Pantheon divino e spiritualità delle tribù sannitiche

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Per descrivere il mondo spirituale delle tribù sannitiche si deve fare riferimento ai testi degli scrittori romani (Tito Livio, Strabone), alle emergenze archeologiche – a esempio i resti del tempio di Pietrabbondante (Isernia) e del santuario della Mefite (Rocca san Felice, AV) -, ma soprattutto alla Tavola di Agnone.

La “Tabula Agnonensis” è una lastra in bronzo (oggi conservata al British Museum) datata al terzo secolo a.C., con iscrizioni su entrambi i lati. Si tratta di uno dei più importanti reperti delle antiche etnie italiche, ed è la maggiore testimonianza della lingua osca e della religione dei Sanniti, di cui svela una gran parte del Pantheon e il fulcro dei rituali religiosi. Ritrovata nel 1848, la sua scoperta ebbe un altissimo valore scientifico-archeologico, ed ebbe risonanza internazionale tanto da interessare il grande studioso tedesco Theodor Mommsen, che si recò ad Agnone per visionarla e studiarla. Il testo comincia con la descrizione del recinto sacro dedicato a Kerres, dea della terra, della fertilità e protettrice dei raccolti. Nella seconda parte essa menziona diciassette divinità, il cui culto veniva celebrato nello stesso luogo sacro. Nel bosco dove è stata ritrovata la tavoletta, infatti, erano presenti quindici altari votivi e un albero antico e venerato, dove essa era appesa e offerta alla vista della comunità.

Il luogo era chiamato Húrtiìn kerriìn, traducibile con “l’orto sacro di Cerere”, simboleggiante tutte le terre coltivate. Il boschetto di Agnone, dedicato alla Cerere sannitica, era attraversato durante le feste annuali dalle processioni sacre, che si muovevano in direzione opposta a quella del sole. I rituali lustrali e l’accensione dei fuochi completavano le cerimonie religiose, di solito celebrate dal meddix, guida politica e sacerdote della comunità. Lì i devoti offrivano le primizie della terra e pagavano la decima per il mantenimento del santuario. Ogni due anni veniva celebrata una liturgia speciale presso l’altare del fuoco, e si compivano sacrifici in onore di quattro divinità; altro rituale notevole era la festività primaverile di Fluusaiì dal carattere agreste-pastorale. La tavola, infine, ricordava che solo quanti pagavano le decime erano ammessi al culto ed elencava le proprietà del santuario, le persone che potevano frequentarlo e quelle che lo amministravano.

Oltre alla patrona Kerres, le divinità venerate nel tempio agnonese ed elencate nella Tabula sono: Vezkeì, identificato coi cambiamenti stagionali; Evkluì Patereì, figurazione di Ade o dello psicopompo; Filia cerealis, personificazione di Persefone, figlia di Cerere; Stata Mater, figura di levatrice essenziale durante il parto; Amma cerealis; Lymphae cerealis, protettrice delle sorgenti; Liganacdix entraì; Anafríss kerriìuìs; Maatuiìs kerriìuìs, dea della fecondità, connessa con l’allattamento e dispensatrice della rugiada, benefica per i raccolti; Jupiter Juventus; Jupiter Rigator (Giove fulminatore), divinità della pioggia; Hercules cerealis; Patana Pistia, che facilitava la trebbiatura del grano e la vinificazione; Mana geneta; Pernaì cerealis, protettrice della pastorizia; Fluusaì cerealis, patrona dei germogli.

Le divinità citate nella tavola si collegano tutte all’agricoltura e alla pastorizia, come si evince dalla presenza del termine Kerriìaís – cerealis, che completa il nome di diversi Dei. L’esistenza dell’uomo e della vegetazione, la fertilità della terra e la fecondità degli animali, erano tutte sotto la protezione di Kerres, cui la maggior parte delle divinità menzionate erano legate o subordinate. Le loro funzioni, infatti, dal parto alla protezione dei germogli, dal nutrimento del suolo alla forza generatrice, discendevano tutte dalla potenza creatrice della Grande Madre sannitica.

Nel considerare l’universo spirituale delle tribù sannitiche bisogna evidenziare la funzione del “ver sacrum”: un voto pubblico, che si metteva in atto durante la primavera, con il quale si dedicava un’intera generazione a una divinità affinché liberasse la comunità da una situazione di emergenza (carestie, calamità naturali, malattie, ecc.). Un folto gruppo di giovani abbandonava il territorio nativo e seguiva l’animale totemico, rappresentante il Dio cui si erano votati, e nel luogo d’arrivo fondavano una colonia della madrepatria. Tradizione comune a molti popoli indoeuropei, il “ver sacrum” si svolgeva sotto la protezione di una divinità, rappresentata dalla figura simbolica dell’animale totemico. I giovani consacrati si muovevano sotto il vessillo di Marte, archetipo del condottiero celeste, che guidava “dall’alto” la spedizione. Strabone racconta che, secondo la leggenda, la tribù sabellica dei Pentri sarebbe stata guidata dal bue sacro ai piedi di un colle chiamato Samnium, che avrebbe dato il nome all’intera comunità. Secondo la tradizione, la tribù dei Pentri, condotta dal “bove”, si fermò a nord del fiume Biferno e fondò la città di Bovianum che era, stando alla testimonianza di Tito Livio, la capitale del Sannio. Una seconda tribù, quella degli Irpini, guidata dal “lupo” (in osco hirpus), si stanziò nelle valli del Calore e del Sabato. Un terzo gruppo, i Caudini, seguendo il “cinghiale” si stabilì fra i monti del Partenio e il Tiburno, da lì irrompendo nella conca avellana.

Altra istituzione spiritualmente improntata, e caratterizzata da una speciale iniziazione, fu la “Legio Linteata”: gruppo scelto di guerrieri, dedicati agli dèi patrii con una cerimonia sacra, che li destinava al sacrificio estremo in battaglia. Questi uomini, educati alla vita militare, alle arti equestri e all’uso delle armi – in particolare al lancio del giavellotto e all’uso del lungo scudo rigato quale principale mezzo di difensa -, Tito Livio li descriveva come una specie di “legione sacra tebana”, candida nelle vesti e dalle armature ricoperte d’oro e d’argento. Questa sodalità, che intervenne in tutte le guerre contro Roma, dopo una particolare liturgia si votava all’immolazione pur di difendere la propria comunità, giurando di dimostrarsi valorosi in battaglia con una formula, – simile in tutto alla “devotio” romana -, dedicata alle divinità protettrici la tribù. Essi si immolavano per salvare la patria dopo aver pregato e supplicato gli Dei, chiedendogli di essere propizi e di donare potenza e vittoria alla “Legione”, arrecando terrore e morte ai nemici. Il rito dell’iniziazione guerriera avveniva col giuramento di fedeltà alla Legio, quindi il sacerdote consacrava la spada e le altre armi da battaglia. Questo giuramento avveniva sui candidi panni di lino che ricoprivano il recinto in cui era stata consacrata la nobiltà: da qui il nome “Linteata”. Quindi si compiva il sacrificio, sull’ara al centro dell’orto sacro, cui assistevano il comandante e i più nobili per famiglia e per imprese, introdotti e schierati con le spade sguainate. Chi si rifiutava di giurare veniva ucciso in modo cruento davanti agli altari; su chi fuggiva veniva invocata la vendetta degli Dei.

Per completare il quadro della spiritualità sannita, infine, è necessario un accenno alla loro visione del post-mortem, desumibile dalle sepolture tombali di Castel Baronia e Carife (AV). I lavori coordinati dall’archeologo Werner Johannowsky, il quale credeva che Carife fosse l’antica Romulea, la città saccheggiata e distrutta dai Romani nel 296 a.C., portarono alla luce 23 tombe provenienti da due necropoli. Queste testimoniano lo stile di vita degli Irpini fra il V e il III secolo avanti Cristo, e ne sintetizzano l’immagine dell’aldilà. I corredi funerari sono composti da vasellame fittile e metallico, armi di ferro, oggetti di ornamento personale in bronzo, con anfore, boccali, fibule, bracciali, anelli, statuette, cinturoni, vasi rituali.

Se nelle tombe femminili erano presenti oggetti personali di abbellimento, il corredo maschile si distingueva per la presenza del cinturone in cuoio rivestito di bronzo (quale simbolo della libertà individuale e insegna dei propri diritti politici), il rasoio e le armi di quel tempo (giavellotto in ferro, cuspide di lance e pugnali). Altri elementi dei corredi (crateri, coppette, oinochoe, cantaroi, skyphoi, patere) riportano al culto e all’ideologia del simposio, all’anima del defunto che, separatasi dal corpo mortale, banchettava nell’aldilà con figure divine ed eroi nazionali. Il rito funebre vero e proprio terminava, appunto, con un banchetto davanti alla tomba chiusa. Esso consisteva nel consumare del cibo e del vino in uno skyphos il quale, uno volta terminata la cerimonia immortalante, veniva rotto, a rappresentare l’esistenza terrena spezzata.

In alcune tombe sono stati ritrovati boccali a vernice nera, simili a quelli attici, con sull’orlo protomi a forma di lupo, l’animale totemico degli Hirpini. L’abbondanza degli oggetti e la loro raffinatezza complessiva ci dà un’immagine esteticamente rilevante dei guerrieri sanniti, che si aspettavano di partecipare ai banchetti divini nell’oltretomba, ma non dimenticavano la loro origine, e l’essere giunti in Irpinia guidati da un lupo, secondo la tradizione del “Ver sacrum”.