Mister Jobs, le faremo sapere

Fonte Immagine: avig

Era il 24 agosto di nove anni fa quando Steve si dimise da amministratore delegato di Apple Inc., società di cui era stato il cofondatore.
Era malato. Nonostante nel 2004 gli fossero stati rimossi i tumori al pancreas, nel 2008 i medici si accorsero che il cancro si stava diffondendo.
Morirà il 5 ottobre del 2011.

In questo articolo, intendo ragionare con voi, cari amici, riguardo ad un quesito apparentemente surreale ma che nasconde, invece, un sottofondo serio quanto drammatico: e se Steven Paul fosse nato in Italia, sarebbe diventato Steve Jobs?
Jobs nacque il 24 febbraio 1955, nella terra delle opportunità. Non aveva santi in paradiso, i genitori adottivi non erano benestanti: il padre era un meccanico, la madre una contabile.
Una famiglia umile ma onesta, come tantissime ce ne sono in Italia, troppe nella mia Irpinia.
“Bisognava leccare i piedi alla gente per vendere case e lui non ci riusciva, non era il suo carattere. Lo ammiravo per questo.” Così Jobs riassume lo spirito fiero ed orgoglioso del padre.
È chiaro che un clima familiare tanto intriso di dignità sia frutto di una società, quella americana, che faceva dell’autodeterminazione un punto fermo della propria esistenza. Altro rispetto alla logica clientelare a cui siamo stati, purtroppo, sottoposti noi italiani e che, soprattutto al sud, abbiamo ereditato dalle precedenti generazioni. E, oltretutto, la massima “Così va l’Italia” quasi ci rincuora, mal comune mezzo gaudio.
In breve, i Jobs potevano osare di sfoggiare una solenne e ammirevole dignità perché la realtà in cui vivevano permetteva loro di farlo.

Jobs fu condizionato da una mentalità imprenditoriale che impregnava tutta la Santa Clara Valley, che va dall’estremità sud di S. Francisco a San José, passando per Palo Alto. Nel 1971 la regione fu ribattezzata Silicon Valley, quando Don Hoefler iniziò ad utilizzare il suddetto epiteto in una serie di articoli sul settimanale “Electron News”.
La Silicon Valley di Steve Jobs era quella in cui, nel 1938, si stabilirono Dave Packard e Lucille, come poi l’amico Bill Hewlett. Insieme, partendo da un garage, daranno vita alla Hewlett-Packard, la famosissima industria che fabbricava strumenti tecnici.
Fu la terra in cui Frederick Emmons Terman, allora preside della facoltà di ingegneria della Stanford, con la tipica lungimiranza di chi osa, creò un parco industriale da destinare ad aziende private che intendessero commercializzare idee dei propri studenti. Il tutto su un terreno dell’università.

Vi invito ad immaginare se l’iniziativa fosse intrapresa da un illuminato preside nostrano: repentinamente scatterebbero denunce, si muoverebbero prevedibilissime ipotesi di conflitto d’interessi oppure, nel migliore dei casi, si attiverebbe il padrino politico locale per bloccare o approfittare dell’idea in itinere.

La visionaria intraprendenza di Terman partorì aziende come l’HP o, nel 1968 dal genio di Noyce e Moore, l’Intel. Per inciso, Gordon Moore fu colui che, nel 1965, provò che il numero di transistor che si potevano collocare su un chip raddoppiava ogni due anni: la “legge di Moore” ancora oggi permette di elaborare proiezioni di costi per prodotti d’avanguardia.
Lo stesso Jobs affermò: “Crescendo, fui ispirato dalla storia del luogo, che mi indusse a desiderare di farne parte”.
Le aziende e le startup della Silicon Valley costituiscono circa il 30% dell’investimento in capitale di rischio degli USA.

Pur sforzandomi, non riesco a trovare corrispondenza nel Belpaese: non vi sono zone virtuose che abbiano tale mentalità in maniera diffusa ed incoraggiata da un clima simile. Dispenso totalmente il mio Sud dalla sopraccennata ricerca, dramma completo!
Ora, immaginate il fondatore di Apple e Pixar, colui che ha inventato il Mac (chiedo scusa a Wozniac per tale imprecisazione, è solo per evidenti motivi di trama), essere costretto a presentare curricula ai negozi, chiedere un posto da commesso (mestiere nobile come gli altri, ma…) e ricevere l’usuale risposta “Le faremo sapere”. A parità di condizioni di partenza, sprovvisto di nobili natali, non riesco ad immaginare un epilogo diverso per un ipotetico nostro connazionale di nome Stefano Paolo Lavori (Steven Paul Jobs).
“Ma no! Tale visione pessimistica di un’Italia tanto miope è troppo lontana dalla realtà”. A quanti appartenga tale osservazione vorrei rivolgere una domanda: quanti giovani conoscete ai quali, all’età di 21 anni e sprovvisti di paracadute sociale, sia conferita la possibilità di fondare una società come la Apple Computer, tralasciando l’epoca Atari e tutte le altre opportunità che un giovanissimo Jobs aveva potuto guadagnarsi?
La risposta risulta scontata. Si, perché la progettualità politica di quegli anni fu nettamente ed irrefragabilmente differente rispetto a quella italiana, basata sul “do ut des”: io ti do un incarico lavorativo e tu ricambi con il tuo futuro.
Si parla spesso di libertà negata (liberi da cosa, contesterebbe Vasco), nessuno ha mai citato il termine AUTONOMIA. Noi italiani siamo stati derubati della nostra indipendenza!
I nostri avi hanno scelto di delegare la propria, e la nostra, autonomia in cambio della concessione di una dubbia quanto faticosa sopravvivenza. Hanno, sicuramente involontariamente, ipotecato il nostro futuro.
Questo perché alla classe politica italiana, nella sua acclarata mediocrità, faceva comodo un popolo sottomesso, soggiogato da un’esistenza fatta di problemi le cui soluzioni (illusorie) fossero ben custodite nelle stanze dei bottoni, i cui accoliti erano e sono paragonabili ad oracoli della storia moderna. Un grande bluff!

Ad una chiosa leopardiana non può non susseguire una sorta di post scriptum, volendo, augurale: “Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Siate affamati, siate folli, perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”.