Morti bianche: il danaro vale la nostra vita?

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Qui è Napoli, vi parla Luigi Necco. Undici morti e un disperso, un operaio che manca tuttora all’appello: questo è il pesante bilancio dello scoppio avvenuto ieri alla Flobert, una fabbrica di munizioni per armi giocattolo di Sant’Anastasia, un comune alle spalle del Vesuvio. I feriti sono dieci, due hanno riportato gravi ustioni, cinque sono donne. Il ministro dell’Interno ha disposto un’inchiesta, ma sembra già accertato che nella fabbrica di Sant’Anastasia si procedeva a lavorazioni non autorizzate di esplosivi per micidiali armi giocattolo. Al momento del primo scoppio, alle 13:25 di ieri, nella fabbrica si trovavano sessanta persone, in maggioranza donne. Nella baracca vicino alle duecentomila cartucce già preparate si trovavano tredici operai, scaraventati dall’esplosione fino a cento metri dal luogo dove lavoravano. Undici sono morti, uno è ferito, uno è disperso. (…) Dieci dei morti erano stati assunti appena due settimane fa: non erano più contadini, non erano ancora operai. Per sfuggire alla disoccupazione e alla miseria, avevano accettato un compromesso con la morte, lavorando in uno stabilimento che, nonostante le leggi e i regolamenti, si è dimostrato insicuro…”.

Una lapide ricorda le tredici vittime di quel drammatico 11 Aprile del 1975: “Pagarono con la vita il pane”. Mai frase fu più azzeccata, infausta ma altrettanto giusta. Tredici italiani furono costretti a barattare la propria vita per un salario.

Ogni qualvolta un politico si accinga a ripetere la solita, incessante nenia, per la quale i padri costituenti si prodigarono convintamente affinché la si introducesse nella fonte legislativa per eccellenza, con tanto di minuzioso ingegno al fine di partorire termini che richiamassero in modo puntuale ed inequivocabile al concetto che essi intesero esprimere, ogni italiano, di ogni ceto sociale, di ogni età anagrafica, dovrebbe, con estrema ed imperturbabile onestà intellettuale, obiettare che l’art. 1 Cost. costituisce, senza alcun dubbio, il più plateale ed ipocrita falso storico che si sia mai realizzato nella storia pre e post repubblicana. Se c’è una cosa che non è cambiata, almeno negli ultimi quarant’anni, è proprio il fatto che l’Italia non sia, in alcun modo e per alcuna ragione plausibile, una Repubblica fondata sul lavoro. Perché se davvero il lavoro, concepito sia come argomento occupazionale che come naturale e legittimo prolungamento dell’attività umana, fosse davvero il nucleo essenziale di una società finalmente civile, in cui il lavoratore (dipendente o autonomo) fosse inteso come persona fisica disgiunta e mai simbiotica con quella cinicamente giuridica, quale unico mezzo per la produzione del profitto, potremmo davvero definirci evoluti.

1404 è il numero dei nostri connazionali - solo nel 2021 - che testimonia quanto questa nazione sia arretrata rispetto alla vera cultura del lavoro e tendente, senza attenuanti, verso quella sottocultura che afferma, con forza e mai come oggi, la dicotomia marxista “classe opprimente/classe oppressa”: due ceti non più complementari, come era auspicabile, bensì fondamentalmente distanti, in un’esclusione dualistica sempre più attuale e concreta. Quattro morti bianche al giorno che segnano un più 18% rispetto alla già infelice media dell’anno precedente – il 2020 -, in quella perpetua corsa verso il baratro realizzata mediante il sacrificio di chi avrebbe voluto solo “pagare il proprio pane” con il proprio onesto lavoro, concepito come diritto ed affatto un privilegio.

Padri, madri, figli e figlie che hanno lasciato un vuoto incolmabile e mai risarcibile all’interno delle proprie famiglie, in nome del dio denaro.

Ed in questo quadro di imperitura disperazione, le colpe non sono solo da ricercarsi negli evidentissimi demeriti di quella politica che latita sotto ogni punto di vista ma soprattutto in un’imprenditoria - anzitutto finanziaria - che concepisce il lavoro come una forma di ricatto, in una classe operaia che svende la propria dignità pur di conservare il proprio esiguo salario ed in un sindacato il quale, invece di tutelare gli interessi dei propri iscritti, punta a blindare le proprie posizioni di potere.