Matteo Renzi, populista tra i populisti

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Ed anche quest’anno, la Leopolda ha rappresentato la solita passerella di maschere più o meno note, intente a contendersi la battuta migliore, l’ovvietà più discutibile, il colpo di scena che sa di reiterazione vetusta ed, ormai, petulante. Diciamo che la cosa migliore di questo convegno annuale, dallo sfondo fiorentino, è che sia terminato.

Risulta interessante, invece, capire cosa sarebbe potuta essere la Leopolda, così come il destino mancato di colui che, nel lontano 2010, ebbe l’intuizione di lanciare questo consesso di idee. Quell’ex “rottamatore” il cui movimento, oggi, avrebbe avuto più affinità con il Conte populista che con la nuova veste centrista della quale si vanta, checché ne dica il succitato.  

A meno che le esternazioni a cui ci aveva abituato (“Fuori!”; “Non voglio poltrone!”; “E’ il nostro turno!”) non siano state tutte un bluff! Beh, a giudicare dal proprio curriculum, dopo un decennio abbondante, possiamo confermare che nell’affermazione “Non vado al governo senza passare dal voto”, a posteriori, tanta convinzione non vi fosse; repentinamente surclassata dall’ormai tormentone #enricostaisereno, divenuto una costante nella lingua italiana, per indicare qualcuno la cui affidabilità non rappresenti una propria caratteristica predominante, per essere buoni.

E nemmeno l’imputare ad un Partito Democratico colmo di contraddizioni la volontà di seguire i populismi grillini lo assolve dall’essere stato egli stesso un populista ante litteram, quando apertamente, prima da presidente di provincia e poi da sindaco, attaccava la vecchia classe dirigente, adottando, poi, esattamente la medesima politica di coloro che condannava senza attenuanti.

Democristiano quanto basta, diventa rottamatore di sinistra, emulando visceralmente l’acerrimo rivale Silvio Berlusconi, la quale ammirazione non gli impedisce comunque di tradire quest'ultimo alla prima occasione che gli si presenta: fa dell’incoerenza la propria coerenza, mostrando una confusione minuziosamente calcolata. Prima sostiene il Family Day, definendo le unioni civili un “controsenso rispetto alle vere urgenze del Paese”, poi pone la fiducia sulla “legge Cirinnà”, introducendo il matrimonio civile per le coppie omosessuali. Prima vota contro il referendum del nucleare, poi si astiene su quello delle trivelle. Fa passare la meschina riforma sulle elezioni provinciali - le quali smettono di essere sottoposte alla volontà popolare per diventare espressione esclusivamente autocratica ed oligarchica - un’iniziativa atta a contenere i costi della politica.

Degno di nota rimane l’attacco frontale ad una malagiustizia politicizzata, ma solo perché l’obiettivo della macchina del fango è egli stesso.

Matteo Renzi rappresenta, quindi, l’altra faccia del grillismo da cui si dissocia puntualmente: dimostra certamente più disinvoltura nell'adoperare i trucchi della politica, ma non si può non discernere la medesima sfacciataggine di chi pensa di attribuirsi una verginità che non ha ad ogni cambio d’opinione che i fattori esterni gli impongono.