L’epidemia e il pericoloso mito della protezione totale

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Con il titolo di un’intervista ad Agamben apparsa su “Le Monde” il 24 marzo del 2020, possiamo legittimamente sostenere che l’épidémiemontreclairementque l’état d’exception est devenu la condition normale. L’emergenza è divenuta la nuova normalità, ciò che rende possibile un rivoluzionamento non innocuo del modo di esistere, di pensare, di produrre e di relazionarsi. Lo Stato liberale, assumendo ancora una volta le terrifiche sembianze del Leviatano dalla spada sguainata, rivela ora il suo poderoso impianto “necropolitico”: dà vita a un nuovo genere di potere, alla sovrana disposizione della vita. Ora produce un’esposizione calcolata alla morte di settori della popolazione, che vengono sacrificati alla logica illogica del massimo profitto e della riduzione dei costi; ora, ancora, pretende di amministrare la mera vita degli individui, privandoli del bios e trattandoli come semplici corpi da gestire con protezione totale o, rectius, totalitaria. E sempre più appare evidente come la nuova razionalità politica introdotta dalla gestione dell’emergenza epidemiologica ancora una volta acceleri e consolidi una tendenza già in atto nel turbocapitalismo post-1989: la distruzione delle procedure, oltre che della sostanza, delle tradizionali democrazie parlamentari, già da tempo intese e trattate come un ostacolo ripetto all’autogoverno dei mercati post-nazionali e delle loro classi di riferimento. Sotto questo riguardo, non deve sfuggire come il mito della protezione totale della vita sia intrinsecamente pericoloso e contraddittorio: pericoloso, in quanto inscindibilmente connesso con forme di governo che non possono che risultare totalitarie; contraddittorio, giacché la vita è, per sua essenza, esposta al pericolo e, di più, all’estremo pericolo della morte. Per quel che concerne il primo punto, è superfluo ricordare come l’ideale di una protezione totale, quale che sia poi la sua concreta attuazione, si rovesci puntualmente in forme di amministrazione non democratica dell’esistenza. Quest’ultima è concepita come bene disponibile per il potere, quantunque si intenda quest’ultimo come chiamato a proteggerla: per protettiva che possa essere, l’opera del potere, per poter essere efficace in forma totale, deve dare luogo a un potere che sia esso stesso totale. La presa totale sulla vita degli individui coincide, allora, con la presa totalitaria della vita degli individui. In un ordine democratico, il fatto che vi siano contegni che possono mettere a repentaglio l’esistenza dell’individuo – è il caso emblematico del fumo – e che, non di meno, lo Stato non possa permettersi di negare con il suo monopolio della forza legittima è la prova, contraddittoria se si vuole, di una libertà intangibile dell’individuo, che può perfino esplicitarsi, nel caso estremo, come volontà di nuocere a se stessi. In un ordinamento democratico, quello della salute deve essere un diritto garantito a tutti: mutarlo in un dovere imposto universalmente significa per ciò stesso abbandonare i perimetri dell’ordinamento democratico, per accedere a forme di governo differenti e, in ogni caso, avulse dall’ordine propriamente democratico.  Ciò ci permette di sostenere che, anche se nella forma positiva della protezione, il potere, per poter essere democratico in senso proprio, non può essere totale: non può, cioè, disporre incondizionatamente della vita dei cittadini, trattati alla stregua di sudditi. Per quel che riguarda il secondo nodo problematico evocato, folle è quel discorso che pretenda di mettere al riparo la vita dal pericolo in quanto tale. Lebenüberhauptheißt in Gefahrsein, “vivere, in generale, vuol dire essere in pericolo”: così scrive Nietzsche in Schopemhauer come educatore. La vita è, per sua essenza, esposta al pericolo della morte, che, evento certo in data incerta, è essa stessa parte della vita, come sua negazione: era ciò che spingeva Blaise Pascal, nei Pensieri, ad asserire che, in fondo, siamo tutti dei condannati a morte, che semplicemente ignorano il giorno dell’esecuzione. Per questo, con le parole di Dante, si può con diritto parlare di un vivere “ch’è un correre a la morte” (Purgatorio, XXXIII, v. 54). Con i versi di Ungaretti, “la morte si sconta vivendo”. Il tratto intimamente paradossale sta nel fatto che cercare di dare estrema protezione alla vita, mettendola interamente al sicuro dal pericolo della morte, vuol dire negare la vita stessa. La libertà stessa, che della vita è tratto peculiare, è pericolo, esposizione al rischio della scelta e delle sue conseguenze: chi, per difendere la vita, la privasse del rischio e, con esso, della libertà, non starebbe in realtà proteggendo e magari anche potenziando la vita; la starebbe, al contrario, annichilendo. Insomma, è intrinsecamente mendace il discorso – elevato a pensiero unico nel contesto pandemico – che ripete che, per salvare la vita, si può, sia pure solo pro tempore, sospendere la libertà: tolta la libertà, è persa anche la vita, che esiste e solo può esistere come libertà e rischio.