Nuovo ordine mentale e aristocrazia finanziaria.

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Secondo quanto abbiamo suggerito in Minima mercatalia, il 1989 segna una tappa decisiva della dialettica evolutiva del capitalismo nel suo transito dalla fase dialettica a quella assoluta (“turbocapitalismo”).

Si tratta della data epocale dell’imposizione del capitalismus sive natura, ossia del fanatismo economico e del classismo planetario ipostatizzati ideologicamente in destino irredimibile o in natura già da sempre data, né criticabile, né trasformabile.

Si è prodotto quell’orizzonte di senso all’insegna della fatalizzazione della storia e della naturalizzazione del sociale di cui non abbiamo ancora oggi cessato di essere abitatori. Con la sintassi di Carlo Marx, l’economia oggi spoliticizzata non cessa di porre in essere sempre nuove “robinsonate”.

È a partire dalla data-sineddoche del 1989 che tramonta “l’età dell’oro”, come la definì Hobsbawm. A tal riguardo, l’Habermas della Costellazione postnazionale ha scritto che “a partire, al più tardi dal 1989 la sfera pubblica ha percepito con chiarezza la fine di quell’era”, la cui dissoluzione era un processo già avviato e che solo con il crollo del Muro di Berlino si sarebbe compiuto e, insieme, reso universalmente evidente.

La pur contraddittoria presenza dell’Unione Sovietica, segnava, al pari della cultura borghese (o, se non altro, di quel che ne rimaneva dopo il Sessantotto), un limite per il capitale. E, in quanto tale, doveva essere superata.

L’Unione Sovietica costituiva, infatti, una frontiera reale e simbolica per l’economia di mercato: segnalava che essa non era il solo mondo possibile, né l’unico realmente esistente.

Non solo i Paesi del socialismo pur non perfettamente realizzato marcavano, per così dire, i confini reali e simbolici del mondo sussunto sotto il capitale, mostrandone il carattere di realtà storica dai contorni precisi, né unica, né eterna.

Erano anche ciò che garantiva, nell’Occidente a struttura capitalistica, la sopravvivenza del sistema sociale di quel welfare state a suo tempo avviato dal cancelliere Bismarck in Prussia, per prevenire e temperare le rivendicazioni dei partiti socialisti, e divenuto nel Novecento la risposta obbligata occidentale alle politiche sociali del socialismo reale.

Massima incarnazione moderna dell’idea di comunità e – diremmo con lo Hegel – dell’eticità, il welfare state fu un tentativo di soluzione sociale alla contraddizione sistemica: a quest’ultima, dopo il 1989, il trionfo del cosmopolitismo liberista impone, invece, la via delle soluzioni biografiche, in termini di successo imprenditoriale e di affermazione individualistica dei cittadini ridefiniti come startupper e come imprenditori di sé.

L’epoca schiusasi con il 1789, contraddistinta dall’estromissione dell’aristocrazia e dal moderno conflitto tra borghesia e proletariato, si era identificata, per quanto in forma spesso solo nominale, nella triade valoriale composta dalla Liberté, dall’Égalité, e dalla Fraternité.

Il nuovo scenario inaugurato dal 1989 e contraddistinto dal ritorno dell’aristocrazia, nella sua inedita veste finanziaria (Finanzaristokratie), come classe dominante sulla massa precarizzata (scaturente dalla pauperizzazione precarizzante della borghesia e del proletariato), ha assunto come paradigmatico un nuovo ordine valoriale.

La Liberté è stata sostituita dalla sicurezza individuale, con annessa contrazione sempre crescente, in suo nome, degli spazi della libertà e, insieme, con riduzione di quest’ultima a semplice liberalizzazione individualistica dei consumi e dei costumi, a “libera circolazione” delle merci e delle persone mercificate (sradicamento, migrazioni di massa, “fughe dei cervelli”, ecc.).

L’Égalité è stata spodestata dalla disuguaglianza sempre crescente, connessa alla rifeudalizzazione delle classi subalterne, ridotte al rango di una plebe policroma e supesfruttata, sempre più distante sotto ogni profilo dal vertice della società neofeudale.

Infine, la Fraternité ha ceduto il passo alla compétitivité concorrenziale, che atomizza e frammenta la società nella forma specificamente mercatistica e neohobbesiana del bellum omnium contra omnes.

Il “diritto naturale” del più forte oggi si incarna nelle leggi del mercato e nel ritorno allo ius naturae del disordinato ordine della crisi degli Stati sovrani.

 Come ho cercato di mostrare in Pensare altrimenti (2017), perché potesse dispiegarsi compiutamente il nuovo ordine mentale e, con esso, il processo di manipolazione e di controllo delle coscienze, teso a fare sì che il Servo nazionale-popolare precarizzato amasse le proprie catene, occorreva procedere preventivamente alla lobotomizzazione delle masse; espressione con la quale alludiamo alla dinamica di normalizzazione del dissenso e di anestetizzazione della coscienza oppositiva, che ha portato il Servo a orientarsi sempre solo secondo gli schemi dell’ordine simbolico dominante e, di conseguenza, ad abbandonare ogni prospettiva autenticamente e operativamente antagonistica.

Più che di generica “lobotomizzazione” si potrebbe, forse, più propriamente parlare, con un neologismo euristico, di “logotomizzazione”, a segnalare come le nuove plebi subalterne siano state progressivamente private del λόγος come capacità di pensare, di comunicare e di misurare le giuste proporzioni coessenziali al vivere comunitario.

Come ho cercato di chiarire in Storia e coscienza del precariato, il fatto che, dopo il 1989, sia rimasto in vita un unico modello socio-politico, ha determinato il conseguente sopravvivere di un unico pensiero, di un’unica formazione ideologica, che si presenta come naturale ed eterna, come giusta e intrascendibile, cancellando – secondo la cifra di ogni ideologia – la propria genesi storica e sociale.

Anche in ciò sta il necessario “provincialismo del proprio tempo” – così lo appellava Eliot – proprio di chi ritiene assoluta e insuperabile la concezione del proprio presente.