Putin: la vera rivoluzione russa

Fonte Immagine: ilfaroonline

Era il 9 novembre 1989 quando Günter Schabowski pronunciò l’ambiguo ma rivoluzionario annuncio che, di fatto, mandò in pensione le norme vigenti e restrittive riguardanti i viaggi all’estero dei cittadini dell’ormai ex Germania dell’Est. E lo fece in diretta tv, dietro esplicita domanda del giornalista italiano Riccardo Ehrman. Ciò comportò il puntuale intervento di migliaia di tedeschi che, senza effettiva autorizzazione, si recarono al famoso muro con lo scopo di oltrepassarlo, abbattendolo. Fu il segno tangibile per cui, se la massa si oppone, le cose accadono. Il popolo teutonico era finalmente riunito.

La caduta del muro di Berlino evidenziò la fine di una URSS intollerabile ed insostenibile, sotto l’aspetto economico ma soprattutto etico e morale; a danno di un popolo, quello russo ma non solo, vessato da decenni di assoluto dispotismo, che lo privò della propria libertà ma, principalmente, della imprescindibile dignità. La terra che un tempo fu degli zar era tornata, finalmente, autonoma, riacquisendo la tanto auspicata capacità di autodeterminazione. O, perlomeno, tale fu il pensiero di molti: un’utopia che manifestamente rimase tale. Si, perché se il comunismo, nell’asserzione intesa fino a quel momento, fu ritenuto estinto, gli attori di quella catastrofica sciagura riuscirono a sopravvivergli, assumendo poteri e risorse ancora maggiori, contro ogni previsione.

Fu così che il sogno di una Russia libera e democratica si frantumò sotto le macerie di un marxismo vetusto e sconfessato dalla storia, il quale, invece, ottenne quella più confacente metamorfosi che trasformò una fallita dittatura in trionfale, subdola oligarchia. Era palese che la perestrojka, più volte sbandierata da Gorbačëv, fu tutt’altro che realizzata: il popolo continuò a vivere in minuscole abitazioni, ubicate in formicai di cemento, nel più misero e totale degrado, mentre gli ottimati, seppur sprovvisti di sangue blu, si spartivano torte miliardarie, mediante escamotage pseudo legali, in un sistema giuridico che avevano costruito scientemente essi stessi.

E’ in questo quadro triste ed apparentemente inestricabile che si posiziona la figura del Putin politico, quel presidente dalle peculiarità ambigue ma necessarie. Perché giudicare l’atteggiamento dell’ex funzionario del KGB con i meri occhi di un occidentale, che vive in condizioni estremamente lontane da quelle di qualsiasi altro soggetto sottoposto a condizioni esistenziali disumane, risulta inappropriato e digressivo. Egli non impose la volontà del proprio governo, diciamo pure in modo rude e cinico, rispetto ad una realtà democratica e lecita bensì pretese di ristabilire un ordine dalle sembianze egualitarie ad una quotidianità monopolizzata da una élite spudoratamente criminale, che si era impadronita delle risorse del Paese. E ciò trovò il consenso del popolo, travolto dall’alcol: unico, balordo rifugio da una vita grama ed assurda. Ed i vari attacchi militarizzati, promossi da Putin, non erano, quindi, diretti ad onesti imprenditori nell'esercizio delle proprie attività, ma a delinquenti provvisti addirittura di eserciti personali, a difesa della loro incolumità e di quella del proprio, ingente e smisurato, patrimonio.

E’ dietro tali premesse che vanno assunti gli epiloghi di Savelev e Gusinski, piuttosto che Berezovskij: a loro, come ad altri, nonostante si fossero appropriati di tutto ciò si potesse acquisire in terra russa (miniere di rame, aziende petrolifere, imprese metallurgiche, tessili, alimentari, compagnie televisive, etc…) in modo fraudolento e spalleggiati dalle classi dirigenti sovietiche e post-sovietiche, fu proposto di vendere i propri beni alla nazione, in cambio di giusti compensi. Essi si opposero, convinti che il proprio strapotere potesse corrompere - come era uso fare con Eltsin - o defenestrare il neopresidente. 

A sostegno della veridicità dei fatti che inconfutabilmente sostengono la volontà accomodante del Presidente del Cremlino, vi è la vicenda di un altro oligarca russo, Roman Abramovic, il quale acquisì, nel 1995, mediante “asta truccata” – egli stesso lo testimoniò alla Suprema Corte di Londra – , una grandissima società petrolifera, all’esigua cifra di 100 milioni di dollari. Nel 2005, dietro gentile ma decisa sollecitazione, venderà la compagnia al colosso statale Gazprom, per ben 13,09 miliardi di dollari, una cifra nettamente diversa da quella di acquisto. 

L’ostinata tenacia di Putin nel perseguire i propri obiettivi, per il bene della madre patria, farà sì che la Russia si rimpossessasse di ogni risorsa energetica, riconsegnando ai propri cittadini una nazione meno povera, dall’aspettativa di vita del proprio popolo sicuramente migliore e che può rivolgere, finalmente, il proprio sguardo ad un occidente che, ora, può considerarsi davvero più vicino.