Perché la civiltà dei mercati odia il Crocifisso

Fonte Immagine: avig

Il cristianesimo, nel quadro dell’Europa in preda alla teofobia e alla sdivinizzazione, è accettato nella sfera pubblica, solo a condizione di una previa neutralizzazione del richiamo alla trascendenza: deve, cioè, negare se stesso, ridefinedosi – è quanto accadde con il pontificato di Bergoglio, il primo papa globalista – come un mero irenismo salmodiante, che ortopedizza in senso quietistico e passivo le masse sofferenti e, per questa via, supporta il diagramma dei rapporti di forza realmente esistenti.

In sostanza, la civiltà pantoclasta e tecnonichilista dei consumi accetta l’esistenza pubblica del cristianesimo, a patto che si privi della trascendenza. E, insieme, tollera il richiamo cristiano alla trascendenza, a condizione che si astenga dalla vita pubblica. 

Anche in ciò risiede il paradosso della società che si dice “multiculturale” e che, invero, si fonda sul monoculturalismo idolatrico del mercato. Essa chiede a ogni religione della trascendenza di cancellare o occultare i propri simboli, dal Crocifisso al velo islamico: e ciò di modo che lo spazio della vita pubblica sia occupato dai soli simboli consentiti dalla religione del libero mercato, ossia dalle icone pubblicitarie, dalle marche delle merci e dai gadget arcobalenizzati.

La “lotta contro tutte le discriminazioni” invocata dagli alfieri del mondialismo fintamente policromo è, certo, in sé giusta, ove si diriga contro quelle che sono, effettivamente, discriminazioni. Diventa, però, un mero vettore ideologico dell’omologazione disidentificante, allorché, come sempre più spesso accade, prende di mira le differenze in quanto tali, delegittimandole come discriminanti. Sotto le nobilitanti insegne della lotta contro tutte le discriminazioni finisce, così, per camuffarsi e legittimarsi la lotta contro tutte le differenze e in nome dell’omologazione mercatista, essa stessa santificata con l’improprio nome di uguaglianza.

È, ad esempio, nel nome della “lotta contro tutte le discriminazioni” che si pretende oggi di eliminare il riferimento alla figura del padre e della madre, sostituiti dai grigi profili del “genitore 1” e del “genitore 2”. Ed è in nome del medesimo principio che sempre più si impone l’occultamento di ogni simbolo identitario e culturale, dal Crocifisso al velo islamico.

Il disincantamento rispetto alla religione della trascendenza presuppone (e coesiste con) il reincantamento prodotto dalla religione dell’immanenza del mercato. Lo si evince nitidamente, oltretutto, dalla sorte a cui, nella società secolarizzata, va incontro il Crocifisso, ossia il simbolo in cui si condensa il senso della nostra civiltà, della nostra provenienza storica, delle nostre radici culturali e spirituali. Già da tempo, nell’evo della liberalizzazione integrale e della teofobia mercatista, il Crocifisso è divenuto oggetto di “passioni tristi”, che spaziano dalla vergogna all’odio: e che tutte si fondano, in ultimo, sull’usuale teorema anti-identitario, coessenziale al mondialismo capitalistico e propalato dagli alfieri del verbo falsamente multiculturale. In quanto simbolo dell’identità occidentale e della fede cristiana, il Crocifisso – va ripetendo il discorso iperlaicista del globalista – offenderebbe intrinsecamente, con la sua stessa esistenza, le altrui identità e fedi.

Sicché – questo il corollario –, per garantire l’equilibrio multiculturale e interconfessionale, occorrerebbe rimuovere il Crocifisso e, con esso, tutti i simboli del sacro e della trascendenza, quale che sia la religione a cui afferiscono. Si produrrebbe, in tal guisa, uno spazio neutro e liscio, desimbolizzato e sdivinizzato, senza il Crocifisso e senza il presepe, senza il velo islamico e senza gli altri simboli della religione della trascendenza.

A uno sguardo meno superficiale, tuttavia, tale spazio non è affatto “neutro”, essendo invece la dimensione laicizzata su cui si fonda il piano uniforme e omogeneo, senza alto né basso, dello scorrimento onnidirezionale delle merci e dei loro simboli, sui quali non per incidens non si abbattono mai le scomuniche degli architetti del multiculturalismo a senso unico. L’open space del mercato planetario deve necessariamente essere deteologizzato, giacché a) non debbono esservi impedimenti e tabù che si oppongano all’onnimercificazione dell’essente e b) il mercato stesso deve riassorbire in sé, in forma immanentizzata, le prerogative proprie dei precedenti monoteismi, innalzandosi al rango di Deus mortalis.

Occorre, a tal riguardo, sempre distinguere tra il giusto principio della laicità da quella sua aberrante e patologica deviazione che è il laicismo: il primo rivendica il primato dello Stato sulla religione, riconoscendo a ogni cittadino la libertà di culto. Il secondo, invece, coincide con la pretesa della desimbolizzazione integrale, ossia con quell'annullamento di ogni spazio del sacro che è funzionale alla sua rioccupazione in senso mercatistico. 

Se ne può, allora, inferire che quanti lottano in nome del laicismo contro il Crocifisso e gli altri simboli della religione conducono una battaglia che coincide con quella intrapresa con successo dal nichilismo della civiltà dei consumi e dalla sua omogeneizzazione dello spazio sotto il segno della forma merce. Costola della new left fucsia e arcobaleno, l’armata Brancaleone dei laicisti lotta oggi contro le religioni della trascendenza. E, insieme, nulla ha da eccepire rispetto al nuovo monoteismo iperimmanentista del mercato e rispetto alla società patologica su cui esso si fonda: una società in cui è esibita ipertroficamente la sfera sessuale ed è nascosta con vergogna quella religiosa; in cui i simboli del sacro sono cancellati e si lascia spazio solo ai simboli della merce e della moda.