Pasolini: letterato o regista?

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Sarà per una convenzione diffusa un po’ dovunque sul suolo nazionale, sarà per una dignità superiore che da sempre un certo pregiudizio “cartocentrico” concede alla letteratura, ma il confronto tra le due materie è spesso stato giudicato come inconcepibile o quantomeno curioso. Al di là dei classici film tratti da romanzi o racconti, pochi altri paragoni sembrano essere concessi.

Al contrario la critica specializzata è stata capace, nel corso del tempo, di intercettare le innumerevoli coincidenze di percorso tra queste arti. Hermann Grosser, uno tra i più stimati studiosi di narratologia viventi, in un suo saggio Sul narrare assimila le metodologie applicate alla scrittura descrittiva dagli autori che hanno a che fare con l’inchiostro con quelle vigenti presso registi e sceneggiatori. Molte inquadrature, zoomate, particolari, dettagli sono molte volte diretta derivazione delle ekphrasis letterarie. Quella visione, solo immaginata su carta, finisce per prendere forma nei multisala. Rispettando dogmi e suggerimenti condivisi.

Sarebbe comunque riduttivo riassumere le somiglianze fra i due media a questo minimo fattore. Va infatti notato come, nel corso della storia, non sono mancati i sorvolamenti e gli sconfinamenti nel registro cinematografico da parte di grandi intellettuali italiani e non precedentemente dediti alla composizione di opere in prosa o poesia. Antonio Fogazzaro, la penna dietro Piccolo mondo antico, si riferiva all’invenzione dei fratelli Lumière definendola divertito nelle sue conversazioni epistolari “San Cinematografo”, dato che la scrittura delle sceneggiature e dei copioni era, per molti umanisti, una delle poche fonti di guadagno (relativamente) sicure. Non scarseggiano i nomi di spessore che si avvicinarono, intrigati, al mondo della celluloide. Luigi Pirandello, nell’opera significativamente intitolata, dopo una prima stesura, Si gira, decise di centrare il focus dell’obiettivo narrativo sull’esperienza di uno dei primi “operatori”, ovvero uno degli odierni cameraman. Attraverso le parole di questo fantomatico protagonista, Serafino Gubbio, scosso da alcuni violenti e grotteschi atti a cui ha assistito in scena, si rende evidente il senso di alienazione dell’uomo nella macchina, di robotizzazione dell’uomo e della società. Rapporti a tinte chiaroscure, insomma, tra due delle principali fonti di intrattenimento della specie umana. Il Vate, Gabriele d’Annunzio, mise a repertorio (o quasi) la regia di una delle prime grandi rappresentazioni filmiche targate Italia. Suoi furono infatti i dialoghi e la scelta dei personaggi di Cabiria, clamoroso kolossal tricolore ancora oggi segnalato su ogni manuale di storia del cinema che si rispetti.

Ma arriviamo ad un ultimo personaggio, contraddittorio e multiforme non solo nella vita privata: Pier Paolo Pasolini. È molto difficile dare una definizione conclusiva e totalizzante ad una biografia tanto varia. Il Corsaro di Bologna approdò al suo esordio editoriale con Ragazzi di vita, un romanzo che cominciava a inquadrare le problematiche che, per tutto il resto della carriera, saranno care a Pasolini: le angustie della vita di borgata, le terribili condizioni di vita degli ultimi, i continui riferimenti religiosi (soprattutto alla Passione) sottesi alla sua narrazione. Lo spirito ribelle di un individuo sempre sopra le righe, sempre pronto a condannare il conformismo promosso dalla moderna società dei consumi, non poteva però sentirsi confinato nei limiti risicati di un’unica forma di espressione. La firma di Pier Paolo Pasolini fece la sua apparizione anche sul fondo di sceneggiati teatrali, saggi, critica letteraria, persino canzoni. Ma l’altra grande passione che riempì le giornate del letterato - poi tragicamente assassinato vicino Ostia - fu senza dubbio il cinema. Accattone segnò il primo passo del regista in questo popolatissimo macrocosmo. Ma molti furono i suoi grandi (e discussissimi) successi: dalla collaborazione con Antonio de Curtis, alias Totò, nel surreale e filosocialista Uccellini e uccellacci, alla scandalosa versione del Decameron, ricca di scene esplicite a luci rosse al tempo ritenute inaccettabili ed esasperate. Dal devastante e sofferto racconto di Mamma Roma - capolavoro reso tale anche dalla ineguagliabile recitazione della splendida Anna Magnani – ai riadattamenti dei testi teatrali di Medea e Edipo re, per poi giungere al mediometraggio La ricotta che gli costò l’accusa (con consecutiva condanna) per vilipendio alla religione. Questa rappresenta solo una piccola parte della integrale filmografia realizzata da Pasolini, eppure questo duraturo patto stretto con il cinematografo non costrinse l’autore a rinunciare alla scrittura prettamente letteraria. Una vita violenta proseguì nel solco della sua volontà di esplicitare e rendere visibile a tutti la violenza e la povertà cui era costretta a sottostare una buona fetta degli abitanti dei dintorni di Roma. Ma sono degni di menzione anche Il sogno di una cosa, Teorema, Petrolio.

Insomma, qual è il confine tra regista e scrittore? Questo è probabilmente uno dei casi più eloquenti di come il tentativo di considerare separati due universi affini come cinema e letteratura non può che rivelarsi un buco nell’acqua.