Peng Shuai: l’imbarazzante silenzio del CIO

Fonte Immagine: yahoosportaustralia

Peng Shuai è una tennista cinese, ex numero uno del mondo in doppio, vincendo con la compagna Su-Wei Hsieh due titoli del Grande Slam. La tennista ad inizio novembre ha denunciato per molestie sessuali l’ex vicepremier di Pechino, Zhang Gaoli, membro del Partito Comunista cinese e da allora si sono perse le tracce.

La vicenda ha suscitato l’indignazione internazionale che ha mobilitato i più grandi nomi del tennis planetario. L'hashtag #WhereIsPengShuai è stato in breve il più utilizzato suoi social da tennisti, ex tennisti, sportivi e tantissime persone comuni per chiedere chiarimenti sulla situazione della giocatrice cinese.

Innanzi alla pressione internazionale, al fine di far tacere le insistenti critiche il 18 novembre la tv di Stato cinese ha diffuso una lettera presumibilmente dell’atleta che rassicurava tutti, spiegando i motivi del suo “ritiro”.

Il goffo tentativo di rassicurazione non ha sortito l’effetto sperato e così la WTA, l’associazione che riunisce le giocatrici professioniste di tennis di tutto il mondo, con forza ha avvertito la Cina che in mancanza di serie ed attendibili assicurazioni sulle condizioni della Shuai avrebbe lasciato il Paese, rinunciando a tutti tornei programmati.

I cinesi, evidentemente spiazzati dal clamore mediatico e dalla netta posizione della WTA, hanno pubblicato alcune foto ritraenti la donna sorridente con in braccio un gatto circondata di peluche. L’atleta avrebbe anche scritto “Buon Weekend” sul suo profilo WeChat. Dopo tali “segnali di vita” vi è stato un colloquio tra Peng ed il presidente del Cio, Thomas Bach nel quale la ragazza avrebbe detto “Sto bene e sono al sicuro”.

Tutto risolto? Macché. Appare evidente, infatti, come tutto sembra architettato ad arte per silenziare le critiche mondiali.

La Women’s Tennis Association però ha sbattuto i pugni ed ha congelato gli accordi con Pechino, sospendendo tutti i tornei in Cina e ad Hong Kong per la condizione poco chiara di Peng Shuai.

Il numero 1 della WTA, Steve Simon, ha evidenziato tutti i suoi dubbi sullo stato di sicurezza della tennista, chiedendo un’indagine seria, chiara e trasparente sulle accuse mosse dalla campionessa.

Ebbene, non può che apprezzarsi il pugno duro di Simon e della WTA che è consapevole di poter perdere accordi milionari con la Cina. Tra i diritti umani ed il profitto economico la WTA ha logicamente dato prevalenza ai primi, essendo prioritario che le atlete disputino le competizioni in un ambiente sicuro.

Un gesto così forte, tuttavia, rischia di perdere peso innanzi al comportamento imbarazzante del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, ovvero il massimo organismo sportivo mondiale. Ed infatti, mentre la WTA sospende tutti i suoi eventi l’unica manifestazione sportiva confermata è l’Olimpiade invernale di Pechino.

Il CIO, quindi, sembra accontentarsi della prima chiamata del 21 novembre ed una videochiamata, divulgata (strano ma vero) successivamente al comunicato della WTA. Di tale seconda chiamata non si sa nulla, ma sarebbe emerso che ci sarà un incontro con la tennista a gennaio.

Quindi il CIO aspetta a gennaio per sapere per sapere se Peng è ristretta nella sua libertà e conoscerne realmente le condizioni? Il CIO si accontenta davvero di due chiamate?

I diritti umani possono essere a tempo?

Domande chiaramente retoriche e che mostrano l’imbarazzante comportamento del massimo organo dello sport, che, invece, respinge le critiche di un atteggiamento compiacente con la Cina, sostenendo di adottare una - non chiara - «diplomazia silenziosa». Eppure quel silenzio nelle azioni del CIO appare assordante.

Quella “diplomazia” dovrebbe urlare un’indagine seria sul caso Peng, appoggiando la dura presa di posizione della WTA ed invece resta inspiegabilmente silente.

Il dubbio è che quella diplomazia silenziosa sia il frutto di una consapevole scelta del CIO di dare prevalenza agli interessi economici, dovendo al contempo “salvare la faccia” dalla figuraccia internazionale. E non a caso il CIO non ha speso una parola sul ruolo determinante di Zhang nell’organizzazione dei Giochi invernali di Pechino, che portano con sé investimenti per oltre 2,5 miliardi di dollari.

Ed allora, quella proclamata “diplomazia silenziosa” ha come implicito sottotitolo la volontà dell’ente sportivo di non rinunciare a tali ricchezze anche di fronte alla vicenda di Peng.

Tuttavia, l’ondata di sdegno al momento sembra fuori controllo ed anche molti governi, in primis gli USA, hanno già minacciato il boicottaggio diplomatico dell’evento in risposta alla violazione dei diritti umani perpetrata dal governo cinese.

La Cina sta cercando di porre rimedio a tale situazione, opponendosi mediaticamente a quella che definisce «la politicizzazione dello sport», dovendosi considerare lo sport solo nella sua dimensione sportiva. Ebbene, tale affermazione è semplicemente assurda. Lo sport non è una campana di vetro avulsa dal mondo e soprattutto dal rispetto dei diritti umani. Gli atleti, infatti, prima ancora che sportivi sono e restano uomini e donne.

Lo sport non deve essere politicizzato, ma non è possibile che si permetta la violazione di diritti umani senza che i massimi organi sportivi internazionali non intervengano a tutela dei loro atleti.

Purtroppo però non è la prima volta che il mondo sportivo ha dato la precedenza agli interessi economici a discapito dei diritti umani e non sono rari i casi di violazione dei diritti umani.

Senza esaustività e solo per fare alcuni esempi ricordo le Olimpiadi estive del 1968 svoltesi a Città del Messico. Un Paese inginocchiato dalla povertà si oppose ai giochi e alla folle spesa $ 150 milioni. Il 2 ottobre, a 10 giorni dell’inizio dell’evento, più di 10.000 studenti si riunirono in piazza Tlatelolco, cantando "Non vogliamo le Olimpiadi, vogliamo una rivoluzione!" Il governo reagì in modo brutale, ordinando di aprire il fuoco suoi protestanti. Fu un massacro, ma ciononostante il CIO rifiutò di spostare o rinviare i giochi, poiché la violenza non era rivolta alle Olimpiadi stesse. Sconcertati sul punto le dichiarazioni di Avery Brundage, all’epoca dei fatti massimo esponente del CIO, secondo il quale "Se i nostri Giochi devono essere fermati ogni volta che i politici violano le leggi dell'umanità, non ci saranno mai concorsi internazionali".

Ancora, ricordo le Olimpiadi di scacchi del 1998 nella Repubblica russa di Kalmykia. Il Presidente Kirsan Ilyumzhinov fece costruire la multimilionaria Chess City, inaugurata con la 33a Olimpiade degli scacchi nel 1998. Una giornalista locale Larisa Yudina, iniziò ad indagare su tali folli spese in un paese estremamente povero. La donna fu pugnalata a morte poco dopo e altri attivisti furono picchiati per aver protestato per le spese folli del Presidente per l’evento. Eppure le Olimpiadi si tennero regolarmente con oltre 1.000 giocatori di scacchi internazionali, che ignorarono le richieste di boicottaggio dell’evento.

Ancora, non può non ricordarsi quanto accaduto durante la Coppa del Mondo del 1978 in Argentina. Il Paese nel ’76 fu oggetto di un violento colpo di stato miliare eppure la FIFA ne permise la preparazione del torneo mondiale. Il regime sfrutto chiaramente l’occasione per mostrare al mondo il suo volto migliore, costruendo muri speciali in modo che i visitatori non vedessero i bassifondi di Buenos Aires ed uccidendo e rapinando i dissidenti. L'organizzatore del torneo stesso, il generale Omar Actis, fu assassinato, probabilmente perché si era opposto alla selvaggia spesa del governo. Alla violenza si aggiunse che la manifestazione fu ampiamente truccata. Solo un giocatore della Germania Ovest Paul Breitner si rifiutò di giocare su basi morali.

E purtroppo non sarà da meno neppure la ormai prossima Coppa del Mondo del Qatar 2022, già soprannominata come il mondiale degli schiavi. Sono noti i recenti arresti e lo scandalo che circonda la FIFA legati all’assegnazione al Quatar, ma ciò indigna maggiormente è come il potere economico abbia prevalso sul trattamento dei lavoratori migranti soprattutto del subcontinente indiano, a cui è proibito cambiare lavoro o addirittura lasciare il Paese senza il permesso del loro padrone e che non possono neppure sindacalizzare. Un’indagine del Guardian ha riacceso le polemiche sul mondiale, portando a galla le disumane condizioni di lavoro e gli spaventosi abusi cui è sottoposta la manodopera impiegata nella costruzione delle infrastrutture per la Coppa del Mondo 2022, considerata una vera e propria fabbrica della morte.

Da ultimo, spero che la libertà di Peng Shuai non passi per la sua umiliazione come successo per una dipendente di 27 anni di Alibaba della sede di Hangzhou che ha avuto il coraggio di denunciare su Weibo di essere stata violentata dal suo capo. Incredibilmente la donna è stata citata in giudizio da Li Yonghe, ex presidente del Citywide Retail Business Group di Alibaba, che si è dimesso dopo la vicenda, per danni alla reputazione e diffusione di false informazioni. Li chiede le scuse pubbliche della donna da pubblicare sul sito dell’azienda e un risarcimento simbolico di uno yuan, circa 20 centesimi.

Per concludere si spera che il caso di Peng non abbia come epilogo l’ennesimo e cieco “show must go on” dove lo spettacolo ed il suo interesse economico prevalgono sempre sui diritti umani.