Mattarella: un sovrano imposto dai mercati

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C’era una volta un tempo in cui in Italia vigeva la democrazia, quando si avvertiva la vitale esigenza di tutelare un’apparenza che non era del tutto ipocrita, e che persino la tanto stigmatizzata clientela, la quale imponeva un concreto rapporto tra elettore ed eletto, oggi non sembra così meritevole di biasimo. Era l’era della sovranità nazionale, quando il giudizio del cittadino, anche e soprattutto per un tornaconto elettorale, era più importante di una mera considerazione d’oltralpe. Il voto era espresso mediante l’agognata preferenza, in un instabile sistema proporzionale che garantiva, però, incontestabile qualità parlamentare: quella che portò Craxi a profetizzare un’Europa “nella migliore delle ipotesi un limbo” per l’Italia. Abbiamo, senza dubbio, constatato che siamo stati catapultati nella peggiore delle previsioni, trovandoci in un inferno economico, costretti da una favolistica narrazione sulla inconcepibile “stabilità dei mercati” che non ci permette di scegliere la nostra rappresentanza. Eppure, sono anche figli di quegli inaccettabili parametri di Maastricht gli aumenti dei beni primari, gli stipendi da fame ed una crescita extra ordinem che supererebbe il 6%, della quale il popolo continua a non accorgersi.

La rielezione di Mattarella, così come gli ultimi governi selezionati accuratamente "dal palazzo", sono il diretto effetto di una continuamente ricercata solidità della rete finanziaria che comunque non va a migliorare la quotidianità dell’italiano medio. Anzi, tale reiterato, ed ormai sfacciato, modus operandi non fa altro che garantire le posizioni più forti di un Paese già moribondo, in cui la gente avverte solo la percezione di trascorrere una vita tranquilla quando, invece, soccombe in uno status che gli garantisce il minimo, che, costantemente ed inspiegabilmente, va addirittura depauperandosi. Si confonde la lapalissiana sopravvivenza con la speranza di uno slogan orwelliano che mal intende persino l’intuizione del reale.

Il "Mattarella bis" è l’atto finale (solo per questioni cronologiche) di un disegno di audace ma impertinente sovvertimento delle regole di quei mores che disciplinavano il sistema italico antecedente alla Seconda Repubblica. Hanno persino calpestato quella Costituzione testimone della transumanza monarchica per instaurare, con l’illusorio spot di una utopica Terza Repubblica, un’oligarchia dettata da quel sistema che avrebbe dovuto, invece, salvaguardare il potere di quel demos di erodotèa memoria.

Se pensiamo che l’insieme di nazioni più articolato dell’emisfero occidentale - gli USA - contempli la durata del mandato del proprio rappresentante, nonché la personalità teoricamente più influente del pianeta, in “soli” quattro anni, i quattordici concessi a Mattarella fanno dell’Italia una Nazione più accostabile ad una dittatura sudamericana che ad uno Stato che vuole continuare ad essere annoverata tra le potenze civili della Terra. In più, tale licenza cozza con la filosofia che introdusse nel sistema Italia la limitazione del mandato di una delle pochissime figure istituzionali rimaste davvero sottoposte alla discrezionalità del cittadino: se il sindaco non può, seppur custode del consenso popolare, superare i due famosi quinquenni, che senso ha accordarne persino tre a chi dovrebbe fare da arbitro in un contesto che custodisce quale obiettivo primario di scongiurare non del tutto insoliti pericoli autarchici? E’ comprensibile che eventuali “blocchi di potere” siano concepibili, e quindi da limitarne il consolidarsi, solo per le cariche davvero designate dal popolo?