Le prove generali per il paradigma del terrore epidemiologico

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Non si tratta di negare l’esistenza dell’emergenza: vuol dire, invece, riconoscere che, sull’emergenza (non di rado innegabilmente amplificata dall’ordine del discorso dominante), si innesta una razionalità politica che dell’emergenza stessa si avvale per rinsaldare i cristalli del potere e per stringere le maglie del controllo. More solito, l’ordine dominante volge a proprio favore la crisi, impiegandola essenzialmente in vista di tre obiettivi reciprocamente innervati: a) introdurre misure che, in una condizione normale, mai verrebbero accettate e che, invece, risultano ineludibili per via della situazione emergenziale (in tal maniera, l’inammissibile si fa inevitabile); b) far apparire temporanee, perché legate all’emergenza, norme e restrizioni che, invero, aspirano a farsi permanenti (e che assai spesso lo divengono realmente); c) accelerare fortemente processi che erano già in atto o che, comunque, erano nell’aria e che, in una condizione di normalità, avrebbero richiesto decisamente più tempo per potersi attuare compiutamente. Nel caso specifico dell’emergenza del Coronavirus, sembra che tutte e tre le condizioni siano rispettate: per quel che riguarda il punto a), si pensi anche solo al lockdown e, in generale, alla limitazione della libertà di spostamento; per quel che concerne il punto b), si consideri, ad esempio, il “distanziamento sociale”, che con tutta evidenza figurerà come il nuovo principio organizzativo della contactless society; per quel che, infine, inerisce al punto c), si pensi alla virtualizzazione delle relazioni e, segnatamente, alle nuove prassi delle telelezioni e del telelavoro, processi che già da tempo erano in corso e che ora si vengono compiendo con inaudita rapidità. Si ricorderà che, in Italia, le scuole sono state chiuse quasi subito, a fine febbraio, e già in una settimana si svolgevano regolarmente, in larga parte del Paese, lezioni on line, in streaming e con piattaforme digitali. Senza negare l’emergenza o – secondo il cliché di sparuti gruppi in lockdown cognitivo permanente – del virus stesso, si tratta di comprenderne la funzione economica, sociale e politica. A questo riguardo, una storicizzazione dello sguardo può agevolare l’opera di comprensione. In effetti, le prove generali per l’impiego dell’emergenza sanitaria come arte del governo liberista risalgono già al 2005. In quell’anno, l’OMS, nella persona del suo coordinatore David Nabarro, aveva annunciato la possibilità di 150 milioni di morti per l’influenza aviaria in arrivo. L’OMS aveva già nel 200 proposto una strategia biopolitica di contenimento che gli Stati a quel tempo non erano ancora pronti per accogliere. L’influenza aviaria del 2005 fu presentata dall’allora direttore dell’OMS, Klaus Stöhr, come un’infezione capace di causare fino a sette milioni di morti nel mondo. Venne addirittura paragonata alla Spagnola del 1918. Come sappiamo, l’influenza aviaria non causò che poche centinaia di vittime in tutto il mondo. Fu, poi, nel 2009 che si tentarono nuove prove generali, allorché l’OMS proclamò uno stato d’allerta pandemico per la diffusione del virus influenzale H1N1 (la cosiddetta “influenza suina”). Nel 2010, dopo un anno e mezzo dalla sua comparsa, l’influenza suina si estinse: aveva contagiato 482.000 persone e causato appena 20.000 morti in tutto il mondo. E, tuttavia, già allora si evocarono alcune misure di contrasto della diffusione del virus che sarebbero divenute protagoniste in senso pieno solo nel 2020. Il 16 giugno del 2010, ad esempio, ilgruppo CDC (Centers for Disease Control and Prevention) pubblicava un articolo dal titolo The 2009 H1N1 Pandemic: SummaryHighlights, April 2009-April 2010. In esso, così si poteva leggere: “social distancingmeasures are meant to increasedistancebetweenpeople. Measures include staying home whenillunless to seekmedical care, avoiding large gatherings, telecommuting, and implementingschoolclosures”. È difficile dire se, semplicemente, nel 2005 e nel 2009 si trattasse di virus più deboli rispetto al Coronavirus del 2020 o se, invece, non fosse, in quegli anni, ancora il momento per la svolta di paradigma. A suffragare questa seconda lettura pare esservi, oltretutto, il fatto che, nel 2015, in Italia morirono 50.000 persone a causa dell’epidemia influenzale stagionale.Ancora, nel 2018 l’influenza stagionale provocò, nel suo picco di diffusione, il ricovero in terapia intensiva di oltre 800 italiani. Nel 2017, ancora, vi furono 500.000 morti in tutto il mondo a causa dell’epidemia di influenza stagionale. I giornali riportarono, peraltro, la notizia, sottolineando la situazione tragica in cui versavano gli ospedali e le terapie intensive. Così si poteva leggere, ad esempio, su alcuni quotidiani: Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza (“Il Corriere della Sera”, 10.1.2018); Influenza, vaccinazioni al 50% e ospedali al limite del collasso (“Il Secolo XIX”, 11.1.2017); Ospedali al collasso, la Regione ai direttori: “Massima attenzione ai pronto soccorso” (“La Nazione”, 5.1.2017). A differenza di quanto sarebbe accaduto nel 2020, il Paese non fu condannato alla paralisi socioeconomica del lockdown (parziale o totale) in nessuno degli anni appena menzionati. Né i cittadini vennero terrorizzati da una martellante campagna mediatica avente come unico scopo – secondo quanto sarebbe capitato nel 2020 – l’atterrire la popolazione e convincerla ad accettare in silenzio il confinamento domiciliare coatto. Nel 2005 (influenza aviaria), nel 2009 (influenza suina), e nell’arco temporale racchiuso tra gli estremi del 2015 e del 2019, la pressione mediatica e politica verteva, con tutta evidenza, su altre priorità strategiche.