Le varietà dell’italiano contemporaneo

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Come abbiamo più volte rimarcato, la lingua è un organismo mutevole soggetto a variazione, sia nel corso del tempo (diacronia) sia nel comportamento dei parlanti in un determinato momento (sincronia).

La variazione sincronica di una lingua non è casuale, ma è influenzata da parametri extralinguistici che si dispongono lungo 4 assi di variazione:

- Variazione diatopica: è la variazione della lingua attraverso lo spazio geografico. 

- Variazione diastratica: è legata alle caratteristiche sociali (età, sesso, gruppo e ceto) e al grado di scolarizzazione dei parlanti.   

- Variazione diafasica o situazionale: comprende le diverse forme in cui vengono realizzati i messaggi linguistici in relazione alla situazione comunicativa, cioè al contesto nel quale si svolge l’interazione verbale (campo, tenore e modo). 

- Variazione diamesica: è la capacità della lingua di variare a seconda del mezzo o del canale di comunicazione impiegato. 

Le dimensioni di variazione danno forma a varietà diverse della stessa lingua, la quale può essere realizzata in modi differenti senza perdere la sua natura sostanziale. Ogni lingua varia in simultanea su questi assi. Anche per l’italiano, dunque, dobbiamo considerare l’esistenza di varietà alternative a quella standard.

Ricordiamo: l’italiano standard è il fiorentino letterario assunto come lingua ufficiale dell’Italia, soggetto alla codificazione normativa, descritto e veicolato dalle grammatiche e dai vocabolari e preso a modello di riferimento per l’uso corretto e l’insegnamento scolastico. 

1. Variazione diatopica 

Per l’italiano, la dimensione principale di variabilità è quella diatopica, soprattutto nell’oralità. Nella realtà dei fatti quasi nessuno parla l’italiano standard, se non alcune categorie professionali (attori, radiofonici ecc). Tutti gli altri parlano quotidianamente gli italiani regionali.

L’italiano regionale è una varietà intermedia tra l’italiano standard e i dialetti; come lo definì il linguista Giovan Battista Pellegrini è un «italiano con elementi dialettali». L’aggettivo «regionale» non va inteso in senso letterale con riferimento alle regioni amministrative, bensì col significato di “locale”, proprio di una certa area geografica.

In parole semplici, gli italiani regionali sono quelli a cui facciamo il verso per imitare la “calata” degli abitanti di una località. 

L’intonazione (calata o accento), e in generale i fenomeni fonetici, sono le caratteristiche più evidenti degli italiani regionali, grazie alle quali individuiamo la provenienza dei parlanti.

Il regionalismo investe anche il livello morfologico e sintattico. 

Pensiamo ai termini locali (barba “zio” a Milano; schèi “soldi” in Veneto; boccaccio “barattolo” in Campania), ai geosinonimi (parole diverse impiegate nelle varie zone geografiche del Paese per designare le stesse cose); alla formazione delle parole ( per es. il suffisso vezzeggiativo –illo bellillo usato a Napoli con il significato di “carino”). 

Sul piano sintattico, possiamo prendere come esempio l’accusativo preposizionale tipico dell’italiano campano (Chiama a Maria) o un anomalo ordine dei costituenti nella frase (in siciliano e in sardo il verbo è alla fine). 

Fino a qualche decennio fa la coloritura regionale era vista di malocchio. La corretta pronuncia rappresentava una vera e propria ossessione. La situazione si è capovolta negli ultimi anni, nel momento in cui la componente regionale è stata rivalutata come un valore aggiunto a garanzia di autenticità e naturalezza. 

2. Variazione diastratica 

Gli usi linguistici mutano in relazione al livello socioculturale delle persone, secondo variabili socio-demografiche come: la rete sociale, l’occupazione, il sesso e il genere e via discorrendo. 

Dal momento che le variabili sono molteplici, tale dimensione dà luogo a numerose possibilità alternative di variazione.

Per quanto riguarda l’italiano, uno dei parametri più determinati sembrerebbe quello legato al grado di istruzione. I parlanti appartenenti a strati sociali bassi e dotati di uno scarso livello di scolarizzazione hanno una competenza della lingua imperfetta e incompiuta, influenzata dalla realtà dialettale. 

Questa varietà è stata definita “italiano dei semicolti” per le manifestazioni scritte, “italiano popolare” per quelle parlate. 

I semicolti conoscono la lingua e sono capaci di adoperarla per finalità pratiche e funzionali, ma assumono atteggiamenti linguistici devianti dalla norma e soggetti a stigma sociale.

Gli elementi tipici delle produzioni basse in diastratia investono tutti i livelli di analisi: pronunce scorrette, ortografia imprecisa, sintassi segmentata, regolarizzazione di paradigmi, concordanze a senso, uso del “che polivalente” (il negozio che sono andato), il “ci” dativale (ci ho detto), sovraestensione del pronome “gli” al femminile e al plurale… insomma, dilagano i fenomeni di semplificazione.

Un altro esempio pratico di varietà marcata in diastratia sono i gerghi, vale a dire i linguaggi usati da gruppi specifici di persone in determinate situazioni, per impedire la comprensione agli estranei (es. il gergo giovanile).

La variazione diastratica è un mezzo di costruzione e di trasmissione della propria identità in relazione agli altri membri della società.   

3. Variazione diafasica

Su questo asse si collocano i registri («modi diversi di dire la stessa cosa») e i linguaggi specialistici («modi di dire cose diverse»).  

La variazione di registro o stilistica è connessa con la categoria del tenore, cioè con i ruoli sociali che i soggetti assumono durante uno scambio comunicativo e con il grado di confidenza che intercorre tra di loro. 

Si tratta della tradizionale distinzione tra italiano formale e informale. Il grado di formalità si misura su un continuum (una scala di registri) che va dal massimamente formale (lingua aulica) al massimamente informale (lingua colloquiale). 

Per intenderci: il comportamento linguistico durante un colloquio di lavoro o un esame è differente rispetto a quello assunto durante un’interazione tra familiari e amici intimi. 

Si metteranno dunque in campo, su ciascun livello di analisi della lingua, diversi strumenti linguistici consoni alla specifica situazione comunicativa. 

Il principale indicatore di registro è rappresentato dalla scelta pronominale degli allocutivi e delle forme di cortesia ad essi connesse. 

Gli allocutivi sono i pronomi con i quali ci rivolgiamo a un destinatario. 

Se il rapporto con il destinatario è asimmetrico (i due interlocutori non sono sullo stesso piano sociale e comunicativo) si usa l’allocutivo di terza persona singolare “Lei”, le forme grammaticali corrispondenti, gli appellativi onorifici e i convenevoli vari (es. Mi scusi Signore, sarebbe così gentile da chiudere la finestra?).   

Al contrario, se il rapporto è simmetrico e confidenziale, si seleziona la seconda persona singolare e i mezzi linguistici coerenti con questa scelta (es. Ehi, vuoi chiudere o no quella cavolo di finestra?!).

In linea generale, nei registri formali la sintassi del periodo è complessa, ricca di subordinate, il lessico è aulico e ampio e nell’oralità la velocità di esecuzione è lenta. Nei registri informali la sintassi si semplifica, prevale la paratassi e le parole passe- partout dal significato generico, interiezioni, locuzioni e termini gergali e dialettali; inoltre, la modalità di esecuzione è veloce. 

Per quanto riguarda i linguaggi specialistici o settoriali, questi dipendono dagli argomenti di conversazione (il “campo”) e sono utilizzati in «determinati settori specialistici e caratterizzati da una terminologia tecnica che spesso si discosta dal lessico comune o lo usa in accezioni particolari» (GRADIT).  

Vi rientra tutta la gamma di linguaggi tecnico-specialistici - il linguaggio burocratico, quello della medicina, dell’architettura, dello sport - le cui differenze si riversano soprattutto nel lessico e nella semantica, poiché ogni sottocodice possiede unità lessicali particolari atte ad assumere significati propri di quel campo di attività.

4. Variazione diamesica 

La variazione diamesica è inseparabile dalle altre: le varietà fin qui illustrate sono sempre connesse alla distinzione tra lingua scritta e lingua parlata (italiano standard e formale nello scritto vs italiano popolare, regionale e informale nel parlato). 

In un primo momento questa dimensione era considerata parte di quella diafasica, ma poi gli studiosi si sono accorti che il “modo” di comunicazione è talmente determinante nella differenziazione delle realizzazioni linguistiche da dover essere giudicato come una forma di variazione autonoma. 

Accanto alla tradizionale bipartizione tra canale scritto (grafico-visivo) e orale (fonico-acustico), la nascita dei nuovi media ha creato delle varietà intermedie, tra cui il parlato trasmesso e il parlato grafico

Il parlato trasmesso è stato definito da Nencioni (1976):« scritto per essere detto come se non fosse scritto».

L’etichetta viene applicata per designare il parlato veicolato da meccanismi di riproduzione, registrazione e ricezione del suono e delle immagini. In pratica: copioni cinematografici, radiofonici, drammaturgici e tutto ciò che pur essendo scritto è destinato a una riproduzione orale “controllata”.

Il “parlato grafico” o “digitato” fa riferimento ai testi digitali (come le chat Whatsapp, i post su Facebook o Twitter ) che pur essendo realizzati mediante il canale grafico-visivo hanno una struttura più vicina al parlato-parlato. 

Le varietà diamesiche “polari” si distinguono per alcune proprietà caratterizzanti. 

Lo scritto-scritto è monologico (non dà al destinatario la possibilità di replicare), segue le coordinate di coerenza e coesione per la strutturazione pianificata del testo, ha una sintassi e un repertorio lessicografico particolareggiati. 

Il parlato-parlato (il cui prototipo è una conversazione spontanea tra confidenti) ha un alto grado di interattività (consente il botta e risposta tra gli interlocutori), è ancorato al momento in cui avviene l’interazione (impiego di deittici), ed è segnato da una scarsa pianificazione che implica la frequenza di frasi sospese, pause, riformulazioni, interiezioni, termini vaghi.

Le varietà diamesiche intermedie protendono verso un polo o l’altro dell’asse, prendendo un po’ di qua un po’ di là. Per esempio, il parlato trasmesso condivide la monologicità dello scritto-scritto e l’attenta pianificazione, ma presenta anche i tratti tipici del parlato-parlato, come i fenomeni paralinguistici.

La varietà dell’italiano è una conferma di quanto l’universo linguistico sia sterminato.