Ora e sempre contro la resilienza

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Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della resilienza. La resilienza è, naturalmente, un profilo psicologico. Ma è anche, inseparabilmente, un contegno politico, coerente con l’evo dell’assolutismo del tecnocapitale e dei desiderata dei gruppi padronali, giubilanti al cospetto di poter governare masse oppresse e resilienti; masse, cioè, in grado di assorbire senza batter ciglio e senza ritorno di fiamma rossa la violenza quotidiana su cui strutturalmente si fonda un sistema che ha per presupposto basilare lo sfruttamento e la miseria dei più a beneficio di pochi. Non si oblii allora che, secondo quanto mostrato da Federico Rampini in un suo articolo apparso su “La Repubblica” il 23 gennaio del 2013, “dinamismo resiliente” era la parola d’ordine lanciata nel 2013 dal World Economic Forum e da Obama, dunque da luoghi e persone che pienamente si inscrivono nell’ordine del blocco egemonico neoliberale a trazione atlantista.

L’homo resiliens si china e si rialza, potenzialmente anche all’infinito, ma senza mai mettere in discussione il mondo obiettivo che sempre di nuovo lo fa cadere. Successore dell’ignavo confinato da Dante all’inferno, il resiliente non fa lo sgambetto al mondo, e anzi lo asseconda in ogni sua dinamica, foss’anche la più dannatamente ingiusta. Nemmeno la condanna con le armi della critica, né la sottopone a sferzante requisitoria, preso com’è dalla compiaciuta soddisfazione di essere riuscito a lavorare su di sé a tal punto da accettare, in ultimo, l’inaccettabile.

Il resiliente, ancora, è l’io inerme che vede disagi personali e mai contraddizioni reali e che, in caso di dissidio con il reale, alla piazza della rivoluzione corale preferisce il lettino dello psicologo. La sua sfera privilegiata d’azione e di vita è l’individualità all’ombra del potere, il disarmo di ogni spirito critico e la mutilazione preventiva di ogni progetto futuro. È il soggetto ideale delle masse passive e omologate, in cui tutti pensano e desiderano il medesimo, ma poi anche del nuovo tempo delle solitudini telematiche connesse via internet e sconnesse dalla realtà e dalle sue palpitanti contraddizioni che chiedono di essere risolte nella prassi.

Insomma, il resiliente è anche il suddito ideale del nuovo capitalismo post-1989 e, a maggior ragione, di quei suoi sviluppi a cui esso sta andando incontro nei primi decenni del nuovo millennio: l’homo resiliens ha fatto tesoro delle richieste rivoltegli, a reti unificate, dai monopolisti del discorso e, dunque, per via mediata, dal blocco oligarchico neoliberale. Ha accettato di essere remissivo anziché rivoluzionario, adattivo anziché contestativo, di cambiare se stesso per adeguarsi allo status quo. Ha, in definitiva, scelto di parlare la lingua del suo nemico di classe, credendo al progresso – e dunque alle conquiste dei gruppi dominanti – e poi, soprattutto, assumendo docilmente il contegno che, da sempre, i padroni sognano negli schiavi. Non è, forse, il sogno inconfessabile di ogni padrone quello di governare schiavi docili e mansueti, in una parola resilienti?