Nietzsche, Fukuyama e la malattia antistorica

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L’abbandono del senso storico si caratterizza come una costante della riflessione contemporanea. Quest’ultima, nella forma – a cui ormai siamo avvezzi – dell’apparente pluralismo multicentrico e polifonico, professa al plurale un’unica verità, quella del pensiero unico dominante e del suo scopo, la santificazione sub specie mentis della realtà nel suo stato attuale. La si ritrova in una ricca e frastagliata gamma di formazioni ideologiche profondamente differenziate, quando non opposte. Spaziano dal pensiero postmoderno (che neutralizza il senso della storia facendola esplodere in una miriade caotica di eventi irrelati e, dunque, babelicamente privi di un significato che si spinga al di là della rapsodia del puro accadere) alla filosofia analitica (con la sua rimozione programmatica del “fattore storia” dal pensare filosofico), trovando sempre nell’ormai logoro teorema dell’end of history la propria implicita funzione espressiva di riferimento.

Anche le posizioni apparentemente più incompatibili si rivelano, se lette in trasparenza, come segretamente solidali nella loro funzione espressiva di tipo antistorico. Il loro sfondo comune resta quello che, con diritto, potrebbe essere nietzscheanamente connotato come un transito dall’ottocentesca “malattia storica” (Nietzsche), che tutto aspirava a ricondurre sul terreno di un divenire privato della sua innocenza dall’onere dei dispositivi cronosofici delle filosofie della storia, alla contemporanea malattia antistorica, che mira a chiudere definitivamente i conti con la dimensione della storicità. Che l’assioma della fine della storia sia portatore di una sua intrinseca valenza ideologica e che, come l’abusata formula “globalizzazione”, nasconda una prestazione prescrittiva sotto la vernice di un’apparente descrizione anodina, è, d’altro canto, evidente.

A suffragarlo è il fatto che, con lo slogan di Francis Fukuyama, non si offre espressione teorica tanto, né soprattutto, alla condizione effettiva profilatasi dopo il crollo del Muro di Berlino, ultimo baluardo – se non altro a livello immaginativo – contro la mondializzazione mercatistica (è significativa, a questo proposito, la rapida riconfigurazione, nell’ex Repubblica Democratica Tedesca delle cattedre di hegelo-marxismo in insegnamenti di filosofia analitica). Al contrario, l’assioma dell’end of history compendia un programma largamente condiviso dalla cultura contemporanea nelle sue articolazioni più eterogenee. Lo si potrebbe condensare nella locuzione “farla finita con la storia”, in modo che i popoli, le società e gli individui si convincano che non si dà altro mondo all’infuori di quello esistente: in altri termini, in maniera che si persuadano che la realtà esaurisca la possibilità, che il poter-essere sia coestensivo rispetto all’essere, che il futuro non possa essere altro che il presente proiettato nelle regioni del “non-ancora” di blochiana memoria.