Mobilità coatta. Potere e migrazioni di massa

Fonte Immagine: ilmigrante

Le sofferenze dell’uomo contemporaneo non derivano soltanto dai muri come dispositivi di esclusione. Accanto a essi, v’è anche – come fenomeno opposto eppure complementare – quel groviglio inestricabile di contraddizioni e di sofferenze, di ingiustizie e di miserie che è connesso con il processo di sconfinamento, di sradicamento e di deterritoralizzazione proprio della mondializzazione mercatista. Nei suoi spazi smisurati, le merci e i flussi finanziari possono muoversi incontrastati e deregolamentati, senza limitazioni e restrizioni: e gli uomini, per parte loro, sono ora impossibilitati a muoversi, perché bloccati dal proliferare ipertrofico dei muri, ora sono costretti a farlo, perché messi in movimento dalle pratiche sradicanti connesse alla valorizzazione del capitale.

Quest’ultima non viola soltanto, com’è evidente, lo ius migrandi (il “diritto di fuga”, così come l’ha messo a tema Sandro Mezzadra), impedendo mediante la sorda arroganza dei muri la possibilità di movimento: viola, con eguale forza, lo ius non migrandi, giacché impedisce ai popoli di rimanere radicati nella propria storia e nella propria terra e li costringe al moto centrifugo della deterritorializzazione e dello sradicamento imposto dalla logica illogica della valorizzazione.

Secondo la dialettica tra centro e periferia codificata da Wallerstein, i muri innalzati dopo il 1989 aspirano a contenere le ondate migratorie che, dalla periferia sfruttata dal sistema, spingono verso il centro e, dunque, verso la conquista della piena cittadinanza e di un’esistenza meno indegna. È la stessa dinamica del capitale a produrre, da un lato, lo sradicamento dei popoli, la loro deterritorializzazione e la loro coazione alla fuga, e, dall’altro, a bloccare coi muri, quando al capitale stesso convenga, il flusso di persone sradicate che esso stesso ha attivato.  In modo plateale, il muro del Messico, che dovrebbe bloccare il traffico di droga e di immigrazione diretto a nord, si erge a tetragona immagine teatrale della volontà del nord globale di dividersi dal sud globale.

 Come si è provato a mostrare in Storia e coscienza del precariato, i due opposti in solidarietà antitetico-polare del muro e dello sconfinamento si riverberano, così, nelle due pratiche segretamente complementari dell’impedimento del movimento per le persone in quanto persone e della coazione al movimento per le persone in quanto merci. Difficilmente controvertibile è che i muri, dopo il 1989, segnino l’apoteosi di una nuova gerarchia su scala planetaria, che trova uno dei propri luoghi epifanici nella capacità di impedire il movimento delle persone o, alternativamente, di imporlo coattivamente, in entrambi i casi subordinandolo, in forma eterodiretta, alle istanze ritenute superiori del mercato e dei suoi processi di autovalorizzazione illimitata.

I muri inscrivono nella spazialità verticale della fredda pietra un rapporto articolato di potere. Non sono soltanto il canto del cigno di una sovranità in fase di disarticolazione, che, per non soccombere, si materializza nella cinta muraria; sono anche, ineludibilmente, espressione dello stesso potere della globalizzazione dei mercati, che sconfina e separa con muri in nome della stessa esigenza di autovalorizzazione. Sconfinamento mercatista e confinamento murario appaiono, in tal guisa, le due opposte espressioni del medesimo trionfo della prosa reificante di un modo capitalistico della produzione che ha ormai saturato gli spazi del mondo e dell’immaginario.

L’epoca neoliberale mette a valore i flussi migratori e i “nuovi regimi di mobilità” mediante la violenza della mobilitazione totale e dello sradicamento, della deterritorializzazione e della circolazione coatta; e, egualmente, mette a valore, all’occorrenza, l’interruzione di suddetti flussi migratori mediante la violenza dei muri.

L’“ideologia muraria”, come anche potremmo appellarla variando le grammatiche marx-engelsiane, sta nel celebrare il muro come elemento securitario, come bastione della difesa (dalla migrazione e dal contrabbando, dall’illegalità e dal terrorismo), quando in realtà si tratta di un mezzo di aggressione di classe, in quanto organizzazione e disciplinamento delle masse umane in movimento, sempre a beneficio esclusivo, ça va sans dire, del blocco oligarchico neoliberale.