L’italiano neostandard ovvero la rivalsa dei fenomeni linguistici bullizati

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Il repertorio linguistico italiano - l’insieme delle risorse linguistiche a disposizione della comunità – è un fascio di varietà.

Se stai seguendo con zelo la rubrica #latorredibabele ne sai già qualcosa. Altrimenti puoi recuperare l’argomento cliccando qui La varietà dell'italiano contemporaneo 

Negli anni ’80 del ‘900, alcuni linguisti individuarono una varietà di italiano propria degli usi parlati e scritti di media formalità delle persone mediamente colte. Questa varietà possiede diverse denominazioni:
- Teresa Poggi Salani (1981) la definì “italiano comune”, perché diffusa nell’intera penisola.
- Alberto Mioni (1983) parlò di “italiano tendenziale” per denotare le tendenze in evoluzione della neonata varietà.
- Francesco Sabatini (1985) la chiamò “italiano dell’uso medio” per distinguerla dall’italiano letterario standard e dall’italiano popolare; poli tra i quali si poneva nel mezzo.
- Gaetano Berruto (1987) scelse l’etichetta di “italiano neostandard” per mettere in risalto il processo di ristandardizzazione mediante il quale elementi linguistici prima stigmatizzati come substandard acquisivano prestigio sociale, riqualificandosi ed entrando negli usi reali dei parlanti, anche in quelli di estrazione socioculturale medio-alta.
- Arrigo Castellani bocciò la tesi dei suoi colleghi, poiché non riscontrava grandi differenze rispetto all’italiano standard. La denominazione da lui coniata, con una punta di ironia, fu quella di “italiano normale o senza aggettivi”.

Nonostante qualche riserva, è innegabile che l’italiano neostandard, dell’uso medio o come lo si voglia chiamare, sia una realtà tangibile e pervasiva del repertorio linguistico italiano. Di fatti, è la varietà usata abitualmente nelle conversazioni giornaliere.

Se disponessimo le quattro dimensioni di variazione su di un piano cartesiano, l’italiano neostandard si collocherebbe esattamente nel punto di intersecazione di tutti e quattro gli assi.

L’italiano dell’uso medio è sorto spontaneamente e inconsciamente in risposta alle esigenze comunicative pratiche e immediate degli scambi comunicativi quotidiani, per i quali la rigidità dello standard è sembrata inadeguata. Per tale ragione, l’italiano “normale” ha subito un processo di semplificazione che ha espunto le forme giudicate troppo letterarie e anacronistiche.

Se per la varietà standard, è stata la letteratura a fare da promotrice e da veicolo di diffusione, per la varietà neostandard, tale ruolo è toccato ai mezzi di comunicazione di massa (stampa, radio, tv e cinema) che - dalla fine del secolo scorso a questa parte - guidano e orientano i comportamenti linguistici, culturali e sociali della comunità.

Per spiegare meglio che cosa sia l’italiano neostandard, prendiamo in prestito la definizione che ne diede Alberto Sobrero (L’italiano di oggi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1992, p.5.): «Il neo-standard è diffuso nelle classi medio-alte e nella parte più acculturata della popolazione, ed è realizzato nel parlato più che nello scritto. L'etichetta di neo-standard si riferisce al fatto che su questo livello, oggi in piena evoluzione, troviamo un gran numero di forme che via via "risalgono" dai livelli inferiori (sub-standard): prima relegate nell'area delle forme "colloquiali" (o, come dicevano i vocabolari, "triviali"), ora si diffondono e sono accettate nella lingua nazionale. Lo standard così, a sua volta estende i propri confini».

L’italiano neostandard è caratterizzato da una serie di tratti linguistici distintivi che si dispongono su ogni livello di analisi della lingua, in particolar modo su quello morfosintattico (ovvero ciò che riguarda la forma delle parole e la struttura della frase).

Livello fonetico-fonologico
Senza scendere troppo nel dettaglio in un campo che potrebbe mettere in difficoltà chi non conosce i ferri del mestiere, basti sapere che la pronuncia dei fonemi non è standard. È il caso delle vocali toniche (quelle sulle quali cade l’accento) aperte e chiuse che non seguono il modello fiorentino.

Livello morfologico
È lo strato della lingua che ha subito più trasformazioni.

Riorganizzazione del sistema pronominale:

- Nel neostandard, i pronomi personali complemento sono utilizzati in vece di quelli soggetto (te, lui, lei, loro al posto di egli, ella, esso, essa). Es. “Te che fai stasera?” in sostituzione di “Tu che fai stasera?”; “Lui è un ragazzo gentile ed educato” vs “Egli è un ragazzo…”; “Loro sono stati in silenzio per tutto il tempo” vs “Essi sono stati in silenzio…”
- “Gli unificato”. Con questa espressione si fa riferimento alla semplificazione del sistema dei clitici dativali che vede l’estensione del pronome maschile gli al posto del femminile le e del plurale loro. Es. “Ho visto Mara e Sara e gli ho detto…”.

Riorganizzazione del sistema dei dimostrativi:

- Il sistema toscano tripartito in questo/codesto/quello (ciascuno con funzionalità diversa) si è ridotto ai soli questo e quello.

- I pronomi dimostrativi questo e quello sostituiscono quasi sempre il pronome neutro ciò.

- A loro volta tali pronomi vengono sostituiti, nel parlato informale o nelle scritture digitali confidenziali, dalle forme abbreviate ‘sto/’sta/’ste/’sti.

Semplificazione del sistema verbale

L’italiano neostandard ha riorganizzato l’uso dei tempi e dei modi rispetto alla norma tradizionale.
L’indicativo è il modo favorito, a discapito del congiuntivo, nelle completive rette da verbi di opinione, sapere, dire e nelle interrogative indirette (es. “Mi chiedo come può essere accaduto”).
Si sente spesso parlare di “morte del congiuntivo”, ma sarebbe più corretto usare l’espressione “regressione”. Infatti, tale modo verbale conserva ancora un discreto grado di vitalità.

L’imperfetto indicativo ha esteso le sue funzioni, prendendo il posto di altri tempi e acquisendo così i cosiddetti “usi modali”. Abbiamo, quindi, l’imperfetto di cortesia, in luogo del condizionale (“Volevo chiedere un’informazione”); l’imperfetto ludico, impiegato nella creazione di mondi immaginari (“Facciamo finta che io ero un astronauta”); onirico, adoperato per descrivere i sogni; dell’irrealtà, nei periodi ipotetici (“Se lo sapevo, non ti aiutavo”); l’imperfetto in luogo del futuro passato nei discorsi indiretti (“Ha detto che veniva”).

Il presente indicativo è preferito rispetto al futuro, specialmente se sono già presenti nella frase avverbi di tempo che collocano l’azione nell’avvenire.

Il futuro è reimpiegato con valore epistemico, ossia per esprimere un’ipotesi o un dubbio del parlante (“Avrà finito tardi a lavoro, per questo non è ancora arrivato”).

Selezione delle congiunzioni:

Il ricco patrimonio di congiunzioni italiane ha subito una ragguardevole riduzione. Es. Poiché e giacché lasciano il campo a dal momento che; quantunque e sebbene sono surclassati da anche se.

Ci attualizzante:

La particella ci può assumere valori differenti in relazione alle specifiche circostanze. Si affianca ad alcuni verbi per rafforzarli e per aggiungere nuovi significati. Tipica è la combo con il verbo avere (“c’ho fame”); oppure con il verbo entrare (“c’entra”, nel senso di “è pertinente”); o ancora, con stare (“ci sta”, inteso come dimostrarsi disponibili per iniziare una relazione con qualcuno).

Che polivalente:

La congiunzione che ha assunto significato generico, ampliando i suoi impieghi come introduttore di subordinate che, secondo la norma, andrebbero invece rette da altri connettivi più specifici (subordinate esplicative-consecutive, causali, consecutivo-presentative, temporali, finali, pseduorelative, frasi in cui il che ha valore enfatizzante-esclamativo. Es.” Maledetto il giorno che ti ho incontrato”; “Il ristorante che sono stato ieri sera…”.

Forme ridondanti:

Doppie interrogative (“Chi ha visto chi?”); rafforzamento delle congiunzioni avversative (“Ma però”) e dei deittici (“Questo qui”; “Quello lì”); usi ridondanti delle particelle ne e ci (“È una cosa a cui ci tengo”); usi pronominali intensivi (“Mangiamoci una pizza”; “Vediamoci un film”); pleonasmi (“A me mi”).

Livello sintattico

Su questo piano, la particolarità dell’italiano dell’uso medio si coglie nell’ordine marcato dei costituenti di frase. Ogni lingua ha un ordine di distribuzione degli elementi nella frase (ordine neutro). Quando questo non viene rispettato, si parla di ordine “marcato”.

Nella lingua italiana l’ordine normale è soggetto, verbo, oggetto (SVO). Può capitare che per conferire delle strategiche enfasi comunicative alla frase, la disposizione classica venga infranta.

Avremo così una serie di frasi marcate, all’approfondimento delle quali, data la complessità dell’argomento, rimandiamo in futuro.

Per ora limitiamoci a citarle: dislocazioni a destra e a sinistra, frasi scisse e pseudoscisse, temi sospesi e strutture presentative.

Un’altra spia di tale varietà è rappresentata dalle concordanze a senso: il parlante collega le parti variabili del discorso seguendo il significato della frase e non la prescrizione della norma grammaticale. Esempio: “Un migliaio di persone soffrono di insonnia” (la forma corretta è con il verbo al singolare che concorda con “migliaio”).

E ancora altre due proprietà:
- Nell’italiano dell’uso medio prevale la paratassi sull’ipotassi (periodi costituiti da frasi coordinate e giustapposte).
- Sono comparse nuove espressioni formulari, come il piuttosto che con valore disgiuntivo e l’uso dell’avverbio assolutamente con valore positivo.

Abbiamo elencato i fenomeni più comuni e caratteristici. Non possiamo soffermarci su tutto, ma possiamo asserire che, in generale, trova sempre conferma la doppia tendenza della varietà neostandard verso la semplificazione da un lato e verso l’espressività dall’altro.

I fenomeni del neostandard non sono nuovi. Si tratta di tendenze latenti, da tempo esistenti nella lingua parlata, ma fino a un certo periodo non accettate dalla norma. La sussistenza dell’italiano dell’uso medio è una manifestazione lampante del fatto che nell’epoca attuale il confine tra norma e uso so è assottigliato.