Non tutti i legami incatenano. Elogio del legame

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Quanto più la postmodernizzazione mercatista avanza, tanto più si impone l’idea in accordo con la quale i legami devono sciogliersi ed essere sostituiti da aggregazioni contrattuali a tempo determinato, decise dell’individuo consumatore e sempre modificabili a seconda dei suoi interessi effimeri. 

In accordo con il teorema ultraliberista di Nozick – oggi divenuto fondamento insindacabile della civiltà del fanatismo economico –, “non vi sono che individui, individui differenti, che vivono vite individuali” e che, per accidens, possono dare luogo ad aggregati transeunti e sempre revocabili. E ciò secondo l’algido modello del contratto privato, esteso a ogni ambito del mondo della vita. Ovviamente, il rimosso della formazione ideologica neoliberista è il fatto che nessuno, in verità, sceglie sulla base di una libertà individuale sovrana: al contrario, le scelte che quotidianamente compiamo si fondano immancabilmente su una libertà che ci unisce agli altri e ci rende responsabili. Sono il frutto della nostra esistenza comunitaria, radicata nei territori, nella provenienza storica e nelle identità plurime che strutturano la vita dei singoli come dei popoli.

Potremmo, allora, intendere la libertà come la Sittlichkeit hegeliana più che come la Moralität kantiana: è, infatti, una libertà comunitaria, che – con i suoi usi e costumi, con le sue norme e tradizioni – si fonda su vincoli intersoggettivi e su obblighi verso la comunità di appartenenza.

Contro l’ordine del discorso neoliberista, occorre riaffermare – con Hegel e Aristotile – il carattere originario della comunità e, con esso, la natura intersoggettiva dell’uomo come πολιτικὸν ζῷον, “animale politico”, “comunitario” e “socievole”. Occorre, allora, opporsi alla concezione egemonica del neoliberismo, che inappellabilmente condanna ogni figura del legame – tradizionale e familiare, comunitario e statale – che non sia quello di tipo contrattuale tra individui venditori e individui acquirenti.

Vi sono, è vero, legami opprimenti che, a mo’ di catene, chiedono di essere spezzati. Ma, accanto ad essi, esistono anche legami che liberano: si tratta di legami che, anziché incatenare, producono emancipazione e liberazione per l’individuo, attuandone la libertà in forme intersoggettive. Tali sono, ad esempio, i rapporti solidi e solidali dell’etica familiare e della cittadinanza. Tali sono, ancora, i nessi vitali con la propria cultura e con la propria identità, con il proprio territorio e con il proprio popolo.

Le catene debbono essere spezzate, in nome della libertà. I legami, per parte loro, chiedono di essere rinsaldati, in nome di quella stessa libertà. È nel vero il MacIntyre di After Virtue, allorché afferma, contro il mito liberal dell’individuo come tabula rasa, che noi cogliamo noi stessi immancabilmente come portatori di una identità che è, insieme, individuale e collettiva: in virtù della quale ci riconosciamo come uguali a noi stessi e differenti dall’altro. Essa si dà nella forma non già della catena da sopprimere, bensì del legame da valorizzare.

Senza quel legame, non si è più liberi, come vanno ripetendo le retoriche della catechesi mondialista: si è, al contrario, meno liberi, giacché si rinunzia a una parte costitutiva del proprio sé e, dunque, si rinunzia alla possibilità di essere stessi. Come già evidenziato da Heidegger, la civiltà dell’omologazione di massa è quella in cui nessun individuo e nessun popolo è più se stesso e tutti sono “l’altro”. Quest’ultimo, a sua volta, non è se non il neutro indifferenziato, l’utilizzabile universale, soggetto e, insieme, oggetto di consumo.

D’altro canto, un individuo che fosse libero da ogni legame non sarebbe, eo ipso, libero dalle catene, com’è suffragato dalla società a forma di merce: nei suoi spazi, gli atomi di consumo non intrattengono alcun legame con la tradizione e con la famiglia, con lo Stato e con la comunità solidale e, insieme, sono incatenati al classismo e alla reificazione su cui la società alienata intrinsecamente si fonda. Lungi dall’essere il white paper di cui scriveva Locke, la storia della nostra vita è sempre incastonata nella storia della nostra comunità, della nostra provenienza, della nostra identità: è, dunque, composta e intessuta di legami, che ci pongono già da sempre in connessione con gli altri e con l’altro, con il passato e con la comunità.

Riaffiora così, con forza, l’imago dell’uomo postmoderno condannato alla condizione neoliberale: egli è chiamato a emanciparsi dalla sua identità e dalla sua appartenenza, dacché esse, dal punto di vista della ragione liberista, limitano la sua libertà e non sono costitutive del suo io. Privandosi dell’identità e dei legami, come si è ricordato, l’individuo non si libera: semplicemente si sradica e si di-sidentifica. Decade al rango di individuum, di puro atomo sociale, interscambiabile con tutti gli altri e oggetto di calcolo galileiano quantitativo. Ridefinito nei termini di uno startupper vivente, egli deve rispondere solo a se stesso e alla propria capacità imprenditoriale: dal punto di vista della ragion cinica liberista, non si possono neppure, a rigore, sollevare obiezioni al libero cannibalismo tra adulti consenzienti.