Popolo, sei 'na monnezza?

Fonte Immagine: ilsussidiario

Questo non è il solito pezzo da cocktail, piuttosto un articolo da vino rosso lievemente frizzantino, caratterizzato da una robusta fermentazione acetica, decisamente proletario, che ci riporta alla genuinità di Don Camillo e Peppone, a quell’Italia popolare che si contendeva la semplice soddisfazione della ragione, pur sostenendo tesi importanti ed anche a tratti fumettistiche. E’ proprio da quell’atmosfera di ferma convinzione che intendo partire, caratterizzata da sleali scaramucce supportate dalla lealtà reale, quella che si imponeva dei limiti dettati dalla dignità personale ed il, sempre scontato, rispetto reciproco, quello di un popolo che, nonostante posizioni differenti, si sentiva figlio di una stessa patria: fratelli.

Epoche cronologicamente differenti ma legate dalla medesima provincialità di gente che viveva la capitale dalle periferie, da una piccola finestra concessa loro da chi deteneva il potere per avere la possibilità di respirare, almeno fin quando i signori nobili consentivano loro questo lusso.  Quella sfarzosità insopportabile che il nostro Albertone Sordi non ha mai smesso di ridicolizzare, affrontando, con intelligente ironia, temi fondamentali, denunciando le evidenti storture di una classe dirigente totalmente scollata dal tessuto sociale. E poco cambia se si parli della Roma papale del XIX secolo piuttosto che dell’Italia del terzo millennio, le similitudini intrinseche sono tragicamente evidenti e facilmente riconoscibili.

“Popolo, ma che te sei messo in testa? Ma che vuoi? Vuoi comanna' te? E chi sei? Sei papa? Sei cardinale? O sei barone?”

Il popolo deve solo votare, quando glielo si permette, per conservare quel velo di falsa democrazia che comunque non riuscirà a garantirgli la decisionalità su chi lo governerà. D’altronde, la gente non ha titoli, non è papa, non è barone, e non è di certo invitata al club Bilderberg, è solo quella massa ormai disomogenea che ha dimenticato che, comunque la si pensi, continua a navigare sulla stessa barca, magari contenta che affondi, con l’utopica convinzione che qualcuno che conta le manderà una scialuppa.

“Ma se non sei manco barone chi sei? Sei tutti l'altri! E tutti l'altri chi so'? Rispondi! Rispondi a me, invece di assalta' i castelli! So' li avanzi de li papi, de li cardinali, de li baroni, e l'avanzi che so'? So' monnezza! Popolo, sei 'na monnezza!

Ecco! Il frate di “Nell’anno del Signore”, una pellicola cult risalente al 1969, ammette una dura verità dinanzi al popolo che, stremato dalla fame, trova le forze per reagire ai soprusi della casta. Espone, con cinico umorismo, cosa pensa l’establishment mondiale della stragrande maggioranza della popolazione, la quale, nonostante tutto, rimane perlopiù contenta delle briciole che la suddetta le elargisce di tanto in tanto.

“E vuoi mette' bocca? Ma se non c'è nessuno che ti dice, quando t'alzi la mattina, quello che devi fa', dove sbatti la testa? Che ne sai? Sei andato a scuola? Sai distingue' il pro e il contro? Tu non sai manco qual è la fortuna tua, perché sei 'na monnezza!”

La democrazia, questa pseudo democrazia, rappresentativa solo per ipocrita denominazione, ci ha convinti che quello attuale sia l’unico sistema possibile e che il contribuire da parte nostra alla sua conservazione possa, in qualche modo, tutelare ciò che abbiamo, costringendoci a barattare la nostra dignità con gli avanzi di una avara corporazione di impettiti frontmen di un mondo che ci reputa spazzatura.

Quella classe opprimente, di memoria marxista, che il marchese Onofrio del Grillo riassunse nella cruda, ma platealmente veritiera, esclamazione “Io so’ io…e voi non siete un cazzo!”, che ancora oggi è convinta che le sia concesso tutto, sulla pelle dell’operaio, dell’impiegato, di coloro che, erroneamente, reputano vita il proprio sopravvivere.