Percezione del rischio sul lavoro al tempo di Covid-19 - 1ª Parte

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1. Percezione del rischio
La percezione si può in generale concepire come il processo intuitivo attraverso il quale l’individuo avverte ed elabora, orientandole alla coscienza e alla conoscenza, le impressioni e le informazioni provenienti dal proprio corpo e dall’esterno.
In particolare, la percezione del rischio (e del pericolo) è espressione dell’istinto di difesa che riaffiora dall’abisso del tempo, ed è sollecitata dalla paura e dal timore attuale di subire pregiudizio.
Per questo, anche negli insidiosi luoghi di lavoro, l’obiettivo di evitare possibili danni materiali e/o immateriali è (o dovrebbe essere) a fondamento dei comportamenti abituali di tutti gli operatori.
Soccorrono allora le virtù della precauzione, della cautela e della prudenza, senza con ciò scadere nella viltà. Assumono quindi importanza tutti quegli elementi che, nel loro insieme, qualificano l’idea e l’attualità della sicurezza, considerata quale presupposto indefettibile del bene primario della salute (e della vita).
In realtà, non è affatto facile armonizzare quel composito mix di impulsi che, di volta in volta, interpellano l’intuito, le sensazioni, gli avvertimenti, le emozioni, la memoria e quanto altro vale a tenere attivo il livello di attenzione e fluida la plasticità del cervello dell’homo sapiens, sempre in evoluzione.
Anzi, nei complessi scenari del mondo globalizzato, l’uomo tecnologico cerca tuttora la bussola della salvezza, sostituendo le nuove paure con la speranza.
Infatti, egli viaggia incerto verso sfide inesplorate, ora amplificate dall’ansia per la tragica pandemia (dal greco, ciò che riguarda “tutto il popolo”) da Coronavirus.
Perciò, l’angoscia per un male invisibile, che non si sa dove, come e quando colpisce, induce tutti noi a tormentarci sugli aspetti emotivi della “percezione”. La quale, basandosi sull’apparenza, è facilmente esposta alla diffidenza e all’aggressività.
In conclusione, in tale contesto si moltiplicano i condizionamenti e le manipolazioni della comunicazione veloce e superficiale, indirizzata alla “pancia” di sudditi compulsivi (fake news, dominio del mercato sperequato, sistemi politici corrotti, ecc.).

2. Documento di valutazione dei rischi (Dvr)
Sul piano operativo, tra le attività obbligatorie del datore di lavoro non delegabili ad altri, l’art. 17 del T.U. in materia di sicurezza e di salute nei luoghi di lavoro (Dlgs. n. 81/2008) indica “la valutazione di tutti i rischi”.
A tale valutazione deve far seguito la elaborazione del “documento previsto dall’art. 28“ (Documento di valutazione dei rischi, Dvr). Compito quest’ultimo da svolgere in collaborazione con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi (RSPP), il medico competente della sorveglianza sanitaria e il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS).
La suddetta valutazione prende in esame la sistemazione dei luoghi di lavoro, le attrezzature di lavoro, i rischi collegati allo stress lavoro-correlato, ecc.
Pertanto, la ricognizione in questione, per essere effettivamente affidabile nella sua globalità, deve individuare e specificare nel dettaglio (dove di solito si nascondono il diavolo e la… bellezza!) gli obblighi prevenzionali, già peraltro posti in via generale a carico del datore di lavoro dal vigente art. 2087 Cod. Civ. del 1942.
Si discute se la politica e il documento relativi al risk management debbano essere totalmente riscritti alla stregua del possibile contagio da SARS-CoV-2. Oppure se sia sufficiente implementare il DVR con un semplice Addendum che fissi le specifiche linee guida di prevenzione.
Al riguardo è in via di massima condivisa quest’ultima soluzione, considerata l’auspicata ragionevole transitorietà della pandemia.
Del resto, il documento dei rischi non mira a cristallizzare una attività di tipo statico, ma è atto formale dinamico, dal quale discende ogni responsabilità giuridica del datore di lavoro, con riferimento alla costante adeguatezza delle misure di prevenzione e di protezione.
Tali misure sono ovviamente da mettere concretamente in essere, vigilando e controllando a che i diversi ambiti, le infrastrutture, le movimentazioni, i mezzi logistici e tutti i fattori della produzione non raggiungano “il livello potenziale di danno” (= rischio).
Invece, l’esercizio delle attività pericolose, che già hanno in sé il “potenziale di causare danni” (= pericolo), comporta - oltre alle obbligazioni di natura contrattuale - il risarcimento del danno cagionato da colpa per fatto illecito extracontrattuale (art. 2050 Cod. Civ.).

 

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