Mapping the Global Future. La pandemia per far deragliare la globalizzazione?

Fonte Immagine: abril.com.br

Il “National Intelligence Council” è il centro strategico della comunità di intelligence del Governo statunitense. Esso fornisce direttamente al Presidente analisi di politica estera e geopolitica mediante le quali tenere sotto controllo, in qualità di potenza egemonica, la situazione a livello globale. Nel dicembre del 2004, il “National Intelligence Council” produce un rapporto dal significativo titolo Mapping the Global Future. Report of the National Intelligence Council’s 2020 Project. Vi si descrive ciò che, secondo le previsioni, dovrà accadere nel 2020, quando – così leggiamo nel testo – la globalizzazione sarà guidata da potenze come India e soprattutto Cina contro gli interessi degli Stati Uniti. In sostanza, si paventa la reale possibilità che altre potenze – la Cina in primis – possano mettere a repentaglio la dominazione globale degli USA e superarli in potenza economica, militare e geopolitica. La domanda è, allora, una sola: che fare al cospetto di una futura mondializzazione guidata da potenze che non siano la monarchia del dollaro? Una volta che essa sia sfuggita di mano alla civiltà del dollaro, “cosa potrà far deragliare la globalizzazione?” (whatcouldderailglobalization?). Così si legge a pagina 30 del documento: “il processo di globalizzazione, per quanto potente, potrebbe essere sostanzialmente rallentato o addirittura bloccato (slowed or evenstopped). In assenza di un grande conflitto globale, che riteniamo improbabile, un altro sviluppo su larga scala, che crediamo possa fermare la globalizzazione, sarebbe una pandemia (would be a pandemic) […] è solo questione di tempo prima che appaia una nuova pandemia, come il virus dell’influenza del 1918-1919. […] Una simile pandemia in Cina, India, Bangladesh o Pakistan […] sarebbe devastante e potrebbe diffondersi rapidamente in tutto il mondo. La globalizzazione sarebbe in pericolo se il bilancio delle vittime aumentasse […] in alcuni grandi Stati e la diffusione della malattia fermasse i viaggi e il commercio internazionali per un periodo prolungato”. In tal maniera, la globalizzazione, passata sotto il dominio cinese, potrebbe essere fatta “deragliare” e, almeno temporaneamente, interrotta. Con ciò, sarebbe consentito al Leviatano a stelle e strisce di riorganizzarsi e di riprendere in mano il controllo monopolare del pianeta. Nel documento, si fa esplicito riferimento a una pandemia come mezzo efficace per arrestare le potenze emergenti, con particolare riferimento alla Cina: la pandemia è, dunque, espressamente indicata dall’intelligence statunitense come arma da utilizzare nel quadro di quella che, a tutti gli effetti, si presenta come una nuova guerra mondiale combattuta da potenze in competizione tra loro per il dominio del globo. Notmissiles, microbes, per riprendere le testuali parole della “profezia” di Bill Gates del 2015 (sulla quale avremo modo di tornare). Interessante è anche il fatto che, accanto alla pandemia, si evochi il terrorismo come via di rallentamento e di possibile blocco della globalizzazione: othercatastrophicdevelopments, suchasterroristattacks, could slow itsspeed. Nel rapporto Mapping the Global Future, si mette a tema la pandemia come via bellica e, insieme, ci si concentra (soprattutto da pagina 36 in avanti) sul tema Biotechnology: Panacea and Weapon. Così leggiamo a pagina 36: “man mano che i progressi della biotecnologia si estendono, fermare il processo dei programmi offensivi di guerra biologica diventerà sempre più difficile (stopping the progress of offensive BW [= BiologicalWarfare] programswillbecomeincreasinglydifficult). Nei prossimi 10 o 20 anni c’è il rischio che i progressi della biotecnologia aumenteranno lo sviluppo offensivo di agenti di guerra biologica e consentiranno la creazione di agenti biologici avanzati progettati per colpire sistemi specifici”. Insomma, il rapporto del 2004 allude chiaramente alla possibilità, per il 2020, di una pandemia creata come arma biologica per colpire non coi missili, ma coi virus gli Stati antagonisti del Leviatano a stelle e strisce nell’arena globale. Un ultimo aspetto di Mapping the Global Future riguarda le nuove tecnologie come motivo portante delle nuove contese tra potenze planetarie. Non si allude apertamente alla rete 5G, ovviamente: ma, se lette oggi, quelle pagine sembrano scritte davvero in previsione di qualcosa di assai simile, id est di un’innovazione tecnologica di tale importanza da garantire il controllo del mondo intero. Così leggiamo a pagina 37 di Mapping the Global Future: “nel 2020, la tecnologia sarà una fonte di tensione” (technologywill be a source of tension in 2020). E ancora: from competition over creating and attracting the mostcritical component of technologicaladvancement – people – to resistanceamong some cultural or politicalgroups to the perceivedprivacyrobbing or homogenizingeffects of pervasive technology. Insomma, provando a riannodare tra loro i nuclei tematici del documento del 2004, se ne ricava che nel 2020 a) il dominio USA sarà messo a repentaglio dall’emergenza di nuove potenze, tra cui la Cina; b) il motivo del contendere sarà da ravvisarsi in una lotta per il dominio del mondo che troverà nello sviluppo delle tecnologie il proprio fondamento; c) non le tradizionali forme della guerra, ma una pandemia potrà “far deragliare” il nuovo corso della globalizzazione; d) il virus potrà essere impiegato come arma biologica nel conflitto tra superpotenze, sostituendo de facto i tradizionali missili ma svolgendo, a ben vedere, una funzione analoga. Insomma, non mancano gli elementi per una seria riflessione su quanto accadrà nel 2020: le analisi del 2004 di Mapping the Global Future hanno qualche attinenza con il nuovo scenario dischiuso dal Covid-19? Una cosa è certa: il Covid-19 è, a suo modo, un frutto della globalizzazione. È vero che ogni pandemia del passato si è, a suo modo, sviluppata e diffusa su ampi spazi territoriali, certo non sempre coincidenti con quelli dello Stato nazionale (si pensi anche solo al caso della “spagnola”). E tuttavia il Coronavirus è il primo virus figlio a tutti gli effetti della globalizzazione. Se la geografia della peste narrata da Manzoni nei Promessi sposi è racchiusa tra Lecco e Milano, la geografia della pandemia del Covid-19 è letteralmente borderless: spazia da Wuhan a Milano, da Madrid a Washington, da Londra a Buenos Aires. Il Covid-19 è un frutto della globalizzazione che, non di meno, contribuisce a rimodellarla profondamente, mutandone le strutture e gli assetti. Forse addirittura portandola a “deragliare”.