L’Europa mancata

Fonte Immagine: micromega

Europa, anno 2022 del calendario ed anno 0 sul piano dell’integrazione.

Il recente conflitto in Ucraina ha messo a nudo tutte le deficienze dell’UE che, incartatasi nei suoi meccanismi burocratici, non ha saputo completare il suo processo di integrazione dei popoli, dimostrando di essere un gigante con i piedi d’argilla, una sorta di carrozzone burocratico definita dai suoi più aspri critici come “L’Europa delle banche e dei banchieri e non l’Europa dei popoli”.

Il principale fallimento, e cioè quello politico-eonomico, ha comportato con sé altri due fallimenti, quello relativo alle politiche energetiche e quello strategico-militare. 

Il primo è dovuto alla mancanza di una veduta comune su temi importanti come l’approvvigionamento di materie prime volte a raggiungere l’indipendenza energetica, le varie nazioni hanno agito ognuna per conto proprio assecondando unicamente i loro bisogni. Emblematica a tal proposito è la gestione dell’energia nucleare , vedasi le differenze di vedute tra Germania, che progressivamente sta dismettendo tutti i suoi reattori a fissione, e la Francia forte anche dei suoi giacimenti di Uranio a basso costo in Africa si accinge ad incrementare la produzione energetica derivante da questa fonte.

Ancora, l’Europa o meglio i singoli Stati si sono sempre accontentati di stringere accordi commerciali con i migliori offerenti senza badare agli effetti collaterali derivanti da queste politiche volte solo a raggiungere risultati sul breve periodo, vedasi l’attuale vicenda Ucraina dove la Russia invasore si ritrova con il coltello dalla parte del manico, vista la difficoltà dell’UE di interrompere le forniture di gas per paura di ritrovarsi priva di questa fondamentale risorsa.

Concludendo su questo tema, la colpa più grave del vecchio continente è quella di non aver mai attuato un piano di transizione ecologica, volta a risolvere contestualmente al problema dell’indipendenza energetica quello altrettanto importante della transazione ecologica.

Venendo al secondo fallimento, quello militare, è noto a tutti che nell’immediato dopoguerra l’Europa al centro dei giochi di potere delle due superpotenze mondiali USA ed URSS ha rinunciato ad una forza di difesa comune preferendo aderire per non dire annettersi alla NATO.

Tale organizzazione, a guida USA, con la scusa della liberazione dal nazifascismo ne ha approfittato per installare decine di basi militari inizialmente nell’Europa centrale, per poi espandersi a dismisura in buona parte degli ex paesi sovietici nonostante la guerra fredda fosse terminata con la loro sconfitta e senza tener conto del loro desiderio di riarmo e riespansione.

Attualmente è tornata di moda l’idea di un Esercito Comune Europeo, una forza militare che coinvolga tutti gli stati membri spinti da un comune sentimento di appartenenza ma che prima di tutto deve passare per un processo di fraternizzazione tra i vari popoli, e molto importante a tal proposito è l’opinione dell’analista geopolitico Dario Fabbri, il qual dice espressamente: “Quello della difesa comune europea è uno dei pilastri mai realizzati della costruzione europea. Costruire le forze armate vuol dire morire, perché in guerra, e questo non è chiarissimo attraverso i videogiochi, ma si muore – precisa Fabbri -. E si muore per qualcun altro solo per sentimento. Un lituano che muore per uno spagnolo non esiste. Un italiano medio che vuole morire per un finlandese io non l’ho mai visto. Si ha la sensazione che fare le forze armate voglia dire andare a fare operazioni di pace in cui si spara come nei videogiochi e poi quando ci si trova in difficoltà ci si comunica in inglese. 

La vita reale non è questa. La nazione non si costruisce in questa maniera, è puro sentimento. Spesso il sentimento viene dopo l’imposizione di qualcuno su qualcun altro. Tutte le nazioni sono nate così, c’è un nucleo centrale che si impone agli altri. E poi le forze armate europee chi le comanda? Chi ci sta a essere comandato da un’altra nazionalità davanti a persone che ti sparano?

A contrastare la realizzazione di un esercito unico europeo anche gli interessi degli Stati Uniti. “Gli americani non vogliono in nessun modo un esercito europeo a meno che non si voglia fare in una forma cosmetica in cui lo mandiamo a fare le parate, diamo le bandierine – conclude Fabbri -. 

E poi quando facciamo la guerra facciamo le cose serie, e lo facciamo scomparire. Altrimenti dobbiamo fare guerra agli americani. Se si dovessero fare forze armate europee reali bisogna fare la guerra agli americani. Dunque in bocca al lupo”.

È dunque lecito affermare che quello di rinunciare a porsi come alternativa politico-economica e potenza militare neutra rispetto ai due blocchi post seconda guerra mondiale è stato un errore di cui stanno pagando le conseguenze gli ucraini ma che con l’espansione di questo conflitto ad altre nazioni potrebbe costare caro anche al resto dei cittadini europei.

Se per settanta anni la pace ha regnato all’interno del continente (tranne le eccezioni dei paesi facenti parte dell’ex Jugoslavia) lo è stato per pura fortuna.

Prima che future decisioni basate solo sugli di alcuni portino svantaggio a molti, ogni europeo dovrebbe farsi capace che da soli i singoli Stati non reggono il confronto con veri e propri imperi quali Russia ed Usa, ma unita l’Europa può vincere, può sperare in un continente in cui pace, indipendenza e progresso saranno alla portata di tutti.