Memoria di "Se questo è un uomo" di Primo Levi

Fonte Immagine: artspecialday.com

Nel 1944 il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Questa fu la 'fortuna' di Primo Levi. Egli fu tra gli uomini che questa guerra risparmiò, perché potesse oggi sensibilizzare i cuori di ognuno di noi e trasmettere il senso profondo della vita dell'uomo, scavando nell'animo umano un solco che possa abbattere i muri dell'indifferenza e far comprendere a tutti noi, oggi, fin dove l'uomo possa spingersi, per comprenderne le brutture che hanno determinato una strage, il genocidio forse più terribile della storia, per immergersi nel fango in cui l'uomo si è sporcato, plasmando il suo essere in un mostro, e far sì che per davvero, oggi, egli non sia più capace di compiere un abominio simile a quello della fine del 1943, anno in cui il nostro chimico torinese, datosi alla macchia dopo l'otto settembre, fu catturato dalla milizia fascista.
Levi nel suo memoriale vuole sradicare i meccanismi di pensiero di una società malata in fondo al cui animo giace, come una infezione latente, la convinzione che << ogni straniero è nemico >>, convinzione che non sta all'origine di un sistema di pensiero.
Il lager è descritto come "un luogo in cui si diventa matti", un posto in cui chi lavora bene riceve buoni-premio con cui si può comprare tabacco e sapone, dove l'acqua non è potabile e viene loro distribuito un surrogato di caffè che generalmente nessuno beve, perché la zuppa stessa è acquosa quanto basta per soddisfare la sete.
<< Non abbiamo il tempo di comprendere e già ci troviamo all'aperto, sulla neve azzurra e gelida dell'alba, e, scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano, dobbiamo correre ad un'altra baracca, a un centinaio di metri. Qui ci è concesso di vestirci. >>
Il modo in cui Levi descrive, con preziosa dignità, la mancanza di coraggio nel levare gli occhi l'uno sull'altro, perché, anche se non sanno dove specchiarsi, << il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi >>, fa davvero rabbrividire.
Ecco la "metamorfosi". Erano diventati fantasmi.
Ma la dignità dell'uomo, quella no, non può essere loro tolta. La custodivano gelosamente, essa pullulava in tutta la loro essenza.
Levi, scandagliando i moti più violenti dell'animo umano, sottolinea con estrema sensibilità che tale uomo sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale, quindi, che si potrà, a cuor leggero, decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità.
Si comprenderà allora il duplice significato del termine << campo di annientamento >> e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: << giacere sul fondo >>.
Infatti nel Lager l'uomo è solo e forse ha perso anche se stesso; la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, "la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti, spenta è nell'uomo la scintilla divina, in quanto l'uomo è già troppo vuoto per soffrire veramente e ha perso anche la sofferenza, annullata come il suo io ...
Un uomo scarno, sul cui volto e nei suoi occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
Nell'uomo ebreo convergono le sofferenze presenti, passate e ataviche e l'educazione di ostilità verso lo straniero, ecco a cosa vogliono ridurlo, a un mostro di asocialità e di insensibilità. E questo è ciò che fa più male. È questa la vera privazione della dignità umana a cui un essere umano non può abituarsi, non può davvero cedere, in nome del suo nome, celato, sì, ma esistente, vero.
Solitudine, conforto spirituale, necessità, giustizia, il perdono. Levi avrebbe voluto che qualche concessione, fra queste, gli fosse elargita, il giorno prima di andare a morire.
Ma invano.
Quel giorno i servizi continuarono a funzionare fino all'annunzio definitivo. Un'affermazione mi ha colpita del racconto di Primo Levi.
Ripenso ai bambini che, per un capriccio disumano, tennero la loro ultima lezione a "scuola", senza che fosse loro assegnato alcun compito, quel giorno.
Per cosa studiavano?
Il giorno seguente sarebbero andati a morire.
La giustizia?
Mera illusione.
L'illusione che la cultura serva ad educare, quando si dovrebbe, in modo primario, imparare a vivere.
Sì, perché la parola vita racchiude in sé la sua essenza.
Bastava riflettere sul significato vero di questa parola, sul suo senso più pieno, per liberare quei bambini. Per far sì che il crudele "destino" non si abbattesse sull'umanità intera.
Perché a morire sono andati gli ebrei, ma all'inferno è andato l'uomo.
E ogni giorno deve sprofondare dentro se stesso e meditare a lungo a ciò che lui stesso ha determinato, prima di poter rinascere nelle vesti di un uomo nuovo.

 

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