L’incubo di Montesquieu. La disarticolazione della divisione dei poteri

Fonte Immagine: wikipedia.org

La verità è che il nuovo ordine terapeutico si avvia a mettere in congedo l’epoca delle “democrazie borghesi”, quelle incardinate – pur nella loro imperfezione – su diritti imprescrittibili della persona, parlamenti e divisione dei poteri. In luogo delle vecchie democrazie borghesi, sta prendendo forma un nuovo regime sanitario, che – in Ungheria come in Italia, in Spagna come in Germania – sembra fondarsi sul controllo totale delle vite e sulla sospensione dell’attività politica nel suo complesso. Le ragioni di sicurezza e di salute pubblica si impongono come prioritarie, quando non come esclusive: in loro nome, il nuovo potere, sempre più platealmente post-democratico, si arroga il diritto di imporre ogni tipo di limitazione delle libertà fondamentali, nel caso italiano sancite dalla Costituzione (essa stessa palesemente violata nella lettera e nello spirito). Tra marzo e aprile del 2020, l’Italia ne ha fatto quotidiana esperienza: in luogo delle tradizionali pratiche parlamentari e della consolidata divisione dei poteri, si è assistito, con impotenza incredula, al susseguirsi ininterrotto di decreti emergenziali e DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri). Il potere esecutivo ha, così, soppiantato il potere legislativo e disarticolato la stessa divisione dei poteri, cuore di ogni matura democrazia. Sovrano – diceva Schmitt nella Teologia politica – è chi decide sullo stato d’eccezione. L’emergenza Covid-19 e lo stato d’emergenza sono stati il dispositivo fondamentale che ha reso possibile la svolta autoritaria, quale si è manifestata in questa legislazione emergenziale e nelle annesse pratiche di controllo panoptico, di distanziamento sociale e di lockdown. Tra le tante, spesso surreali, estrinsecazioni “visive” di questo nuovo regime terapeutico v’è un’immagine che, forse, vale più di ogni descrizione, e che molto ha circolato in rete: raffigura un uomo, isolato e steso placidamente su un lettino a prendere il sole, sulla riviera romagnola, mentre viene accerchiato – a sua insaputa – da forze dell’ordine, pronte a intervenire per far rispettare le disposizioni del Leviatano terapeutico (cfr. Rimini, agenti in spiaggia per un cittadino steso sul lettino. La foto-scandalo: “Ridicola prova di forza”: “Libero”, 19.4.2020). Possiamo affermarlo in relazione alla situazione italiana, ma qualcosa di analogo si sta attuando, sia pure con sfumature non irrilevanti, nel resto dell’Europa: il governo ha, propriamente, smesso di governare. E si limita a gestire l’emergenza. Il Parlamento, quando ancora venga interpellato, non fa che ratificare decisioni prese in altra sede, a colpi di DPCM (ancora una volta, l’eccezione che si muta in norma). Nella fattispecie, i DPCM sono, nell’ordinamento italiano, provvedimenti amministrativi che entrano in vigore immediatamente e sono di rapida emanazione. Adottare delle decisioni per il tramite di un DPCM richiede meno tempo che scrivere un “decreto legge” coinvolgendo il Consiglio dei Ministri. Occorre, altresì, ricordare che usualmente i DPCM riguardano questioni prettamente tecniche su un settore o ambito specifico. Per quel che ne sappiamo, mai prima dell’emergenza legata al Coronavirus era accaduto che i DPCM avessero una rilevanza nazionale di tale portata, da sostituirsi – questo il punto nodale – alla normale vita democratica del parlamento. Il DPCM è, certamente, previsto dalla Costituzione: resta, tuttavia, alquanto problematico stabilire se la Costituzione preveda la possibilità che il DPCM si muti in nuova forma ordinaria, andando, di fatto, a potenziare oltremodo il potere del Presidente del Consiglio e, insieme, a depotenziare la normale vita parlamentare, cuore della democrazia del Paese. Del resto, nel quadro del nuovo ordine dell’emergenza permanente non v’è più nemmeno un programma politico da attuare e da garantire: la gestione della sicurezza pubblica è il solo compito del governo nella cornice dell’emergenza epidemiologica. E, per garantire la sicurezza sanitaria, il governo può letteralmente fare tutto, anche sospendere le libertà fondamentali riconosciute dalla Costituzione. Come suggerito da Becchi nell’Incubo di Foucault (p. 25), la nota formula con cui Schmitt definiva lo “stato d’eccezione” (Ausnahmezustand) chiede, allora, di essere ricalibrata alla luce del nuovo stato d’emergenza sanitaria: sovrano è, ora, chi decide sulla vita e sull’esistenza di un pericolo mortifero. È l’incubo di Foucault, come scrive Becchi, ma è anche quello di Montesquieu, se si considera l’evaporazione in atto della tripartizione dei poteri. Con il titolo di un’intervista ad Agamben apparsa su “Le Monde” il 24 marzo del 2020, l’épidémie montre clairement que l’état d’exception est devenu la condition normale. Lo Stato liberale, assumendo ancora una volta le terrifiche sembianze del Leviatano dalla spada sguainata, rivela ora il suo poderoso impianto “necropolitico”: dà vita a un nuovo genere di potere, alla sovrana disposizione della vita. Ora produce un’esposizione calcolata alla morte di settori della popolazione, che vengono sacrificati alla logica illogica del massimo profitto e della riduzione dei costi; ora, ancora, pretende di amministrare la mera vita degli individui, privandoli del bios e trattandoli come semplici corpi da gestire con protezione totale o, rectius, totalitaria. E sempre più appare evidente come la nuova razionalità politica introdotta dalla gestione dell’emergenza epidemiologica ancora una volta acceleri e consolidi una tendenza già in atto nel turbocapitalismo post-1989: la distruzione delle procedure, oltre che della sostanza, delle tradizionali democrazie parlamentari, già da tempo intese e trattate come un ostacolo ripetto all’autogoverno dei mercati post-nazionali e delle loro classi di riferimento.