Quel che resta da fare per l'Ucraina

Fonte Immagine: ilfoglio

Penso che chiunque si ritrovi, per mestiere o per passione, a lasciare un segno sulla pagina – che sia cartacea o virtuale -, questa non sia stata affatto una settimana semplice. Tutto, persino lo sport, che spesso sembra vivere la propria esistenza su binari paralleli rispetto alle vicende mondiali, nel bene e nel male, ha dovuto riconoscere la straordinarietà di una situazione che ci ha costretto a riaprire gli occhi su cosa significa essere umani. Cos’è la paura. Cos’è l’angoscia. Quanto possa essere profonda la nostra rassegnazione e il senso di colpa che ci attanaglia. Lo smarrimento nel ritrovarsi tutti europei, tutti fratelli, tutti alleati, solo dinanzi alla faccia scheletrita del terrore, di immagini che non vorremmo mai diventassimo nostre, uniti nell’immobilità, nell’inconsapevolezza della mossa giusta da fare, nella impossibilità di abbandonare la nostra comoda routine nemmeno per prendere parte ad una protesta di piazza. Il famigerato generale Inverno ci ha freddato, con la sua ala di antiliberalismo, di lotta alle libertà, di negazione di tutto ciò che la civiltà è. L’unica reazione che riusciamo ad avere di fronte alle sorti magnifiche e progressive di questa piccola e sconquassata Europa è voltarci dall’altra parte, «con gli occhi chiusi» come avrebbe detto Federigo Tozzi. 

Ovunque in rete ha preso a circolare uno dei componimenti più toccanti di Trilussa, poeta “romanofono” per eccellenza: Ninna nanna della guerra.

Ninna nanna, pija sonno

ché se dormi nun vedrai

tante infamie e tanti guai

che succedeno ner monno

fra le spade e li fucili

de li popoli civili

 

Ninna nanna, tu nun senti

li sospiri e li lamenti

de la gente che se scanna

per un matto che commanna;

che se scanna e che s'ammazza

a vantaggio de la razza

o a vantaggio d'una fede

per un Dio che nun se vede,

ma che serve da riparo

ar Sovrano macellaro.

 

Chè quer covo d'assassini

che c'insanguina la terra

sa benone che la guerra

è un gran giro de quatrini

che prepara le risorse

pe li ladri de le Borse.

Parole scritte più di un centinaio di anni fa ma ancora pericolosamente e vergognosamente attuali. 

Dunque, a fronte di tutto ciò, cosa ci resta da fare? Resistere, essenzialmente. Resistere e aiutare a ricordare. In quel piccolo che ci è permesso, almeno al momento. L’Ucraina, la terra che ora sta vivendo sulla sua pelle l’operazione di “denazificazione” gentilmente offerta da Putin, deve diventare un simbolo. Non un altro bel sogno finito male – come il Myanmar, come Hong Kong, come la Crimea. 

Quel che resta da fare a chi scrive. Forse avrebbe saputo dircelo Saba. Parlare con onestà, ci avrebbe probabilmente suggerito. Con onestà. 

L’Ucraina libera non ha una cultura cinematografica molto sviluppata. Gli investimenti del paese non sono mai stati puntati in questa direzione, date le difficoltà in altri settori della società ucraina. Ma il paese aveva fatto passi avanti. Alcune delle eroine di film, serie tv, programmi televisivi a noi tanto cari, rispondono alla bandiera gialloblu graffiata e lacerata dal sovranismo russo. 

Milla Jovovich. Musa di Luc Besson, uno dei registi francesi più in voga nel decennio scorso, il quale visse anche una relazione sfociata in un breve matrimonio con la stessa Milla. L’attrice prese parte a numerose pellicole di successo, lanciata da Il quinto elemento e Giovanna d’Arco, due film targati per l’appunto Besson, in cui l’interprete ucraina era riuscita ad accaparrarsi ruoli da protagonista, barcamenandosi positivamente tra ruoli fantasy e rievocazioni storiche. Arriva quindi la consacrazione in un cult del cinema horror d’azione come Resident Evil, di cui Milla diverrà volto ed emblema. Non è un caso che spesso, dopo la fortunata esperienza scaturita dalla cooperazione con Paul Anderson, la Jovovich si ritroverà invischiata in personaggi femminili di ghiaccio, imperscrutabili, inscalfibili. Una vera sex-symbol lontana anni luce dai fragili modelli di donna di vittoriana memoria. 

Olga Kurylenko. Altro talento del sottobosco action del cinema delle grandi masse. Il suo nome vi dice qualcosa? Ebbene, si tratta, tra le altre cose, di una delle molteplici Bond girl passate agli archivi, grazie alla sua ottima interpretazione in Quantum of solace, dove si fingeva un’agente segreta boliviana alla ricerca di una personalissima vendetta e – nel tempo libero – capace di far girare la testa a 007. Dallo spionaggio all’altrettanto movimentato cosmo popolato da eroi della Marvel, Olga Kurylenko si è saputa sempre ritagliare un ruolo da protagonista. Non per niente, appena l’anno scorso, la fu Camilla Montes aveva vestito anche i monocromatici panni della Vedova Nera nell’omonimo lungometraggio. 

Mila Kunis. Un nome che non ha bisogno di presentazioni. Ennesima donna di successo originaria dell’Ucraina (vanto non da poco, in un mondo ancora molto maschilista), giunta all’apice della sua carriera grazie alla brillante apparizione in Il cigno nero, di cui abbiamo anche precedentemente parlato su queste frequenze. In quel caso, Mila aveva dovuto condividere il ruolo da protagonista con un altrettanto in forma Natalie Portman, entrambe riflessi di una stessa anima frammentata. Ma questo non era valso a privarla di un riconoscimento di tutto rispetto come il premio Mastroianni. 

Il messaggio che vuole passare con queste poche righe? Una presa d’atto. Una presa di coscienza. Attrici, grandi interpreti, ucraine, donne, madri e sorelle, figlie e mogli. È tutto questo per cui si è lottato a Kiev. Per cui si è morti. E noi non possiamo continuare a guardare e pregare che ciò non ricapiti. Perché questo, che ci ruota attorno, è solo l’occhio del ciclone. E la tregua è breve.