Laicismo, o del fanatismo ateo

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Per la variegata quanto pittoresca “armata Brancaleone” del fondamentalismo laicista e del progressismo neoliberale, in forza del quale – come rilevato da Ratzinger – “non si tollera più che la Chiesa Cattolica possa esprimersi sulla propria identità e sulla propria fede”, l’obbedienza deve essere riservata unicamente all’economia, alle “sfide della globalizzazione”, all’insindacabile giudizio del mercato, al vincolo del debito e al dispotismo delle agenzie di rating. In ciò risiede il carattere dell’oggi trionfante “ateismo religioso” dell’armata Brancaleone del laicismo. Si tratta di una forma di ateismo intrinsecamente religiosa anzitutto poiché trasforma l’inesistenza di Dio in articolo di una fede che non di rado – come ricordato – rasenta l’integralismo e fa sì che il laicismo, che della religione aspirerebbe a essere l’antitesi, si rovesci dialetticamente in una nuova forma di fondamentalismo intollerante. L’ateismo è oggi semplice fede nel mondo dei mercati, dunque fede nel nulla e corollario inaggirabile del nichilismo. Con le grammatiche della Fenomenologia dello Spirito, l’Aufklärung e la fede – apparentemente opposti – risultano in verità segretamente complementari: l’uno si capovolge nell’altra, poiché sono entrambi accomunati dalla fede nel separato, nell’Oggetto pensato come presenza data a cui il Soggetto è chiamato ad adeguarsi, sia esso il Dio dei cieli o la raison come être suprême o, nel tempo presente, il Mercato come obiettività sacralizzata e a sé stante. La sola differenza – spiega lo Hegel – consiste nel fatto che l’illuminismo esiste principalmente come soddisfatto di sé e senza “coscienza infelice”, là dove “la fede è l’illuminismo insoddisfatto (unbefriedigte Aufklärung)”. L’Illuminismo rigetta la fede, e la fede respinge l’illuminismo: ciascuno nega l’altera pars e, dunque, ignora la propria identità con il respinto.

Il laicismo è, poi, una forma di ateismo religioso o, se si preferisce, di fondamentalismo ateo liberal-nichilista anche in ragione del fatto che, come si è evidenziato, opera ideologicamente nel senso di una delegittimazione del Dio tradizionale che si rivela funzionale alla santificazione del monoteismo del mercato come unica prospettiva teologica consentita. Per questo, la critica della teologia economica deve oggi racchiudere al proprio interno anche una critica dell’ateismo religioso come sua funzione espressiva fondamentale. La religione del libero mercato e dell’impianto tecnoscientifico si regge, dunque, su una particolare figura religiosa, che abbiamo suggerito di ravvisare nel fondamentalismo laicista.

L’ateismo materialistico dell’illuminismo francese, à la La Mettrie o à la d’Holbach, era intrinsecamente dialettico, dacché, per un verso, già legittimava il nuovo spirito del capitalismo e della sua riduzione dell’essente a materia despiritualizzata e calcolabile; e, per un altro, celebrando il “giorno in cui l’ultimo re verrà strangolato con le viscere dell’ultimo prete”, delegittimava in forma emancipativa e progressista le pretese normative di un’ideologia gerarchica tardofeudale e signorile, incardinata sulla religione cristiana (sia nella variante cattolica, sia in quella protestante) e sull’idea di un Dio “padrone” a cui sottomettersi (così deve essere letto il motto anarchico ni Dieu ni maître). Secondo questa linea ermeneutica, semplificatrice e incapace di comprendere l’essenza della religione, ma dall’indubbia valenza critica se contestualizzata nel tempo del suo esercizio critico, la religione sarebbe un inganno di scaltri preti ai danni di masse rivoluzionarie o, alternativamente, una collettiva allucinazione di menti non giunte alla maturità di chi si serve della propria intelligenza e sa intrattenere un rapporto critico con il cielo come con la terra: l’esplosivo corollario liberatorio sarebbe quello di un mondo senza padroni e dei sopra di sé, ma solo kantiani cieli stellati per soggetti autonomi. Per parte sua, l’ateismo contemporaneo, nel quadro del concreto rapporto di forza turbocapitalistico, figura come privo di questa ambivalenza dialettica: esso è pienamente complementare allo spirito del tempo per le ragioni già evocate, dalla neutralizzazione del sacro all’individualizzazione di massa, dalla decostruzione di ogni tabù alla omologazione planetaria del mondo sotto il segno dell’immanentismo desacralizzato, dalla perdita di interesse per il problema della verità alla dissoluzione di ogni identità non integralmente coerente con il mondo mercificato.

Il laicismo ateo sempre si celebra come orientato a negare la religione, a sua volta presentata sic et simpliciter, in forma caricaturale quando non manicomiale, come apoteosi dell’ignoranza e della superstizione. Si leggano, tra i tanti dello stesso tenore, i libri Contro il sacro: perché le fedi ci rendono stupidi (2016) di Edoardo Boncinelli e Perché non possiamo essere cristiani (2007) di Piergiorgio Odifreddi (2007). Essi, sia pure in forme diverse, sostengono che, al tempo dello splendore della scienza, solo gli stolti possono ancora credere in Dio. Ora, se davvero la ratio dell’ateismo fosse la negazione del fondamentalismo religioso e dell’umana superstizione, come asseriscono i suoi alfieri, non si spiegherebbe perché esso, nelle sue principali figure espressive, non prenda posizione contro il più grande fondamentalismo e contro la più grande superstizione, vale a dire contro il tecnocapitalismo innalzato a dio immodificabile, eterno e inesorabile e contro i suoi dogmi principali (centralità robinsoniana dell’individualismo occidentale, teologia interventistica dei diritti umani e dei bombardamenti etici, fede cieca nei meccanismi anonimi dell’economia deregolamentata).

I fustigatori contemporanei della religione, tanto solerti nel criticare il cielo quanto indisponibili nella critica di ciò che avviene sulla terra, non si sono poi spinti molto più in là di Nietzsche e del suo anatema: la religione come “aborto” prodotto dal rancore di una schiatta di falliti, i quali, con essa, impongono ai migliori una perversa etica dell’uguaglianza e della passione, in questo modo intossicando la vita con il senso di colpa. Il giudizio, in tutt’altra cornice di pensiero, è avvalorato dal Freud del Disagio della civiltà, che nel fenomeno della religione individua unicamente il profilo della debolezza e dell’infantilismo, della volontà di servire e della più bassa mediocrità. Nessuno di questi interpreti, nemmeno i più raffinati come Freud e Nietzsche, hanno afferrato ciò che Hegel più di ogni altro ha messo a tema, ossia il carattere veritativo della religione come rappresentazione dell’Assoluto che non confligge con la ragione, ma la completa con una diversa forma espressiva.