione di despoti e di razzisti”.  

Herzog respinse decisamente e senza remore l’associazione del termine sionismo a quello di razzismo, in una società, quella ebraica, che ha garantito - a suo dire - le medesime tutele “per tutti gli abitanti di Israele, a prescindere dal credo religioso, razza o sesso”. “Il Sionismo ha creato il primo e unico vero e proprio Stato democratico in una parte del mondo che non conosceva realmente la democrazia e la libertà di parola”.

La Risoluzione 3379 fu revocata, nel 1991, mediante la Risoluzione 4641.

Tutti gli uomini che credono davvero in un mondo più civile e umano sperano in una soluzione finalmente pacifica per un Medio Oriente in costante all’erta, in cui troppe sono le vittime evitabili, tramite l'abbattimento di quel muro ideologico che continua a dividere due popoli ormai destinati a condividere la medesima fetta di mondo. Rimane un’utopia, a quanto pare, “Imagine all the people living life in peace...”, come auspicava il grande John, ma che almeno le parti coinvolte si chiedano, per i propri popoli e per il propri figli, “quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”, come cantava il buon Augusto.